Recensioni

Li abbiamo un po’ persi di vista ultimamente, a causa di quella attitudine free che li ha portati a “inondare” il “mercato” (termini volutamente virgolettati perché qui si tratta di sottobosco del sottobosco, fatta salva la parentesi legata all’affaire Sub Pop), ma al tempo stesso non si rimane mai insensibili a ciò che i tre dal Michigan tirano fuori, specie nei “dischi regolari”. Altro virgolettato che servirebbe a far notare che questo I Am a Problem: Mind In Pieces è, nella scia dei vari No Answer: Lower Floors, Always Wrong, Human Animal, Burned Mind and so on, quel tipo di album “serio” pubblicato ogni decina o ventina di lavori improbabili in formati spesso autoprodotti, col quale Nate Young, John Olson e la new entry James Baljo sembrano mettere di nuovo la distanza tra la sigla Wolf Eyes e tutti gli epigoni.
I Am A Problem… esce addirittura per Third Man, l’etichetta di quel musicista famoso per aver inventato il poporopopopo, ed è forse l’album più “rock” – altro virgolettato, così facciamo l’en plein – che i tre abbiano mai dato alle stampe. Certo, rock a modo loro, non certo nell’accezione che il padrone di casa e concittadino Jack White ha contribuito a dare prima coi White Stripes e poi in solo e con mille altre sigle. L’idea “rock” dei tre è qualcosa di marcio, macilento, a suo modo psichedelico ma di una psichedelia come la potrebbero intendere figli deformi dei Throbbing Gristle alle prese con una idea malsana di cover-band della summer of love. La nenia conclusiva Cynthis Vortex a.k.a. Trip Memory Illness – ma il discorso è valido per tutto il lavoro – sembra proprio quella roba lì: una outtake a caso dai sixties della west coast mandata al minimo dei giri, resa ossessione virulenta, scarto di produzione e rifiuto estetico, con tanto di stanco declamare che serve per fare il verso a qualsiasi cantante, e una specie di flautino che in mezzo a certe macerie triturate sembra uno sberleffo ulteriore, la definitiva (anti)catarsi di un disco di rock psichedelico. Eppure I Am Problem… proprio di rock psichedelico sembra cibarsi, seppur sempre in forme alien(at)e, mai conformi, spigolose, riluttanti alla presa facile, capaci di far venire in mente una versione abbrutita degli Spacemen 3, come avviene nel capolavoro codeinico di Twister Nightfall, tutto lentezze che si fanno abisso noise pur guardando ai Velvet Underground.
Un album, in definitiva, che sembra arrivare alla fine della nuova “summer of love”, sottolineandone l’ormai avvenuto declino in anticipo sui tempi: un mantra industrial-rock da recitare sopra le rovine di Detroit, prodotto non a caso da una label di Detroit, in quanto simbolo del disfacimento della western civilization. Forse si pensa troppo in grande, e la ragione dietro I Am A Problem… è solo una scorta di droghe andate a male. Di sicuro c’è che questo disco viaggia e fa viaggiare che è una meraviglia.
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