20 brani di Daniel Johnston che dovreste conoscere (ma che forse non conoscete)

Lo scorso settembre se ne andato a soli 58 anni Daniel Johnston, dopo una vita flagellata dalla malattia mentale – rubricata alle voci “disturbo bipolare” e “schizofrenia” – ma anche gratificata dalla capacità di riuscire a sintetizzare proprio quella vita in un canzoniere doloroso almeno quanto poetico. Un modo di parlare di sé nei testi delle canzoni lontanissimo dal filtro della retorica che caratterizza spesso i musicisti di mestiere, per certi versi estremamente ingenuo e diretto, ma proprio per questo commovente ed empatico come pochi altri.

Una produzione sterminata fatta di audiocassette registrate in casa con pochi mezzi e la giusta ispirazione: materiale che molti di noi non esiterebbero a definire semplicemente dei “demo”, ma che nel suo caso rappresenta invece la discografia ufficiale, oltre che l’elemento estetico che più caratterizza la sua musica. Insomma, Daniel Johnston non sarebbe stato lo stesso senza QUEL suono masticato e barcollante, disturbato e meravigliosamente analogico, in una parola – tra l’altro tanto di moda in quegli anni Novanta che lo videro brillare e al tempo stesso perdersi – lo-fi.

Eppure, di questa produzione così vasta e dispersiva la maggior parte di noi conosce solo una minima parte, che il più delle volte corrisponde ai brani raccolti in tre album fondamentali: quel Hi, How Are You: The Unfinished Album registrato nel 1983 e arrivato fino alle orecchie di Kurt Cobain (ricordate la famosa maglietta indossata dal leader dei Nirvana con stampata sopra una rana – o forse un alieno – dai lunghi occhi-antenne, che poi era l’immagine di copertina del disco?) e decisivo nel far conoscere Johnston nei giri alternativi statunitensi; il Fear Yourself prodotto magistralmente da Mark Linkous degli Sparklehorse e uscito nel 2003; il doppio CD The Late Great Daniel Johnston: Discovered Covered pubblicato da Gammon nel 2004, raccolta e al tempo stesso reinterpretazione da parte di musicisti indie più o meno noti di alcuni dei migliori brani di Johnston. Quest’ultimo, un lavoro capace di sdoganare la sua musica anche nel Vecchio Continente e che ha rappresentato forse la vera pietra angolare del suo “successo”.

Oggi, 22 gennaio 2020, sarebbe stato il cinquantanovesimo compleanno di Daniel Johnston: abbiamo deciso di festeggiarlo armandoci di pazienza e andando a riascoltare tutta la sua produzione, per selezionare 20 brani che non rientrassero nei tre dischi citati ma meritassero comunque di essere riscoperti, vuoi per ragioni strettamente “documentaristiche” (tutti trattano tematiche connesse con la vita dell’artista, come la malattia mentale, gli amori impossibili, la religione, l’isolamento sociale e molto altro), vuoi perché li riteniamo parentesi musicali particolarmente significative e riuscite. Va da sé che la scelta è irrimediabilmente soggettiva e da ricondurre al gusto di chi vi scrive.

Due postille prima di lasciarvi. La prima riguarda la struttura dell’articolo: un breve commento introduttivo e il link al testo precedono l’audio YouTube di ogni brano. La seconda è un consiglio spassionato che ci sentiamo di darvi: oltre ai dischi già citati, se volete conoscere l’universo di Daniel Johnston procuratevi almeno Fun e Yip / Jump Music, lavori passati un po’ sotto silenzio qui in Italia ma che ci sembrano piccoli capolavori da riscoprire. Se poi decideste di approfondire ed esplorare un canzoniere peculiare e sorprendente, potreste scegliere di affidarvi a Songs Of Pain e More Songs Of Pain, o magari ai più “recenti” Artistic Vice e 1990.

Non resta dunque che farti gli auguri, caro Daniel Johnston. Se nell’aldilà esiste davvero un contrappasso degno di questo nome, troverai sicuramente lì il true love che hai sempre cercato inutilmente in vita. E chissà che il tuo idolo, John Lennon, non riesca a metterci una buona parola…

 

Playlist Daniel Johnston

Casper The Friendly Ghost (da Yip / Jump Music, 1983)

Più che una canzone, un alter-ego, vista la passione irrefrenabile di Johnston per il personaggio, che si trasforma in un’autobiografia indiretta con un crescendo irresistibile nelle strofe.

Testo del brano

 

Don’t Play Cards With Satan (da 1990, 1990)

Un’ossessione per la religione nata in seno alla famiglia d’origine che la malattia trasforma in questo blues atipico, disperato e sopra le righe.

Testo del brano

 

Joy Without Pleasure (da Songs of Pain, 1980)

Chi l’ha detto che solo i bluesmen sanno scrivere canzoni sul sesso?

Testo del brano

 

Chord Organ Blues (da Yip / Jump Music, 1983)

Il blues è fatto anche di «big mistakes».

Testo del brano

 

Mind Movies (da Is And Always Was, 2009)

«I’m just a psycho trying to write a song / And talk is cheap, I’m just a creep for your love», con un retrogusto psichedelico che non guasta e un suono corale a dar man forte.

Testo del brano

 

Laurie (da Artistic Vice, 1991)

L’amore (platonico) più bello e al tempo stesso doloroso mai raccontato, per l’unica e sola musa di Daniel Johnston. Ogni riferimento a fatti o persone è assolutamente reale. Ogni delusione, bruciante.

Testo del brano

 

Love Wheel (da Fun, 1994)

L’amore è una ruota che gira e può «ipnotizzarti» in un attimo. Un rock & roll basale ma energico che gli amati Beatles avrebbero inciso volentieri.

Testo del brano

 

Life in vain (da Fun, 1994)

«Don’t wanna be free of hope / And I’m at the end of my rope / It’s so tough just to be alive / When I feel like the living dead»: una musica angelica che nasconde un testo senza speranze.

Testo del brano

 

I’ll Do Anything But Break Dance For Ya, Darling (da Retired Boxer, 1984)

A volte l’amore ti lascia come un pugile stanco e con la radio rotta. E magari con un “gospel” tra i denti solo da cantare…

Testo del brano

 

Loner (da Don’t Be Scared, 1982)

Mi piacerebbe essere tuo amico, ma sono sempre stato un solitario fin dalle scuole superiori. E vorrei essere felice come te…

Testo del brano

 

Phantom Of My Own Opera (da More Songs Of Pain, 1983)

Testo fiume che è più una visione che la realtà. Ma tu lo sai, «indosso una maschera / e non devi chiedermi / a chi sto pensando».

Testo del brano

 

The Beatles (da Yip / Jump Music, 1983)

Le ossessioni possono assumere varie sembianze. Nel caso di Daniel Johnston, i Beatles non sono solo una band, ma il modello a cui aspirare, anche nella carriera musicale. God bless them for what they’ve done.

Testo del brano

 

You’ve Got A Funny Sense Of Humor (da The Lost Recordings II, 1983)

«Ti ho detto che ti amavo / e che non potevo vivere senza di te / Tu hai sorriso / e te ne sei andata col becchino»: un senso dell’umorismo sarcastico che diventa per Johnston la disperazione più nera, mentre vede la sua Laurie sposarsi con un impresario delle pompe funebri. Più che una canzone, un diario.

Testo del brano

 

Sad And Lonely (da The Lost Recordings, 1983)

«All alone / And you feel you could cry»…

Testo del brano

 

Urge (da Songs Of Pain, 1980)

Let It Loose dei Rolling Stones diventa una dichiarazione di impotenza di fronte a un amore impossibile: «sono un tipo così strano / non mi prenderà mai seriamente […] a volte penso di abbracciarla / ma l’immagine diventa sfocata».

Testo del brano

 

An Idiot’s End (da Songs Of Pain, 1980)

«Conoscerla vuol dire amarla / e io l’amo, ma non la conosco»: ennesima declinazione sul tema dell’amore e su come a volte ci faccia sentire indifesi e incapaci di gestirlo.

Testo del brano

 

Tuna Ketchup (da Songs Of Pain, 1980)

Un brano con qualche punto di contatto con And I Love Her dei Beatles, ma in chiave drammatica e decisamente da loser: «ho fatto qualche disegno per lei / e anche dei poster / cercavo qualcuno da amare / le ho permesso di calpestarmi / e di insultarmi».

Testo del brano

 

Rocket Ship (da Yip / Jump Music, 1983)

Per scappare da una realtà che non ci piace a volte basta immaginare di essere su una nave spaziale in partenza per il Pianeta X. E allora 10…9…8…7…6……

Testo del brano

 

Scrambled Eggs (da The What Of Whom, 1982)

Una introduzione piuttosto lunga con una voce di donna (probabilmente la madre di Johnston) che rimprovera il musicista: non fatevi ingannare dal mood jazzy del brano, qui non si scherza. «Nessuno capisce il mio dolore / no, nemmeno tu».

Testo del brano

 

Man At War (da More Songs Of Pain, 1983)

La metafora della guerra ben si adatta a un uomo costretto a combattere ogni giorno per rimanere se stesso. Lo scenario descritto è di quelli classici e apocalittici, con figure che spuntano in mezzo al fumo della battaglia, ma non c’è esercito che accompagni un uomo in una guerra che è «senza una ragione».

Testo del brano

 

Bonus Track

I Will (da More Songs Of Pain, 1983)

Non poteva mancare l’omaggio agli amatissimi Beatles, con questa cover di I Will che in quattro versi dice tutto: «Who knows how long I’ve loved you / You know I love you still / Will I wait a lonely lifetime / If you want me to, i will».

22 Gennaio 2020
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