Chuck, il pioniere a cui non è stato fatto lo scalpo

«Noi siamo i giovani, i giovani più giovani…», recitava così il vecchio adagio de L’esercito del Surf, manifesto di una gioventù che nei Sessanta pretendeva il suo posto nella Storia come motore decisivo di tutto: economia, politica, costume, e chiaramente musica. La rivoluzione mondiale giovanile ha dilagato, sì, ma alla fine è invecchiata a volte abiurando ai propri principi, molti sono finiti nel lato oscuro della forza e via dicendo. È invecchiata dunque male: perché non ha preso in considerazione, se non per alcune eccezioni, gli insegnamenti e gli esempi positivi e negativi delle generazioni precedenti. Per questo oggi è così tanta la paura di invecchiare che ci troviamo di fronte a tre aspetti surreali: 1) anche i più attempati continuano a comportarsi come teenager e si sbotulinano a tutta forza (soprattutto a livello simbolico/formale); 2) i giovani vengono sostenuti in maniera acritica, tanto che gli si danno le chiavi della città per due stronzate in croce fatte (e , paradossalmente, anche se quello che fanno è vecchio come il cucco, e quindi nulla aggiunge, nulla toglie alla vita come la conosciamo); 3) la critica anche costruttiva è impossibile, i media li spingono abbestia dando a ogni giovane non una possibilità di confronto o alternative valide per allenarsi al dubbio e alla variabile, ma proprio e SOLO quello che vogliono. Almeno finché quello che vogliono dura, poiché una volta esaurita la curva d’interesse sarà necessario passare ad altro per stritolare quello che “è passato”, quasi come un serpente farebbe con un topolino.

Esiste anche la variabile di quelli che non sanno fare altro che demolire sistematicamente e senza eccezioni le nuove leve, il che non ha alcun senso visto che ogni generazione ha in seno esempi di genialità, e quelli vanno valorizzati non guardati dall’alto in basso. Questa assurdità terrorista che non tiene più conto di maestri, di ragazzi di bottega e di scambi tra di loro è evidente nel campo musicale, dove i nuovi eroi della classifica sono a tutti gli effetti già morti nello stesso momento in cui sono popolari, perché autoriferiti: musica da zombie quindi, altro che da giovani. Il tristo mietitore gli guarda le spalle in silenzio mentre si pavoneggiano coi loro effimeri successi.

Ecco perché da oggi su SA ci permettiamo una nuova rubrica: la quale nasce per dimostrare che per scrivere grandi dischi non è importante l’età, quanto le idee. E soprattutto, che i vecchi hanno spesso una marcia in più, proprio perché ne hanno viste di cotte e di crude, e la sintesi li accompagna in ogni loro mossa. Come d’altronde succede quando gli anziani maestri di arti marziali rinsecchiti, senza muovere più di pochi muscoli, riescono a mettere al tappeto corpulenti giovanotti sfruttando la dote più importante per vincere: l’esperienza, l’umiltà e la saggezza.

Il primo personaggio ospite di questo nuovo spazio musicale è un vecchiaccio di quelli che la musica dei giovani l’ha inventata: e questa musica è il rock n roll. Il suo nome è Chuck Berry, che ahimè ci ha lasciato quattro anni fa alla freschissima età di 90 anni. Dimenticatevi Elvis o la speculazione bianca a proposito, il vero re del rock è lui (non a caso Elvis lo coverizzerà), tanto che lo ha seppellito con tutto il ciuffo: altro che “padre del rock n roll”, Chuck Berry è il rock! Nessuno sulla Terra penso ignori l’esistenza di un classico incredibile come Johnny be good, a tutti gli effetti un brano proto punk (e infatti i Sex Pistols ne faranno una cover doverosa). Tutti si possono identificare in quel suono di chitarra elettrica, in quel singhiozzare convulso e irripetibile delle sue sette corde, con la voce possente di questo scatenato afroamericano che era un dio per chitarristi come Keith Richards, il quale suonerà anche nella backin band di Berry nel documentario Heil heil rock n roll comportandosi come un cagnolino al guinzaglio, perché il nostro Berry era veramente un gran figlio di puttana.

A proposito di Heil Heil rock n roll, è stata coverizzata persino da Bart Simpson: e come anche i Beatles (con Rock n roll music e Roll Over Beethoven) e il già citato Elvis, molti, moltissimi altri attinsero al suo repertorio per vincere facile. Insieme ai Pistols, anche personaggi come i Silicon Teens di David Miller della Mute (per intenderci, quello dei The Normal) hanno infatti rivisto in chiave synthpop Memphis Tennessee: Berry era tra l’altro grande fan dei Ramones, di cui riconosceva l’attitudine condivisa dei “tre accordi tre”, dimostrando di non cullarsi più di tanto sugli allori. Addirittura grandi successi cinematografici a lunga distanza dal suo boom commerciale hanno giovato della spinta propulsiva dei suoi brani, ad esempio You never can tell, piazzato nell’iconica scena di ballo di Pulp Fiction.

Di Berry la stampa ha parlato molto, ma il più delle volte principalmente concentrata sugli scandali che lo accompagnavano, ovviamente scandali RUOCK. Dallo spiare giovani e meno giovani donne tramite telecamere nascoste mentre vanno al bagno alla passione per le minorenni , alla droga, alla violenza (anche sulle donne, non faceva distinzioni), alle rapine (quando aveva 17 anni), all’evasione fiscale quasi patologica (la sua fissa per farsi pagare in contanti portandosi dietro così valige piene di soldi è veramente surreale), al carcere che giocoforza attirava, viste le sue sane abitudini. Ma Chuck veniva da un ambiente poverissimo, era davvero un uomo di strada: con la grande intelligenza di essere stato uno dei primi a mescolare country bianco alla musica dei neri, risultando uno sperimentatore totale e soprattutto deciso a rivoltare la prassi dei visi pallidi che rubano ai fratelli di colore: lo immaginiamo proprio a dirsi tra se e se “e no brutti stronzi, stavolta arrivo io e vi frego”.

Certo poi la storia, che ovviamente è scritta dagli oppressori, ha deciso che lo scettro del rock “aveva da stare” tra le mani di un bianco belloccio, tra l’altro suo malgrado, visto la grande opera di Presely nel divulgare la musica nera alle masse bianche, e non solo di interpreti uomini, ma di donne: come la celeberrima cover di Hound Dog di Big Mama Thornton e la mitica Miss Rosetta Tharpe. Chuck invece, rispetto alle donne, si comportava in maniera essenzialmente misogina, e a dirla tutta era un pervertito accanito (per quanto crediamo che fossero più accaniti quelli che lo accusavano, tanto che volendo fare una statistica di perversione bianca a piede libero nella storia del rock, potremmo convenire con la teoria di Berry di essere stato perseguitato in quanto nero).

Nonostante questo nelle sue canzoni ne celebra non solo l’attrazione fisica ma soprattutto la meraviglia, l’amore che porta alle lacrime, come se fosse affetto da schizofrenia (magari togliamo il “come se fosse”…). Questo è il nodo cruciale del recente album di Berry, dal titolo esaustivo: Chuck. Un disco pieno di inni alla donna che il nostro ha licenziato nel 2017 all’importante età di NOVANT’ ANNI. Per questo il disco sarà anche l’ultimo, l’indefesso rocker lascerà infatti questo pianeta prima della sua uscita ufficiale. Pianeta che si staglia sulla copertina di quello che, prima della pubblicazione di Chuck, fu il suo album di inediti finale, ovvero Rockit del 1979. Una chitarra simile all’astronave madre di Star Wars (film per l’appunto uscito in quell’anno) lo sorvola: Berry ha all’epoca 53 anni, per i tempi di oggidì potrebbe essere considerato ancora un giovanotto. Ma comunque nato nel 1926, e stare appresso alle nuove leve della new wave non è cosa facilissima.

Ascoltando i Joy Division, però, si accorge che ci sono delle affinità con le antiche jam session di Muddy Waters e BB King, anzi in pratica è la stessa cosa solo con differenti strumenti ed effetti: si esalta per i Talking Heads di Psyco Killer per la loro spinta “funk”. Questo rivela Berry alla fanzine Jet Lag nel 1980, non sappiamo però se facesse il finto tonto, visto che i suoni di Rockit risultano già in un territorio avanzato, almeno di due anni più avanti, con batterie trattate quasi come pad elettronici (Seventeen Seconds dei Cure uscirà solo un anno dopo) e chitarre con chorus abbondanti (e anche qui siamo avanti prima che tutti ne acquistassero uno).

Basti ascoltare l’apertura di Move It e ci troviamo di fronte alla personale interpretazione di Berry rispetto alla New Wave. Potremmo addirittura ipotizzare senza avere torto che i Sigue Sigue Sputnik abbiano preso di peso la visione di RockIt per le loro autistiche scorribande “roll” nel seminale Flaunt it, così come è innegabile che Herbie Hancock non si è fatto scappare l’occasione per scippargli un nome così ghiotto per la sua hit single (appunto, la straconosciuta Rock it del 1983, che conserva nel riff portante di campionatore lontani echi delle schitarrate di Berry). Ascoltando il disco si sente un Berry che attraversa l’epoca della musica minimale e ossessiva trovandosi tutto sommato a suo agio, doppiando la sua voce con i suoi testi “caldi” in un contesto sonoro “freddo”, con brani “pillola “, autentiche schegge di pochi minuti, il che lo fa sembrare più il disco che i Devo avrebbero voluto fare e non sono mai riusciti a scrivere, piuttosto che il parto di uno scafato rocker. A parte roba storta che sembra pescata da Kid Creole and the Coconuts come Havana Moon (remake di un suo brano degli anni cinquanta), troviamo veri inni al “fun fun fun” (l’irresistibile If i Were) , ballate d’amore (come la pleonastica I Need you baby), e pure uno spoken word sgangherato come Pass away che, soprattutto per i suoni, è rap dei Run DMC ante litteram.

Insomma c’è molto di più del classico repertorio rock, in un disco che ovviamente lo stesso pianeta sorvolato dalla sua semiacustica in copertina ignorerà bellamente, fermo al periodo d’oro di Berry pre-1965 in un modo forse – quello sì – ciecamente reazionario. Tanto reazionario che riserverà la stessa sorte ai dischi precedenti, nonostante presentino segni di bizzarria qua e là. Almeno la critica però si accorge che Rockit non è proprio quella che diremmo una “stronzata”, e molti ne lodano il coraggio. E sfido io, come già detto il disco sembra uscito dal 1984: i popolari Dire Straits di Love Over gold, per dire, dovrebbero ergergli una statua (solo che a confronto sono ovviamente inascoltabili), ma anche certi gruppi no wave per l’uso di ritmiche zoppicanti e bassi appositamente scordati. È un disco a suo modo sperimentale, non ci sono se né ma, ma dopo questa incisione Berry non si dedicherà più ad inediti, quanto a campare di rendita con i vecchi successi, cercando di fare più soldi possibili, insistendo nel fare concerti con backing bands sempre più “scrause” trovate sul posto, tali da prendere valanghe di soldi lui e gli altri solo gli spiccioli e manco un grazie.

Altra grande lezione di “rock n roll swindle” che applicheranno ad esempio i PIL durante il loro tour dell’83 con la “wedding band”, immortalata in Live inTokyo (ovvero una serie di turnisti senza arte né parte che saranno presto licenziati senza problemi a calci in culo). Però ecco, quando meno te lo aspetti, nel 2017, dopo ben quattro decenni, Berry riciccia inaspettatamente fuori con Chuck, che è il suo testamento di… novantenne, cazzo, vogliamo nuovamente sottolinearlo (non riuscirà purtroppo a sopravvivere per vederlo uscire). E troviamo un artista che ha ancora molto da dire, soprattutto a livello strumentale/vocale sembra quasi ringiovanito e non solo a causa delle moderne tecniche di registrazione, è proprio lui che sembra voler ripartire da zero con l’entusiasmo di un ragazzino. Ci sono ospiti speciali certo, vedi Tom Morello dei Rage Against The Machine e soprattutto i suoi figli, cosa che dà un particolare tono di intimità alla faccenda: ma prima di tutto c’è il rock come motore di tutta una vita.

Berry in questo caso mira a mescolare la proverbiale classicità della sua scrittura con un sound moderno e particolarmente scuro, che ammicca ai suoni del nuovo mainstream con le chitarre, ma nello stesso tempo lo nega per scavare nella tagliente zozzura dell’underground attuale (certi suoni chincagliati di sei corde elettrica non vi ricordano delle cose degli Swans? E certe compressioni non vi ricordano un approccio HD in una sorta di ritorno al futuro?) e non nega anche delle uscite quasi hard rock (a proposito, sapevate che il famoso duck walk di Angus Young degli Ac/ Dc è l’ennesima invenzione del grande vecchio?).

Come avevamo anticipato prima, il rapporto di Berry con le donne non è stato certo esemplare, ma questo album è interamente dedicato alla moglie, un vero e proprio omaggio alla musa di tutta una vita. Con brani come Wonderful woman, e Lady b good (la quarta versione della più celebre Johnny be Good, stavolta un inno alla potenza muliebre), nonché la dedica alla figlia, Darlin’, in cui i testi presagiscono una fine scritta che ha visto però tanti soli nascere e morire, sono degni di un grande poeta del rock. Oppure la funkeggiante ma spappolata, quasi un rock “atonalizzato”, She still loves you che non manca di grandi picchi melodici e la suadente e sottilmente rocksteady Jamaican Moon che inciampa inaspettatamente in una visionarietà quasi barrettiana nonostante sia un remake del remake (la solita Havana moon).

Ma ci sono anche momenti simil gangsta rap: Dutchman è un esempio di una forma musicale diciamo di musica “giovane” nera tradotta in un classico hard blues, un’operazione al contrario. E poi Eyes of a Man, uno zozzo rock blues complessato che incredibilmente pare il manifesto della redenzione del Berry antifemminista: il testo parla chiaro, «but few men will prise / her cause and omen / some may not even understand / mosto f the struggle borne by woman / is seldomly held in the eyes of a man». Insomma, che rivoluzione il vecchio Chuck! Ci piazza anche due cover tanto per gradire (You go to my head e ¾ time), ma la cosa più importante è la carica che esce dai brani scritti di suo pugno. Chuck voleva scrivere un disco che rimanesse come i suoi intramontabili brani, un testamento massiccio. C’è riuscito? Beh possiamo dire che Chuck è un disco che va sentito più di una volta per capirne il vero valore (altro che i 5 e i 6 dei vari critici Pitchfork oriented); una volta carpite tutte le sfumature e messa da parte la superficialità d’ascolto che spesso è a lui destinata, troverete un disco che è comunque un testamento di energia.

Perché, sì, it’s only rock n roll, ma stavolta Berry ha tempestato di gemme le strade lastricate di questi brani, e sta alle nostre orecchie raccoglierle. Sfidiamo chiunque a novant’anni a scrivere un disco così: spazza via gran parte dei dischetti di certi rampolli che spacciano la loro mosceria per potenza. D’altronde i giovani, come già detto, li ha inventati Chuck: così li ha fatti, così li disfa. Perché «Any old time you use it / It’s gotta be rock’n’ roll music / If you wanna dance with me».

13 Marzo 2020
13 Marzo 2020
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