Recensioni

7.4

I segnali c’erano tutti già da un paio d’anni. In Great Thunder, EP del 2018, Katie Crutchfield sembrava già in procinto di operare un comodo atterraggio sul versante country-folk, riportando a casa, in Alabama, la lesson learned degli ultimi anni. Dopo aver conquistato un buon livello di controllo rispetto alle proprie dipendenze, come confessato in un’intervista a Vogue, anche il pesante velo delle difese residue si è squarciato: via le abuliche tendenze lo-fi e annegati i muscoli del grunge e del garage, è tempo di ampliare lo spazio interno e concedergli tutta la luce di cui necessita.

Se Out in the storm riportava la gestazione di una crisi, il nuovo Saint Cloud racconta del bisogno di leggerezza per accettare sé e il proprio passato. È la stessa Crutchfield con un post su Instagram dal Kansas, in piena quarantena con il compagno Kevin Morby, a celebrarne l’uscita: «it’s my favorite thing i’ve ever made & i hope y’all love it.  thank you to every person who worked on it, kevin, allison, marlee & all my friends & family who saw me through it all  i’m full of love & gratitude today xo». Semplice, sano, diretto e a cuore spalancato. Esattamente come l’opener Oxbow, brano dall’anima emo (immaginatelo con le chitarre al posto del piano, magari eseguito dagli American Football) e veicolo di un messaggio cardine del nuovo corso dell’artista: «I want it all». Una potenza di velluto in pieno ambiente southern rock ci conduce lungo il Mississippi da Memphis, e giù fino a New Orleans, Baton Rouge, Jacksonville incontrando Lucinda Williams, Cat Power, Emmylou Harris tra le pieghe di brani come Can’t do muchThe Eye, War. Ma è nel trittico finale Arkadeplhia-Ruby Falls-St.Cloud che si sostanzia l’ideale del viaggio da godere, dei grandi spazi da ammirare (magari a piedi nudi e col naso all’insù verso un cielo azzurro come in copertina) e della possibilità di farlo senza la paura di sentirsi spettatrice spaesata ma concreta artefice: «If you cross over tonight / You see beyond the darkest sky / You taste the blood as something wild and alive». È probabilmente questo il punto di arrivo dei primi trent’anni di Katie Crutchfield, un cammino portato avanti per sottrazione e giunto ad una casa da lei stessa costruita, solida dal tetto alle fondamenta.

Cosa fa, quindi, di Saint Cloud il miglior lavoro di Waxahatchee? Su tutto la capacità e la scioltezza nel gestire un patrimonio monumentale di riferimenti mettendoli al servizio di una scrittura autentica, garbata, spontanea e senza strappi. Inoltre, per la prima volta, la chiara volontà di tradurre i brani il più possibile in un linguaggio pop strizzando l’occhio sia all’airplay (Fire è pronto per l’heavy rotation) sia al grande pubblico. Infine, la sensazione di essere venuti a contatto con una personalità che, sebbene sia approdata ad una calma serafica, non nega di essere ancora materia in continuo movimento: «And when when I go, when I go Look back at me, embers aglow».

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette