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7.2

La cometa della retromania fa tappa su Zocca, sorta di Betlemme del rock italiano, annunciando lieti ancorché remoti eventi riconducibili, va da sé, alla figura di Vasco Rossi, da qualche anno noto ai fan come il Komandante, o Kom per i più confidenti (perdonate le K). Tutto lascia pensare che Sony abbia mosso le pedine giuste per avviare la ristampa dell’intero catalogo, a partire ovviamente da …Ma cosa vuoi che sia una canzone…, esordio che vide la luce nel maggio ‘78, pochi mesi dopo la pubblicazione del 45 giri Jenny è pazza/Silvia. Se quest’ultimo riuscì a piazzare la tutto sommato ragguardevole cifra di 20.000 copie, il long playing – uscito per la Borghetti, etichetta specializzata in ballo liscio – non andò oltre le duemila. Il fenomeno Vasco Rossi prese le mosse quindi da una diffusione circoscritta, in quella seconda metà dei Seventies che lo avevano visto guadagnarsi un po’ di notorietà come DJ (fu tra i fondatori – nel 1975 – di Punto Radio, una delle prime radio libere italiane), dopo essere stato a lungo impegnato anche in attività teatrali.

L’album di debutto fu quindi un’operazione piuttosto artigianale e del tutto indipendente, per lui e per i musicisti coinvolti, a partire dal produttore e strumentista Gaetano Curreri, futuro leader degli Stadio che solo l’anno successivo avrebbe visto decollare la carriera grazie alla chiamata di Lucio Dalla. Le idee su cosa sarebbe diventato da grande il venticinquenne Rossi erano quindi poco chiare, come testimonia questo disco, molto lontano dal linguaggio rock del Vasco versione Eighties, di cui il successivo Non siamo mica gli americani – pubblicato un anno più tardi e benedetto (quasi cannibalizzato) dalla presenza in scaletta della fortunatissima Albachiara – lascerà intravedere solo i primi segnali. Appunto nei primi Ottanta, dopo la sopraggiunta celebrità frutto dei passaggi sanremesi, chi andava a recuperare le cose del primo Vasco (tipo il sottoscritto) rimaneva piuttosto spiazzato dalla tracklist di …Ma cosa vuoi che sia una canzone…, di cui non a caso nessuna traccia fu poi scelta per il live Va bene, va bene così (1984), album capace di superare il milione di copie vendute e di sancire così l’ingresso definitivo del rocker di Zocca nell’immaginario collettivo del Belpaese.

Una metamorfosi, quella di Vasco nel principe svaccato dei rockettari nostrani – con tutto il provincialismo e le pose coatte del caso – consumato gradualmente tra Colpa d’Alfredo (1980) e Siamo solo noi (1981), quest’ultimo forse il suo capolavoro, disco che mette a punto a inizio decennio quel senso preciso di tossicità rock in grado di raccontare il lato allucinato, squallido e tragico di quegli anni somma(ria)mente edonistici. Ma il punto sta proprio qui: Vasco e il suo giro, che dal 1980 coagulerà in Steve Rogers Band, diventano rock prendendo in prestito dal punk e derivati – all’epoca format dominanti in ambito rock – qualche atteggiamento e alcune angolazioni (riducendosi a una posa persino ironica, come testimonia lo pseudo-omaggio ai Pistols in coda a Fegato, fegato spappolato), ma stilisticamente punk non saranno mai davvero, visto il retroterra cantautorale, classic rock – sbilanciato power pop con ascendenze hard glam – e persino prog. L’album d’esordio di Vasco, difatti, si muove tra queste tre coordinate principali: nella fattispecie, la cifra cantautorale dimostra fin da subito un taglio disilluso e marcatamente ironico, che rimarrà nel tempo ma che all’epoca assunse forme tanto ingegnose quanto bizzarre.

In questo senso, una delle canzoni che più sconcertava i miei quattordici anni di ormai seguace del Blasco (altro nomignolo che ha avuto una certa fortuna) era Ambarabaciccicoccò, una ballata dal singhiozzante incedere honky tonk col piano a dettare il passo, il latin-tinge percussivo, le chitarre a pennellare quasi west coast e un sax a fare festa, il tutto al servizio di un testo sarcastico e agrodolce che mette nel mirino il riformismo e le sue fregature (risultando, ahinoi, profetico). Ci misi del tempo a capire che si trattava di un pezzo eccellente, e altro tempo ancora per collocarlo in pianta stabile tra i migliori mai usciti dalla penna del Nostro (che in …Ma cosa vuoi che sia una canzone… firma tutte le tracce in programma, diversamente da come accadrà più avanti: altro elemento da tenere nella dovuta considerazione). Simile per tematiche (il conformismo, con particolare riferimento al ruolo della donna), anche se più intima, seria e un po’ meno riuscita, è …E poi mi parli di una vita insieme (sia messo a verbale: è un vizio antico quello dei puntini, che Vasco non ha mai perduto), la cui variazione centrale s’impenna lirica chiamando a raccolta elementi prog palpabili, seppure ibridati in senso canzonettistico e in una prospettiva tardo-glam.

Lo stesso avviene nella opening La nostra relazione, pezzo che doveva suonare piuttosto anacronistico (stavo per scrivere: stantio) già in quel finire di Settanta, quando cioè i conti con gli assolo di chitarra ad alto coefficiente melò (siamo dalle parti dei Pooh in fregola cavalleresca di Parsifal), il moog e il coro floydiano (una Iskra Menarini utilizzata un po’ come Clare Torry in The Great Gig In The Sky) erano già stati fatti: eppure, forse per la convinzione drammatica e per la sporcizia naïf del cantato, finisce per farsi apprezzare non poco, tanto da venire considerato uno dei classici del canzoniere di Rossi. Un po’ come la lunga – quasi una suite – Jenny è pazza!, arpeggi di piano e chitarra acustica a dettare i confini di uno spazio mentale onirico e malinconico, questo lo scenario in cui si consuma una storia (autobiografica) di depressione e incomprensione, costruita con piglio filmico (vedi la fuga pastorale, poi la svolta glam-prog quasi Queen) e con esiti piuttosto suggestivi: è un altro pezzo comprensibilmente molto amato dai fan, non a caso oggi scelto per la promozione della ristampa con l’accompagnamento di un video d’animazione.

Come detto, Jenny… fu l’esordio assoluto su 45 giri di Vasco, il cui lato B era occupato da Silvia, una controparte tenera, bucolica e quasi gioiosa della faccenda. La protagonista viene ritratta con delicatezza folk (e orchestrazioni di mellotron) come una fanciulla che sta sbocciando alla consapevolezza del corpo e di se stessa, innescando un contrasto deciso (sia nel testo che musicalmente) col mondo che vorrebbe soffocarla – riecco il tema portante – nel conformismo più vischioso, a partire da quello che lubrifica gli affetti familiari. Simile per certi versi è Tu che dormivi piano (Volò via), folk acustico a tempo di valzer con mellotron e tastiere, l’io narrante preso dall’incantesimo per l’amata qui dipinta con piglio stilnovistico (invero stucchevole), poi fuga folk-prog con assoli indiavolati di chitarra e tastiera, e ancora uno scorcio tra il fiabesco e lo spacey (con licenza cioè di ricordare la Space Oddity che è in ognuno di noi) nel sottofinale. Resta da dire di Ed il tempo crea eroi, folk ballad (alla chitarra acustica c’è il mitologico Maurizio Solieri, al violino Paolo Giacomoni) che guarda un po’ al Dylan di Desire – uscito giusto nel ’76 – così come al nostro Guccini, nel mirino sempre la società narcotizzata, conforme e ingiusta («e alla gente povera rimanga l’onestà / a vantaggio di chi non ce l’ha / che comunque può comprarsela»), a cui fa gioco un certo estro “weird” di Vasco che esce allo scoperto nel canto mefistofelico del finale. Chiude la scaletta Ciao, breve, suggestivo notturno di piano (suonato dal buon Curreri con la fragranza crepuscolare di uno Chopin arenato sulla via Emilia), uno dei pochissimi strumentali nella discografia del Blasco futuro Kom (mi vengono in mente solo Ultimo domicilio conosciuto, contenuta in Bollicine del 1983, e Rock Star da Sono innocente del 2014).

Al di là delle chiari finalità commerciali dell’operazione, questa ristampa presenta quindi non pochi motivi di interesse proprio per come stuzzica ipotesi critiche/ucroniche su ciò che (non) è stato e che avrebbe potuto essere. Un po’ come sempre accade in casi del genere, e come già ho scritto ad esempio per il box dedicato al White Album. Qui tuttavia non si fa luce sul “farsi” delle canzoni (compito parzialmente delegato alla puntata di 33 Giri Italian Masters confezionata ad hoc), ma ci si affida a una semplice rimessa a nuovo delle otto tracce di …Ma cosa vuoi che sia una canzone…, operazione comunque sufficiente a farci riconsiderare il valore di un album sommerso e sepolto dalla valanga musicale e mediatica che Vasco ha saputo meritarsi coi lavori successivi, costruendosi una carriera che quel punto di partenza ha quasi del tutto dimenticato (stavo per scrivere: rinnegato). Un fenomeno del tutto comprensibile, persino giusto e per molti versi inevitabile.

Si tratta comunque di una riscoperta utile a fornire alcune indicazioni sullo stato delle cose in quel frangente così delicato della nostra Storia, a evitare cioè la trappola delle schematizzazioni, se non altro per come ribadisce quanto la scena musicale, in particolare quella bolognese, si caratterizzasse per la compresenza di sensibilità e attitudini diverse e intrecciate, per stratificazioni stilistiche non necessariamente orientate verso l’ultimo grido del punk. Di Vasco Rossi, il suo album di debutto ci dice tra le altre cose che se durante gli Ottanta abbiamo guadagnato una figura di riferimento per il rock italiano – piaccia o non piaccia, è così – abbiamo però perduto quasi del tutto un (cant)autore acuto e bizzarro, dotato di una sensibilità capace di intercettare inquietudini sopra e tra le righe, una specie di – consentitemi – Rino Gaetano sospeso tra città e periferia, privo cioè di quella sorta di salvagente rural/popolare che sostanziava il lirismo surreale del cantautore crotonese. Quel primo Vasco si presentava sradicato e in un certo senso straniero nella propria città e nel proprio tempo, perciò “costretto” a costruirsi un alibi fiabesco o ironico, a ritagliarsi un ruolo da cronista intimista e sbruffone, da testimone allo stesso tempo immischiato, spaesato e conflittuale, capace in qualche modo – questo il suo reale talento – di decifrare situazioni generazionali ad alzo zero.

Abbiamo perduto insomma un cantastorie “gonzo” – nel senso di “autore che diventa protagonista delle sue stesse opere” definito da Hunter S. Thompson – e ne abbiamo ricevuto in cambio un rocker via via sempre più efficiente, prigioniero di un ruolo funzionale al sistema, a quello stesso sistema cioè che fingeva di scandalizzarsi per la sua tossicodipendenza reale, per lo stile canoro strascicato (subito macchiettizzato) e per i quadretti blandamente trasgressivi (in realtà più disillusi che altro) che prendevano vita nelle sue canzoni. Diciamolo: Blasco (o se preferite il Komandante) è l’ultracorpo che si è divorato (quel primo) Vasco Rossi, e la ristampa di questo album d’esordio così acerbo e ispirato, così avventato, divertito e visionario, ce lo fa capire con evidenza disarmante. La riprova ci è stata fornita dal già citato episodio di 33 Giri Italian Masters, dove il Kom è sembrato l’unico incapace di liberarsi da ciò che è oggi, dall’ultracorpo che lo ricopre, di restituire assieme al ricordo il senso genuino delle sessioni di quel 1977, come invece Maurizio Biancani (il tecnico del suono della Fonoprint) e Curreri (che personaggio non è mai stato) hanno saputo fare tutto sommato bene.

Vasco Rossi, va da sé, oggi è un’istituzione. Il suo passato rende pressoché ininfluente – nel bene e nel male – ogni considerazione di valore rispetto a ciò che potrà produrre da adesso in avanti (è così già da molti anni, in realtà). Con ogni evidenza questo vale anche retroattivamente: chi decide di ristampare oggi il suo album d’esordio lo fa, credo, perché sa quanto ogni valutazione musicale e contenutistica finirà metabolizzata dal suo ruolo di reliquia sonora, data in pasto ai fan quale additivo per la loro comunque inscalfibile adorazione. Discorso applicabile, pur con le differenze del caso, anche agli album successivi, fino a – diciamo – Bollicine compreso. Qualcosa mi dice perciò che dovremo attenderci puntuali ristampe – la cadenza sarà perfettamente annuale – e altrettanto puntuali celebrazioni del titolo di turno. Nulla di male, ci mancherebbe. Anzi, se così fosse, ci vedrei pure un aspetto positivo: il Komandante non sarà obbligato a sfornare pezzi nuovi per giustificare gli ormai tradizionali concertoni estivi. Forse. 

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