Recensioni

L’avevamo lasciato con Visa, ormai 6 anni fa. L’avevamo lasciato immerso, ed immersi, in un liquido amniotico di pulsazioni sommesse e movimenti tellurici ovattati sotto quei paesaggi di permafrost ambientale che pochi altri artisti hanno saputo declinare infinitamente – ed infinitamente bene – come lui. Sasu Ripatti, conosciuto dai più come Vladislav Delay (ma anche Sistol, Luomo, e una pletora di altri alias e progetti collettivi). L’uomo dei ghiacci, il finlandese che da 20 anni tesse fini arazzi di matrice ambient e glitch, di volta in volta vicini alla minimal techno, al jazz, al dub, alla schizofrenia digitale.
Lo ritroviamo 6 anni dopo, e in un colpo solo Delay rompe il silenzio e rompe col suo passato discografico. Rakka è brutale, violento, annichilente. Via qualunque riferimento glitch o minimal, il menù adesso prevede porzioni abbondanti di noise guarnite da sprazzi ambientali e frammenti ritmici, il tutto servito su un’attitudine quasi metal (proprio quel metal con cui, alla batteria, è avvenuto lo svezzamento musicale del finlandese). In questi anni Vladislav Delay ha venduto parte della sua strumentazione e ha passato un lustro in semi-isolamento nordico con la famiglia; anni segnati da numerose escursioni in territorio artico, macinando centinaia di chilometri, circondato da un ambiente inospitale ed estremo, dove l’immaginario idilliaco dei ghiacci si scontra con una realtà fatta di cambiamenti climatici e sfide alla sopravvivenza personale e collettiva. Rakka è il frutto di questi anni, un tentativo di tradurre in suono un paesaggio aspro e su cui grava l’ombra dell’apocalisse climatica. Concettualmente e paradossalmente, possiamo parlare di ambient anche in questo caso.
Delay continua a lavorare su differenze minime che si ergono su sfondi monocromatici, ma se in passato lo sfondo era bianco o dai colori pastello, adesso è nero come la pece, un ammasso di sfumature di grigio che si fanno sempre più dense ed impenetrabili. La title track apre l’album e imposta il tono per tutto quello che verrà nei successivi 40 minuti. È power ambient portata all’estremo, un requiem per l’antropocene a base di raffiche di rumore e beat sparati con mitragliette automatiche. Non ci sono direzione e ritmiche precise, l’impianto è freeform come il nostro ci ha abituati. Eppure, se in passato la superficie informe lasciava intravedere delicate microcomposizioni, Rakka sembra andare nella direzione opposta. Dice tanto, troppo, tutto insieme, col rischio che al di sotto della fitta coltre di fumo l’arrosto non sia sempre così saporito.
L’uomo sta distruggendo il pianeta, la natura è spietata, e non è questione di chiedersi se si accanirà contro di noi, ma quando. Questo è ciò che Delay sembra volerci dire. Tuttavia, manca quella capacità di andare oltre il mero dato dell’esperienza, la semplice rappresentazione allegorica del reale. Manca quel qualcosa di idiosincratico e personale, qualcosa cui il finlandese ci ha abituati per due decadi. I momenti migliori si hanno quando algidità ambientale e catastrofismo rumoroso coabitano in un equilibrio precario: l’interludio di Raakile, sprazzi di Raajat e Rakkine, la suspense iniziale di Raataja e il crescendo di Rasite creano una tensione palpabile e seducente proprio in virtù della convivenza forzata di quiete e caos; o Rampa che, lambendo i territori dei pattern ritmici regolari, ammalia ipnoticamente pur senza diluire la brutalità.
Ma per la maggior parte sembra di essere al cospetto di una furia cieca che si dimena e colpisce a caso. Che mostra i muscoli ma finisce col colpire spesso a vuoto. In teoria della comunicazione, il rumore è un’interferenza che ostacola il processo di trasmissione del messaggio, fino ad occultarlo o alterarlo. In musica, il rumore è un’efficace marca stilistica per dire qualcosa in più senza dirla, un trattamento del suono che si fa apostolo di alienazione, rabbia, smarrimento, violenza, nichilismo, erotismo sudicio, fascinazione per l’apocalisse, sprezzante goliardia autolesionista, immersione nella – ed espiazione della – banalità del male. Eppure, il rumore che domina Rakka indulge troppo su sé stesso. Si ha spesso la sensazione che una coltre impenetrabile abbia avvolto e disossato il messaggio così tanto da non riuscire a comunicare più niente, se non ricordarci per l’ennesima volta che siamo tutti spacciati.
Questo abbracciare la catastrofe è il motore trainante di tanta elettronica HD degli ultimi anni, così come l’estetica (techno)rumorista è stata elevata a credo dai vari Shapednoise (boss della Cosmo Rhythmatic su cui è uscito Rakka), Emptyset, Prurient, Samuel Kerridge, e portata alla ribalta nel 2014 dal monumentale A U R O R A di Ben Frost. E tuttavia non c’è la freddezza antiumanistica dell’elettronica hi-tech che fermenta su Bandcamp, né le sfumature e le stratificazioni del miglior Frost. Ecco, dopo anni passati a dettare legge e a dare un apporto decisivo alla creazione di tendenze e microgeneri, si ha la sensazione che Delay adesso si affanni inseguendo traiettorie e maniere delineate da altri, e che per saltare sul carro – in buona fede e integrità artistica, e non per conformismo, ne siamo certi – abbia sacrificato gran parte della sua capacità di dire molto con poco, e di dirlo in un linguaggio personale e idiosincratico.
Rakka si disfa delle velature minuziose e gioca a carte scoperte inscenando un overload di granitica ed incandescente materia sonora, le cui braci però ardono poco e si spengono in fretta una volta terminato l’ascolto. Quando il climax conclusivo di Rasite conclude l’assalto aurale, resta la sensazione di essere stati presi a pugni senza interruzione, salvo qualche sporadico momento di quiete prima di essere sballottati di nuovo dalla tempesta. Forse è così che ci sentiremo quando la Terra ci si rivolterà definitivamente contro in modo incommensurabile. Schiacciati da una furia primigenia. Rakka vuole essere questo, un canto del cigno che si leva dall’estremo nord, un’eruzione magmatica che se ne frega di assecondare qualsivoglia aspettativa degli ascoltatori. Nel bene e nel male lo ricorderemo come la testimonianza di un artista immenso che non ha paura di reinventarsi, anche dopo 20 anni di carriera.
Amazon
