Temporali

Father John Misty, l’antidivo che gioca a fare la star

I canoni estetici nella musica (in particolar modo in quella dai contorni pop), si sa, giocano un ruolo di primaria importanza. E per questo il celebre modo di dire “l’abito non fa il monaco” crolla una volta messo di fronte alle logiche divoratrici dello show business (compreso quello musicale), dove l’opera d’arte (per usare un termine alto) il più delle volte deve fare i conti con ogni forma di apparenza. Dietro a questa logica si nasconde, senza ombra di dubbio, lo spettro del capitalismo (chiamatelo mercato, se volete), che con la sua forza cannibalesca è solito triturare qualsiasi cosa passi tra le sue mani. Per avere la meglio su di esso, senza per questo capitolare e dargliela vinta, la sola cosa che resta da fare è quella di scendere a compromessi e provare a “combatterlo” dall’interno. Difficile, vero, ma non impossibile. Ecco, perciò, che analizzare il percorso artistico di uno dei più chiacchierati songwriter americani degli ultimi anni – stiamo parlando di Father John Misty, al secolo Joshua Tillman – può risultare interessante e, perché no, simpatico. Lo spunto ce lo ha dato un editoriale apparso sul sito internet della rivista inglese NME firmato da Jordan Bassett, il quale, negli scorsi giorni, ha stilato una top 8 dei momenti più esilaranti del “mistico” cantautore del Maryland. Superficialmente potrebbero apparire semplici provocazioni (Bassett, non a caso, li definisce troll) ma in realtà dietro ad esse (pensiamo noi) si potrebbe leggere un tentativo del Nostro di far venire a galla le ipocrisie dello showbiz, il quale, nella sua apparente innocenza, continua a mantenere intatto il suo lato più cinico, sottomettendo sé stesso e tutto ciò che lo circonda al dio denaro.

Tillman è arrivato a capirlo dopo anni di militanza come batterista nella folk band dei Fleet Foxes (ruolo da gregario che gli consentiva di tirare a campare, ma che di fatto gli è sempre andato stretto: «A posteriori, posso dire che non hanno avuto un ruolo così ampio nella mia vita: quando ero in tour con i Fleet Foxes, ero semplicemente “in tour” con i Fleet Foxes. Ho sempre fatto anche altre cose, scrivevo le mie canzoni, ed è così che nato anche Fear Fun» aveva confidato in un’intervista rilasciata alla nostra Giulia Antelli) e dopo aver passato gran parte della sua carriera ad incidere dischi ispirati al Nick Drake più intimista e lugubre (ascoltare per credere i sette album pubblicati sotto il suo vero nome di battesimo) e destinati a finire nell’oblio. Poi nel 2010, durante una seduta lisergica a base di funghi allucinogeni («sono stato dentro un van con abbastanza funghetti per soffocare un cavallo e mettermi in viaggio lungo la costa senza un preciso luogo dove andare»), l’illuminazione: svestire i panni del musicista serioso, tutto d’un pezzo ed emotivamente straziato, per indossare quelli dello showman. Non a caso, nella stessa intervista Tillman rivelava: «Credo che più che di un cambio di identità, si sia trattato semplicemente di accettare alcune cose di me, i miei impulsi, il mio senso dell’umorismo […] volevo essere uno di quegli artisti rispettati ma sconosciuti, far parte di quel club mi sembrava una cosa molto romantica. Poi, con Fear Fun, ho avuto come una rivelazione: ho capito che questo modo di essere non mi veniva naturale. In realtà nulla lo era: il modo di pensare, di parlare, di scrivere, non facevano parte di me. Dovevo sentirmi a posto con me stesso, ed è così che è avvenuto il cambio di personalità, liberando alcuni eccessi del mio carattere».

Molti suoi fan (per lo più legati al character fleetfoxiano) sono rimasti spaesati di fronte alla ventata di novità. Smarriti nel chiedersi quale sia il vero Joshua, assecondando così il primo obiettivo del Tillman showman, ovvero alimentare mistero e confusione. Ma mentre nell’aspetto JT è rimasto pressoché quello di sempre (se non per il radicale taglio di capelli e barba per mano della sua musa Emma, documentato dal videoclip di Nancy From Now On), ciò che ha destato maggiore perplessità è stato il suo nuovo atteggiamento, ben più disteso, ammiccante e provocatorio rispetto a quello certamente più introverso e cupo della prima ora. Ne ha risentito anche lo stile musicale, non più ancorato al minimalismo dark-blues-folk ma fluttuante in un mix di generi disparati (dall’honky-tonky al soft rock, passando per il gospel, il soul e l’elettronica, vedi la splendida True Affection).

La versione 2.0 del cantautore del Marylan, per usare le parole di Jonathan Valania, giornalista del magazine Magnet, sembra essere uscita «da un film di Hollywood, un metafisico thriller incentrato sull’evasione di un uomo ingiustamente condannato che riesce a fuggire grazie al potere liberatorio del rock’n’roll e delle droghe psichedeliche». Una liberazione personale che si è adattata al contesto artificiale e feroce di cui sopra. Per far fronte a questo, l’arma di auto-difesa scelta da FJM si basa quasi esclusivamente sull’ironia, l’umorismo e la provocazione, già ampiamente riscontrabili nei testi del primo Fear Fun (basti pensare a Writing A Novel, rock’n’roll baldanzoso in cui il cantautore non nasconde di voler strangolare Neil Young e in cui dà forma a un immaginario quadretto con protagonisti i filosofi Heidegger e Sartre seduti davanti a una tazza di poppy tea) e che raggiunge il suo apice con Bored In The U.S.A («“sarcastic ballad”» – come l’ha definita in sede di recensione Giulia Antelli – «che in un profondo crescendo di pianoforte tratteggia il cinico ritratto di un privilegiato ragazzo bianco cresciuto all’ombra del sogno americano, con la voce suadente a contrapporsi al vuoto spietato di una società concentrata sulle sue ossessioni – dal culto della forma fisica alle sette religiose, dai mutui subprime ad un sistema politico fallimentare») nell’ultimo iper-celebrato I Love You, Honeybear. E poi ancora lo studio di una performance live a tratti pacchianamente teatrale, ma non per questo meno onesta, («Se si tratta di una performance, preferisco essere “autenticamente falso”, piuttosto che “fintamente autentico”» rispondeva sibillino a un’intervista apparsa su Rolling Stone), farcita di ammiccamenti e trovate provocatorie (come quando, ospite al Letterman Show, durante l’esecuzione della già citata Bored In The U.S.A, si sdraia a mo’ di pascià lungo il pianoforte).

Ma le migliori trovate FJM le ha fatte registrare prendendosi gioco del sistema discografico/musicale, nonché di alcuni suoi colleghi ben più orientati verso la fama e il successo-a-tutti-i-costi. A partire dal più recente lancio di una linea di merchandise ispirata a quella ideata da Kanye West per la promozione di The Life of Pablo e ribattezzata The Life of Padre. O ancora facendosi beffe di Ryan Adams e del suo 1989 – album composto per intero da cover dell’omonimo disco di Taylor Swift – definendolo «una trovata grottesca» e riproponendo a sua volta le versioni di Blank Space e Welcome To New York in stile velvetundergroundiano (salvo poi doverle rimuovere dalla pagina YouTube su ordine di un Lou Reed che in sogno gli avrebbe detto: «cancella quelle tracce. Non evocare i morti, io non sono il tuo giocattolo!»). E poi ecco il Tillman antisistema, quello che ospite nella sede Spotify, si esibisce in una live-session versione karaoke, accompagnato da una macchina dei fumi e da effetti luminosi che definire pacchiani è poco, e che si lascia andare ad abbracci ed effusioni con un pubblico a disagio e sbigottito. O che, durante le premiazioni degli ultimi Brit Awards, al momento della proclamazione del “Best International Male”, nomination per la quale era in corsa ma poi vinta da Justin Bieber, si fa cogliere dalle telecamere intento a schiacciare un pisolino. E che dire infine, del FJM versione imprenditore che per l’uscita di I Love You, Honeybear annuncia la creazione di una piattaforma di streaming musicale (chiamata SAP e accompagnata dallo slogan “Cultivating the music world’s new axis of anti-evil: Freedoming, discoverness, and sharehood”) alternativa ai grandi colossi, in cui è possibile ascoltare il nuovo lavoro solo ed esclusivamente in versione Muzak (“musica da ascensore”, ndSA)?

Ecco, prendersi gioco del sistema per riuscire a preservare la propria integrità e i propri valori, per poterli conservare immutati nella vita di tutti i giorni e non essere risucchiato dalla spirale del successo. Forse è proprio questo Joshua Tillman, o Father John Misty che dir si voglia: l’anti-divo che gioca a fare la star a carte scoperte, facendo venire a galla le ipocrisie che infestano il sottosuolo dello showbiz musicale. E per questo, ma non solo, «We love you, FJM!».