Temporali

Non loro. Io.

Arrivammo al Teatro Tenda con un certo anticipo. E lo trovammo chiuso. Nei dintorni non c’era un’anima. Posteggiammo allibiti e raggiungemmo l’entrata. Vi trovammo appeso un cartello, grande, con una scritta vergata a mano. Diceva, se non ricordo male: «Il concerto dei Radiohead è stato spostato al palazzetto dello sport causa eccessiva richiesta di biglietti». Ci guardammo, sei occhi che si rimpallavano la perplessità e la concitazione del momento. Eravamo all’oscuro di quello spostamento. Nessuno di noi tre aveva controllato su internet, e avevamo un buon motivo per non averlo fatto: nessuno di noi tre disponeva di un collegamento internet, in quel 1997. Era il 30 ottobre, per la precisione. Ricordo che il senso di panico si accompagnava bene al freddo umido e all’oscurità. Risalimmo in auto e ci dirigemmo al palazzetto dello sport. Non ci volle molto ad arrivare. Lì sì che c’era gente. Tanta gente. Le cronache riportano che a quel concerto assistettero più di cinquemila persone. E lo spettacolo fu all’altezza.

Se dovessi descrivere con una parola ciò che provai quella sera, direi: liturgia. Colta nel momento del passaggio da The Bends a Ok Computer, la band di Oxford sembrava voler rovesciare sui presenti tutta la forza della sua poetica. Che alle mie orecchie significava, più o meno: stiamo perdendo tutto, ma saremo incandescenti facendolo. E quella incandescenza sarebbe stato il segnale inconfondibile della nostra umanità residua, tormentata e problematica, a cavallo tra vecchio e nuovo secolo, con lo spauracchio del millennium bug a serpeggiare simbolico nell’intercapedine tra prospettive sempre più strette, sempre meno progressive. Ci sarebbe da dire che per quel concerto i Radiohead potevano disporre di una opening band che rispondeva al nome di Sparklehorse, ma si divagherebbe troppo.

Restiamo a quello che fecero Yorke e soci in quella sera di quasi venti anni fa. Sopravvissuta solo Creep dall’esordio Pablo Honey, le venti canzoni ondeggiavano tra le scalette dell’ultimo e penultimo lavoro con un’intensità spaventosa. Li trovai, già allora, mostruosamente bravi. Ogni canzone sembrava scolpita nell’aria e nella luce, ed erano giochi di luce semplici ma travolgenti, magmatici. Ne uscii con la sensazione nitida di avere assistito a una performance grandiosa. Nessuna band delle nuove leve mi aveva fino ad allora convinto e avvinto a quel livello. Non è più successo con nessuna altra giovane band. In nessun caso avevo avuto la sensazione che un pugno di ragazzi sul palco – soprattutto di quel tipo, l’aria da nerd torturati da una sensibilità irrequieta e incauta – potessero trasformarsi, oltrepassare la loro fisicità e rendersi capaci di rovesciarti addosso tanta potenza espressiva. Trasformarsi, sì.

In 20.000 Days On Earth, il bel documentario su Nick Cave per la regia di Ian Forsyth e Jane Pollard, c’è una scena in cui il Re Inchiostro e l’ormai sodale Warren Ellis parlano a proposito di un concerto di Jerry Lee Lewis. Ellis sostiene che dopo qualche canzone in cui il vecchio rocker sembrava stare sul palco a guadagnarsi la pagnotta, ad un tratto era accaduto qualcosa. Qualcosa di paragonabile allo scatto di un interruttore misterioso, dopo di che il buon Jerry Lee era tornato a essere il Killer. Una trasformazione. Quella, sembrano dire Cave ed Ellis, è l’essenza di un buon concerto. Qualcosa deve accadere, e i musicisti devono accettare il rischio, devono farsi carico del talento e dell’energia per diventare qualcosa di sorprendente, di sconvolgente. Per trasformarsi.

Se penso ai concerti che più mi sono piaciuti, non posso che concordare. In ognuno c’è un momento in cui tutto cambia e dopo il quale nulla è più come prima: i Sonic Youth ad Arezzo Wave che d’un tratto ci spianano sotto a uno schiacciasassi di rumore bianco, i R.E.M. che incendiano il palasport di Casalecchio con Crush With Eyeliner, Steve Wynn che esita un attimo prima di pronunciare «…in Merrittville» ed è un attimo in cui il cuore si ferma, oppure Dylan, sì, sua Bobbità, che improvvisa una strana danza a Perugia, facendosi beffe dell’universo. Sono solo alcuni esempi. Quanto ai Radiohead, obbedivano naturalmente a questa regola. Quel “naturalmente” sta per: con naturalezza.

La seconda volta che li vidi, in piazza Santa Croce nel giugno del 2000, alla vigilia di Kid A, fu diverso, ancora una volta diverso, sconcertante. Sembrò annunciare un’angolazione nuova con cui affrontare il rock. Ero vicinissimo al palco, praticamente sotto, e potevo sentire distintamente i mormorii di Yorke seduto al piano: masticava la parola “rock” come se la rimpiangesse e la detestasse nello stesso momento. Tutto quel concerto fu un annuncio, non necessariamente positivo. Ma illuminante. Ancora una volta, fu una specie di liturgia. Pyramid Song, nel bis, mi lasciò assieme incantato e atterrito. Sapevo di aver oltrepassato qualcosa. Lo sentivo.

Se ho scritto quello che ho scritto fin qui, è per scrivere quello che sto per scrivere. Da quella splendida e a suo modo avventurosa sera in piazza Santa Croce, ho visto i Radiohead dal vivo altre due volte, sempre e solo a Firenze. Al piazzale Michelangelo per il tour di Hail To The Thief – supporter i grandissimi Low – e pochi giorni fa alla Visarno Arena, assieme ad altre cinquantamila persone (circa). Due concerti diversi ma simili, perché mi hanno mostrato una band matura ma non arresa. Sempre mostruosamente brava. Solo un po’ più disponibile: Yorke in particolare, nel concerto della Visarno Arena, si è mostrato a tratti addirittura piacione. La band si è dimostrata capace di sfoderare una scaletta che somiglia a un best of senza sembrare eccessivamente ruffiana, anzi riservandosi zone di invenzione, di azzardo e raffinatezza. Soprattutto, oggi, ti sembra che di scalette del genere i Radiohead sarebbero in grado di confezionarne almeno tre, tutte altrettanto generose. E che pochissime altre band al mondo potrebbero permettersi di fare altrettanto.

Potevano permetterselo, ad esempio, i R.E.M. Quei R.E.M. che anni fa, molti anni fa, all’apice del successo planetario, consacrarono i Radiohead volendoli come opening band. Stipe, in una celebre dichiarazione, si disse impressionato dalla loro bravura. Fu una specie d’investitura, certo, ma anche un’indicazione: la via da seguire è quella, cari ragazzi. Guardate noi: vendiamo, ma non ci svendiamo. Non è facile, ma avete abbastanza talento per riuscirci. Quest’ultimo aspetto è in sostanza quello che ho da dire del concerto fiorentino dello scorso 14 giugno. Musicalmente, non si può dire molto altro. A parte forse due parole su Myxomatosys, che con i suoi ispessimenti pseudo-hip hop è sembrato un pezzo uscito ieri e non 14 anni fa, mentre le rasoiate in coda a Idioteque hanno ravvivato un pezzo già profetico di suo. Quanto al resto, sia messa agli atti la consueta, poderosa perizia tecnica, il senso del palcoscenico, l’ottima interazione tra effetti scenici (mai banali) e musica, oltre a una convinzione nel far vivere i pezzi ancora tutt’altro che arresa. Il giudizio quindi è: bravi Radiohead. Bravissimi.

C’è però un problema, ed è che durante tutta la serata – due ore e un quarto di concerto – Yorke e soci hanno fatto benissimo quello: i Radiohead. Al massimo. Perfettamente. Come nessun altro è in grado di fare. Due ore e un quarto in cui non ho avvertito, mai e poi mai, la possibilità di venire condotto altrove, una ipotesi di oltrepassamento, di sbalordimento. La liturgia, che sempre presuppone la presenza – la compresenza – del mistero, è diventata una celebrazione. O, se preferite, è stata declassata a una formidabile commemorazione. Molto, molto bella. Ma nient’altro che questo. Un give the people what they want che non ha mancato di ottenere risultati – lo spettacolo infatti è stato molto apprezzato dalla quasi totalità dei presenti, a giudicare dai commenti sui social – ma che personalmente fatico ad accettare dai Radiohead. Che sta agli antipodi, in definitiva, rispetto ai motivi per cui ho amato e amo i Radiohead. Che sta agli antipodi rispetto a ciò che cerco nel rock, rispetto a ciò che per me è il rock. E che potrei farmi bastare, certo, ma non può essere sufficiente per giustificare a me stesso – ormai decrepito quarantasettenne – la spesa e la fatica (svincolarsi dall’ufficio, dalla famiglia, dal mal di schiena, individuare il parcheggio, trovarlo, poi tramvia, ore di attesa, file per i token, per la birra, per il panino, per pisciare…) fisiologiche in un concerto di questa portata.

Della mia età, con tutto ciò che significa, so che devo tenere conto. Infatti, mentre le canzoni scorrevano e ne valutavo l’effettiva bontà senza avvertire nessuno scatto, nessuna molla, non facevo altro che dirmi: «sono io, non sono loro». Certo: mia la colpa. Non loro. E neppure del ventenne che pochi centimetri dietro di me urlava tre volte il titolo di ogni canzone perché tutti fossimo ben informati del fatto che l’aveva riconosciuta, poi iniziava a cantarla, non accontentandosi di cantare ma interpretando, addirittura imitando Yorke (santiddio), quindi non contento canticchiava pure i fraseggi di chitarra e i giri di basso. Ripeto: i fraseggi di chitarra, i giri di basso, qualche volta anche i riff di tastiera. Paranoid Android l’ho vissuta così, odiando l’entusiasmo di quel ragazzino che rovinava la bravura dei Radiohead nel fare i Radiohead come nessun altro è in grado di fare. E dicendomi: «sono io, lo so. Sono io. Non sono loro». Oppure no. Forse sono anche un po’ loro. Loro che adesso – adesso – vogliono che sia così. Ed è giusto, se mi guardo intorno, se considero quello che sta succedendo al rock, che sta succedendo a noi. E’ giusto che loro lo vogliano. Ed è giusto che forse, forse, lo abbiano sempre un po’ voluto. Così come è giusto, infine, che a me sembri un po’ triste.

(Comunque, alla fine tutto sarebbe andato bene e mi sarebbe sembrato più bello, convincente, avvincente, se avessi potuto chiudere gli occhi, chiuderli e sparire completamente, perdermi tutto, del tutto, anche solo per pochi istanti, su Like Spinning Plates. Ma non l’hanno suonata. Non lo hanno fatto. Ed è, ancora una volta, giusto.)