Recensioni

Raggiungere il traguardo dei venticinque anni di carriera non è roba da tutti, ma quando ci arrivi senza scendere a compromessi, senza mettere un freno alla tua libertà artistica e attraversando generi musicali e sconvolgimenti di line-up, allora l’impresa assume i caratteri del miracolo.
I Motorpsycho sicuramente rientrano in questa categoria di band. A meno di un anno di distanza dal buon Still Life With Eggplant, la formazione norvegese, capitanata da Bent Sæther e Hans Magnus Ryan, torna con Behind The Sun, andando a ricalcare quei territori che aveva già esplorato nei precedenti Heavy Metal Fruit, The Death Defying Unicorn e Little Lucid Moments e chiudendo un’ipotetica tetralogia dedicata al prog-rock. Un viaggio di sola andata verso la faccia oscura del Sole, in cui i tre di Trondheim macinano riff e ritmiche con mestiere e classe, dimostrando ancora una volta di sentirsi pienamente a loro agio con un genere musicale che ha scritto sia pagine importanti di musica contemporanea, sia pacchianate di dubbio gusto. Superfluo dire che i Motorpsycho hanno preso il meglio dal prog, sintetizzando in maniera impeccabile la lezione impartita dagli Yes e dai Genesis, e arricchendo il vocabolario di un linguaggio che a fine Settanta aveva già finito benzina e idee.
Ottimi gli episodi del disco: si va dalla ballad in tipica salsa Motorpsycho, Ghost (bravi Ole Henrik alla viola e Moe Kari Rønnekleiv al violino), alla marmorea The Promise – sicuramente uno dei pezzi più ispirati, non solo dell’intero disco, ma anche dell’ultima produzione della band -, passando per la suite strumentale di 7 minuti Kvæstor, che al suo interno racchiude l’infernale galoppata Where Greyhounds Dare, scelta come traccia apripista del disco. Hell, part 4-6: Traitor/The Tapestry/Swiss Cheese Mountain e Hell Part 7: Victim Of Rock, quasi a sottolineare la chiusura di un cerchio, completano la suite cominciata nel precedente Still Life With Eggplant con Hell, part 1-3.
Tra i segreti di una prolificità che ha pochi eguali (ultimamente solo Ty Segall e i Thee Oh Sees, seppur in ambienti diversi, sembrano toccati dallo stesso sacro fuoco) ci sono sicuramente le collaborazioni con musicisti esterni, alcuni dei quali talmente apprezzati e chiamati di frequente da diventare membri della band a tutti gli effetti. Il caso di Reine Fiske è sicuramente il più significativo: chitarrista degli svedesi Dungen, Fiske si è inserito negli oliati meccanismi del gruppo, sintonizzandosi perfettamente sulle stesse frequenze chitarristiche di Snah e portando in dote in sala di registrazione – e su questo lavoro si sente, eccome – concretezza e una ventata di freschezza.
Muscoloso e ispirato, Behind The Sun è tra i migliori album di una band ancora lontana dal nadir della propria carriera.
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