Marilyn Manson e Evan Rachel Wood (Foto: Getty Images)

La complicata separazione della persona dall’artista. Di Marilyn Manson, Ariel Pink e Phil Spector, molestie e opere artistiche

Henry Roth ha fatto sesso con sua sorella, una cosa orribile. Ma leggo ancora i suoi libri. Certo la prospettiva cambia. Anche se non è che scrivesse poesia pastorale. Quando leggo un libro anche se è un romanzo  so che la trama non viene fuori dal nulla. Non ho mai pensato che Roth fosse un tipo buono e gentile. Ma resta un ottimo scrittore. E continuerò a leggerlo. Se fosse vivo, magari non ci farei due chiacchiere. Ma è morto. E dovremmo leggere i suoi libri
Fran Lebowitz, Una vita a New York, 2021

Evan Rachel Wood, attrice trentatreenne nota per aver interpretato il ruolo di Dolores nella serie tv Westworld, ha formalmente accusato Marilyn Manson di molestie in un post di solo testo pubblicato su Instagram lo scorso 1 febbraio. «Il nome del molestatore è Brian Warner – scrive – mi ha molestata per anni. Mi è stato fatto il lavaggio del cervello, sono stata manipolata e sottomessa. Ma ora ho finito di vivere nella paura di ritorsioni e rappresaglie. Sono qui per smascherare quest’uomo pericoloso e chiamare in causa le tante realtà che hanno assecondato tutto questo. Lo faccio prima che rovini altre vite. Sto dalla parte delle tante vittime che a loro volta verranno allo scoperto»

In tutta risposta, Vanity Fair ha pubblicato le testimonianze di altre quattro donne che si sono fatte avanti raccontando a loro volta le vicissitudini con la rockstar, storie di molestie di natura psicologica, intimidazione e violenza sessuale. La voce più autorevole tra loro rimane però quella di Wood, che in una IG Story del 6 febbraio fornisce ulteriori dettagli sulla vicenda menzionando tentativi di estorsione ai suoi danni tra cui quello perpetrato da Leslee Lane e Lindsay Usich (la moglie di Brian) lo scorso dicembre sotto la minaccia di pubblicare alcune compromettenti foto quando era ancora minorenne «per rovinarle la carriera».

Ciò che più conta è che l’attrice aveva dettagliato nei particolari la sua vicenda prima nel 2018 davanti al sottocomitato Giudiziario della Camera dei Rappresentanti (all’interno delle udienze volte all’approvazione della Carta dei Diritti dei reduci da molestie sessuali in tutti gli Stati americani) e in seguito, l’anno successivo, davanti ai legislatori californiani a nome della Phoenix Act, la normativa che ha modificato lo statuto concernente le limitazioni per i crimini legati alla violenza domestica. L’attrice non aveva mai fatto finora il nome del suo aggressore, non esplicitamente perlomeno. I due ebbero una relazione dal 2007 al 2010 e all’inizio di questa Warner aveva 36 anni e lei 18.

La storia non è nuova e di controversie la carriera di Manson è piena. Gli hardcore fan del Reverendo sanno tutto, ad esempio che a Spin nel 2009 il cantante aveva dichiarato «di voler spaccare il cranio di Wood a martellate» e che alle domande di Metal Hammer sulla vicenda il cantante aveva fatto rispondere un portavoce delegato, il quale attestava la positiva opinione che le ex partner avessero di lui, liquidando le frasi più pepate dell’assistito come «mosse teatrali di una rockstar che sta promuovendo un nuovo album».

Di questi tempi le cose si muovono in fretta: nelle 24 ore successive alle dichiarazioni dell’attrice e delle altre accusatrici, Warner viene scaricato prima dalla label Loma Vista e poi dai cast di due serie tv in cui doveva comparire come performer e attore, ovvero American Gods (già iniziata) e Creepshow (di prossima programmazione). In difesa di Wood si fanno avanti Phoebe Bridgers e Rose McGowan. La prima ricorda l’episodio in cui da adolescente finì con degli amici a casa del rocker e rimase di sasso quando quest’ultimo le menzionò una fantomatica “camera degli stupri”. La seconda rimarca di non aver subito nella loro breve relazione gli orrori raccontati da Wood ma non per questo, dice, è lecito supporre che la sua storia non sia vera. Entrambe inoltre denunciano con forza la “setta” o il “sistema” che lo ha protetto finora. «L’etichetta sapeva, il management sapeva, la band sapeva», sbotta la Bridgers, già testimone di un caso di cui diremo più avanti (quello di Ryan Adams). Si fa avanti anche Wes Borland, nella band del rocker per nove mesi, e poi nei Limp Bizkit. «Ero spesso a casa sua quando stava con Evan Rachel Wood – scrive – e non tirava una bella aria». E ancora: «non ascoltate coloro che affermano che queste donne “Si sono fatte avanti soltanto ora”. Cazzo stanno dicendo la verità. Lui è così. Ha un talento enorme, ma è un tipo incasinato, ha bisogno di essere tenuto a bada, di smetterla con le droghe, di venire a patti con i suoi demoni».

La discussione cresce di ora in ora, di giorno in giorno. E mentre Manson non si fa trovare al telefono e la polizia fa un sopralluogo nella sua abitazione per accertamenti, e pure lo storico manager lo scarica, sono in molti a voler sentir parlare le fidanzate storiche di Warner a partire da Dita Von Teese, la cui relazione con il rocker è durata ben sette anni, di cui uno circa da sposati. Naufragato il matrimonio con la show girl del burlesque, Manson si era legato proprio con Wood ma da quanto lei stessa ha dichiarato via Instagram il loro rapporto, precedente a quella turbolenta relazione, non è stato costellato da molestie e violenze ma “solo” da continui tradimenti, motivo per il quale la storia si è conclusa a un anno scarso dal matrimonio.

Nel frattempo, sempre via social media, su spinta di alcune tra le sopracitate protagoniste, è partita un’indagine informale per comprendere chi fossero i complici di Manson, e a venir fuori è il nome di Trent Reznor, ovvero il produttore, divulgatore e mentore dei primi due lavori di Manson, Portrait of an American Family e Antichrist Superstar. La fonte che più utenti citano è il libro The Long Hard Road Out of Hell, l’autobiografia che Warner ha scritto assieme a Neil Strauss alla fine degli anni ’90, un libro in cui fiction e realtà si fondono in un’orgia di autocompiaciute nefandezze. All’epoca la pubblicazione aveva avuto un buon gioco nel delineare i tratti di una figura estrema a tutto tondo, anche nella vita privata oltre che nella sfera artistica. E tra gli aneddoti inanellati ce n’era uno piuttosto becero riguardante proprio il suo mentore.

Secondo la ricostruzione, il frontman dei Nine Inch Nails sarebbe stato suo complice nel molestare una ragazza ubriaca in una delle tante notti brave vissute assieme. E se questa storia fosse rimasta all’interno della narrazione del libro probabilmente non avrebbe goduto di alcuna credibilità. Il problema è che l’aneddoto è stato indicato da Manson in un’intervista mai pubblicata dall’Empyrean Magazine nel 1995 come premessa del loro sodalizio. Della serie, notte brava il giorno prima e firma del contratto il giorno dopo. Fatto dal quale Trent Reznor non poteva che prendere pubblicamente le distanze, cosa che ha fatto a strettissimo giro, respingendo ogni coinvolgimento in quella storia e ribadendo di aver rotto ogni rapporto con lui circa 25 anni fa.

Nel 2009, il frontman, in un’intervista concessa a Mojo, aveva descritto Manson come un tipo maligno e machiavellico che «avrebbe calpestato chiunque pur di oltrepassare ogni limite di scorrettezza». Warner, dal canto suo, aveva affermato a Zane Lowe nel 2017 che i due si erano riconciliati menzionando una email scritta proprio da Reznor in cui si rammaricava del fatto che «la musica non fosse più pericolosa come una volta», e che «non era manco parente di quella che avevano prodotto loro ai tempi». Le versioni non coincidono ma una cosa è indubbia: negli anni ’90 l’estremismo MTV-compatibile di entrambi aveva dato a una generazione uno spazio in cui esprimere l’odio per le convenzioni e le ipocrisie di una società coercitiva, che imponeva acriticamente stili di vita e religioni non più accettabili per lo spirito dei tempi. Secondo Amanda Petrusich del New Yorker, l’iconografia e la ferocia di Manson in particolare hanno aiutato tanti adolescenti ad accettarsi, ad annullare le distanze rispetto alla diversità che percepivano nei confronti dei loro coetanei. Non è la prima cosa a cui si pensa parlando di Manson ma la sua figura è stata importante non solo nelle sottoculture goth, ma anche per moltissimi queer kids. Non a caso è stato icona di produttori, performer e drag queen.

Anche il look di Arca è senz’altro debitore verso Manson, ad esempio, ma la differenza tra i due è importante per comprendere i limiti della figura di Warner, il cui maledettismo rock – col suo egocentrismo e machismo unito alla sete di violenza – è un background completamente assente nella formazione dell’artista venezuelana.

Facciamo un salto indietro di un mese. Il 7 gennaio è trapelata sui social una foto postata dalla regista Alex Lee Moyer sul suo profilo Instagram, raffigurante la suddetta in compagnia dei musicisti John Maus e Ariel Pink, stesi sul letto di una camera d’albergo. La didascalia recita «the day we almost died but instead we had a great time» (per i non anglofoni: “Il giorno in cui stavamo per morire, ma alla fine ci siamo divertiti”), la geolocalizzazione indica “Washington D.C.”; uno più uno e sì, c’erano anche loro alla protesta (poi esplosa in assalto) di Capitol Hill, del giorno precedente.

Tempo qualche giorno e Mexican Summer, l’etichetta per la quale il songwriter incide i propri album (l’ultimo Dedicated to Bobby Jameson è del 2017) e con cui ha sottoscritto una partnership per la ristampa di alcuni suoi vecchi inediti del periodo “Haunted Graffiti” (attraverso la sublabel Anthology), decide di farlo fuori dal roster. Questione d’immagine e c’è poco da stupirsi. L’aver partecipato a una protesta sul prato di Capitol Hill poi degradata in un riot all’interno del Campidoglio alla quale hanno partecipato estremisti di destra, Qanon-isti, nazi-metallari, cosplayer di Jamiroquai e persino dipendenti di aziende con ancora il cartellino al collo, non è qualcosa che poteva passare inosservata, soprattutto quando la ragion d’essere di quel giorno non era un meet and greet col presidente uscente, ma una protesta dalle malcelate intenzioni antidemocratiche basata su fake news diffuse dallo stesso capo dei Repubblicani e alle quali manco lui ha mai creduto veramente.

Che i democratici e altri poteri occulti avessero “rubato l’elezione” è una stupidaggine rigettata da tutte le Corti statunitensi degli Stati nei quali il tycoon abbia tentato di fare ricorso dai risultati elettorali in avanti. E della vittoria certa di Biden si sapeva già da un paio di settimane almeno. Quel che è certo è che Trump ha insegnato ai suoi a non accettare la sconfitta, a tentarle tutte, tra media e avvocati, per ribaltare un risultato, e così Ariel Pink (che a quel punto i più non sanno avere a carico un processo per molestie e una serie di Tweet pro-Donald alle spalle) non ci sta e si presenta alla rete americana storicamente più vicina ai Repubblicani e ai conservatori in genere, Fox News, per denunciare un ovvio torto subito.

Lo fa con una stella di David in bella mostra legata al collo, proprio lui che non ha mai sbandierato di esser ebreo, con gli occhi solcati da profonde occhiaie e un atteggiamento tra il dimesso e il disperato davanti a un Tucker Carlson che si è già preparato le domande e la sceneggiatura giusta per farlo apparire come un perfetto agnello sacrificale sull’altare dei perfidi democratici. Politici che peraltro, a Capitol Hill, quel 6 gennaio, se la sono vista brutta anzichennò. «Sembra che la gente voglia tirarmi giù proprio come ha fatto con Trump», biascica lui aggiungendo di non aver fatto parte dallo sfondamento delle risicatissime linee di polizia a difesa del Campidoglio e dei successivi tumulti, ma di essersene tornato in albergo assieme ai due compari dopo aver pacificamente manifestato sul prato della Casa Bianca.

È davvero giusto che Mexican Summer faccia saltare i ponti con uno dei suoi artisti più prolifici per un’opinione politica, per giunta pacificamente manifestata? E, anche se lo fosse, perché colpevolizzare un individuo delle sue scelte, andando ad intaccarne la reputazione professionale? Sono alcune delle ovvie domande che a questo punto dell’ipotetica docu-serie lo spettatore si pone.

Ariel Pink è un personaggio, l’alter ego di Ariel Rosenberg. Rosenberg, proprio come Kanye West, John Lydon, Azealia Banks e altri teneri egotici, è tra coloro che credono in Trump, non tanto nei repubblicani e nella politica stessa. All’interno della truppa è un tipo strambo che fa musica per uno sparuto auditorio, un cluster infinitesimale nel grande gioco dei numeri del mercato discografico. Ha il physique du role dell’outsider e tratta spesso di tematiche quali l’emarginazione e la sessualità nei suoi testi, nei suoi video, nella sua poetica marchiata comunque da un ghigno irrisorio, spesso auto-ironico, sostanzialmente dada. Uno che all’interno di un fantomatico continuum di musiche ideologicamente schierate si piazza sul lato opposto dei movimenti nazi punk e dei metallari destrorsi.

C’è però un altro aspetto. Mentre Pink si mostra drammatico agli occhi di Carlson, attuando il suo pentimento per mezzo televisivo, Pitchfork pubblica un carteggio che svela le sue posizioni processuali. C’è una causa intentata dall’ex fidanzata Charlotte Ercoli Coe per abusi e c’è quella da lui mossa per dichiarare false quelle accuse. In quest’ultima Pink chiede alla corte di impedire alla ragazza «di contattare o accedere ai media per raccontare la sua storia, compresa la spedizione di una lettera alla Mexican Summer in cui denunciava il suo comportamento nel chiaro tentativo di farlo scaricare da quest’ultima».

Al giornalista di Fox News il songwriter ha ammesso di non aver manco i soldi per pagarsi un avvocato non menzionando – ovviamente – nulla di tutto ciò. Né l’una né l’altra causa erano note e questo fino a quando quest’ultima, scopriamo sempre via Pitchfork, viene da Rosenberg persa in quanto la Corte Suprema di Los Angeles la ritiene strumentale a un comportamento intimidatorio, inserendola quindi nello storico delle cause SLAPP (Strategic Lawsuit Against Public Partecipation), ovverosia azioni legali tese a scoraggiare la controffensiva della parte citata – una strategia che viene spesso utilizzata dalle multinazionali per tutelarsi da accuse di vario tipo (ad es. denunce ambientali e/o relative a palesi violazioni dei diritti civili).

Hai capito Ariel, accusato di abusi psicologici e fisici da parte della ex, le ha a sua volta fatto causa tramite l’avvocato per il quale non ha soldi da spendere sperando di scoraggiarla dal proseguire per vie legali e contemporaneamente tamponando fughe d’informazione. Non sta venendo fuori un bel quadro del personaggio e per questo venir legati a qualcuno il cui profilo è stato chiacchierato nel modo in cui lo è stato Pink significa seriamente compromettere reputazione e giro d’affari. E non è solo una questione di vendite del suddetto catalogo e di chi potrebbe scegliere di non comprarlo più ma anche di relazioni contrattuali, quelle che in questo caso la sua (ex) etichetta discografica tiene con altri artisti che potrebbero ritenerla connivente rispetto ad un atteggiamento e ad un modus operandi.

Discorsi questi che s’innestano in un più ampia discussione sui confini e sui paletti da apporre tra l’artista e l’uomo, e tra questi e l’opera artistica. Tema ancor più caldo nel caso di Pink anche perché intersecato con quello della celeberrima cancel culture, da lui stesso (e non a caso) evocata.

Che l’autore di Pom Pom, disco promosso peraltro con tattiche shock value di cui diremo, l’abbia tirata in ballo non è un caso, consapevole com’è che alzare quel cartellino lì significa evocare un variegato contorno di opere culturali che negli scorsi mesi sono state discusse e criticate per specifiche motivazioni legate alla razza, al gender e alla parità tra i sessi, e per le quali è passato il messaggio che nei loro confronti serpeggi un’occulta manovra di cancellazione per mano di una fantomatica intellighenzia fatta di DEM e BLM affamati. Già proprio lui che, adottando fin dai tempi del sopracitato Pom Pom un immaginario queer-compatibile è rimasto un convinto misogino ed è un probabile «1000% predator», come lo ha descritto la Coe nel preoccupato (e preoccupante) carteggio avuto con il vice di Mexican Summer, Keith Abrahamson.

Che ci sia la manina dell’alt-right e che persino le nostre destre abbiano ormai preso becera familiarità con i balsamici effetti del suddetto preconcetto, si traduce in quanto facilmente Ariel Pink, il nostro donchisciottesco artista non allineato, passi per vittima di una cancel culture così architettata che vorrebbe togliere di mezzo la sua e altre opere culturali entrate nella storia. La giornalista e scrittrice statunitense Claire Dederer, nel saggio What do we do with the art of monstrous men? pubblicato nel 2017 da Paris Review, partiva dall’analisi di Manhattan di Woody Allen per arrivare a sostenere che un po’ mostruosi bisognava essere per fare arte e, in definitiva, potevamo continuare ad ascoltare Wagner e a guardare i film di Polanski. D’altro canto, se emergono gli aspetti più intimi e torbidi del Woody Allen o del Polanski di turno, è logico che sarà più difficile fruire la loro opera nell’ottica di ciò che hanno commesso, e il nostro giudizio, indipendentemente dalla stima professionale e artistica, cambierà, così come è possibile che venga travisato il senso delle opere stesse.

James Levine è un grande artista. Straordinario. Non dico di non credere a tutte queste accuse. Ammettiamo che siano vere al 100%. Ok era il direttore d’orchestra alla Metropolitan Opera. Capisco che debbano licenziarlo. Ma è necessario eliminare tutte le registrazioni… perché? Questo non lo capisco. Era per evitare che ricevesse i diritti d’autore? Restano opere straordinarie, è un grande artista. Licenziare persone colpevoli, beh questo è assolutamente giusto… …ma smettere di leggere i libri o ascoltare musica. Mi sembra insensato 
Fran Lebowitz
, Una vita a New York, 2021

Poi senz’altro c’è chi tenta di risolvere la questione disintegrando l’artista, togliendo di mezzo quanto di suo sia possibile togliere (like, follow, file ecc.). Esistono oggi, e non sono poche, persone fortemente intransigenti riguardo a questo tema così come coloro che sono disposti a considerare il perdono (o una sospensione del giudizio?) nei casi in cui l’arista incriminato mostri reale pentimento: sono note ormai da tempo le accuse rivolte da più parti (in primis l’ex fidanzata FKA Twigs) nei confronti di Shia LaBeouf, attore hollywoodiano che non ha mai nascosto il suo difficile rapporto con il padre. LaBeouf ha rigettato molte delle accuse che gli sono state rivolte, ma si è volontariamente sottoposto al programma di prassi per il recupero da tossicodipendenze (nel suo specifico caso, un serio problema di alcolismo, sempre riconducibile, a sua detta, al padre), il cosiddetto 12 step. Metaforicamente, un bel concetto: compiere 12 passi verso la sobrietà e il riscatto, senza aver mai chiesto veramente scusa a nessuno e con l’avvocato ad occuparsi delle faccende legali.

La storia di LaBeouf si affianca a quella di un personaggio sicuramente meno noto, le cui vicende extra-artistiche sono riemerse proprio mentre l’opinione pubblica stava alimentando la macchina del fango anti-Pink: James Alex, membro fondatore dei Beach Slang, indie-rock band da Philadelphia, adesso scioltasi proprio per delle accuse di molestie psicologiche mosse nei suoi confronti dall’ex-manager, Charlie Lowe. Il caso in questione vede la famiglia di lui diramare mezzo social un comunicato in cui emergono delle serie problematiche di natura psicologica. Alex si è spontaneamente sottoposto a un programma di riabilitazione dopo un tentato suicidio, e i toni dimessi del comunicato sottintendono un pentimento da parte del diretto interessato.

La manager, vittima delle molestie, non ci sta, replica che i traumi passati non possono rappresentare una valida giustificazione per quelli causati ad altre persone, sottolineando inoltre che nessuno si è scusato con lei, né a mezzo del suddetto testo né in altro modo. Anche qui come nel caso di LaBeouf abbiamo una persona che ha sbagliato a causa di un noto trascorso sul quale si è fatto luce e che ora verrà recuperata seguendone un altro. Un iter che risponde a un più ampio discorso sull’individualismo nella società americana e in quella occidentale in genere. Una persona sbaglia, paga, rinasce (forse) e lo fa seguendo un percorso che ha al centro sempre la persona stessa, con i suoi bisogni ancor prima dei suoi desideri. La società si configura come un prodotto della sua mente, non come reticolo di relazioni. La pubblica ammenda è il lasciapassare, l’atto strumentale attraverso cui perpetrare l’inganno della catarsi – Lazzaro è tornato a camminare, tutti lo vedono e ne gioiscono, pronti ad accoglierlo di nuovo come membro rispettabile della comunità. Eppure, la metamorfosi è avvenuta dietro le quinte, mentre nessuno guardava.

Ryan Adams, still dall’esibizione da James Corden nel 2017

Un altro musicista che rientra giocoforza in questa indagine è Ryan Adams, il cui caso ha tenuto banco per anni. Il cantautore americano ha infatti ricevuto accuse analoghe a quelle di Ariel Pink, e ad accomunarli c’è senz’altro del sano talento per il songwriting in cui entrambi eccellono da parecchio tempo, e in più occasioni e pubblicazioni sulla lunga distanza. Talento riconosciuto dai più e che ha fatto registrare ai lavori di entrambi anche buoni posizionamenti nelle classifiche di fine anno nei consueti portali di riferimento. C’è poco da girarci attorno: se abbiamo osannato quei dischi in passato non è certo per la figura carismatica di chi li ha prodotti, ma per la bontà dell’opera in sé per sé, per la capacità di scrittura e per l’azzeccato arrangiamento.

Tornando ai fattacci, al contrario di Pink (o di James Alex), la posizione di Adams è un po’ più complicata e indifendibile. Ad accusarlo di molestie sessuali e psicologiche non è una donna sola che, e torniamo alla presunzione di innocenza, potrebbe aver esagerato i toni o che potrebbe venir smontata dall’arringa dell’avvocato della difesa; le accusatrici sono molteplici. Non abbiamo accesso ai verbali del processo, non abbiamo il quadro completo dei fatti e quindi preferiremmo non lanciarci nello sport al quale giocano gli americani quando decidono che un loro beniamino non è più tale, ma ci sono evidenze e prove fattive più convincenti.

Dicevamo di Adams, tornato in attività pubblicando lo scorso anno Wednesdays, dopo che si era esposto con le pubbliche scuse del caso. Il suo nome è stato infangato da uno di quegli articoli-inchiesta che valgono agli occhi dell’opinione pubblica tanto quanto una sentenza della Cassazione. E beninteso gli argomenti messi in campo dalle sette vittime sull’autorevole NY Times lascia ben poco spazio alla presunzione d’innocenza. Che Phoebe Bridgers, l’ex moglie Mandy Moore, una ragazza minorenne ed altre si siano messe d’accordo per rovinargli la carriera è alquanto improbabile. E che le accuse più gravi – ovvero quelle legate alla pedofilia – siano cadute secondo un carteggio dell’FBI emerso a metà gennaio, nulla toglie a un profilo di molestatore e imbonitore (per la serie, ti faccio capire che se ci stai ti posso aiutare a far carriera ecc.) poco lusinghiero, soprattutto quando il nostro Adams ci metteva del suo e, in un messaggio inviato alla sua accusatrice minorenne, si paragonava per ingiustizia subita ad un R. Kelly, il rapper da vent’anni accusato a più riprese di numerosi reati a sfondo sessuale, soprattutto con il coinvolgimento di minori. Il punto anche qui è che Adams non si è mai scusato direttamente con nessuna delle sue accusatrici. Lo ha fatto genericamente a mezzo stampa, come ribadito dall’ex moglie interpellata la scorsa primavera. La differenza rispetto al passato è che gli equilibri sono cambiati.

Peggio di R. Kelly in campo musicale ci sono pochi personaggi nella storia della musica del dopoguerra. E Phil Spector, recentemente deceduto, è senz’altro uno di questi. Il suo è inoltre un caso interessante per comparare due epoche storiche. Negli anni ’60 ai tempi delle Ronettes, il famoso produttore aveva già manifestato tutti i nefasti segnali di quel comportamento molesto, violento e control freak che lo porteranno anni più tardi all’arresto. Il suo tratto distintivo era quello di puntare la pistola contro le donne che non facevano quello che lui comandava. E una di queste, trent’anni più tardi, s’è presa una pallottola nel cranio per non averlo fatto. C’è stata un’epoca nella quale gli Spector e i Weinstein potevano fare ciò che volevano senza che nessuna delle loro malefatte fosse denunciata su un solo quotidiano. Ma quel tempo fortunatamente è finito. Al suo posto c’è un mondo iperconnesso in cui prima o poi le verità vengono a galla ma è anche lo stesso di prima, quello in cui le accuse possono cadere come castelli di carta.

Potrebbe essere il caso di Maynard James Keenan, accusato nel 2018 di molestie sessuali per fatti risalenti al tour con gli A Perfect Circle di inizio 00s e di moltissimi altri, ognuno di questi accomunato dal fatto di esistere all’interno di un mondo che è quello dei social che, proprio come quello della politica, antepone e impone la polarizzazione al ragionamento e alla ponderazione. Schierarsi e estremizzare porta a una serie di inevitabili paradossi, per la serie che vorremmo l’artista senza inibizioni di sorta e l’uomo campione della cause umane. E andiamo inevitabilmente in cortocircuito nel momento in cui scopriamo che non è così. Paradosso nel paradosso è anche notare come questo atteggiamento conviva con la morbosità con la quale divoriamo storie come quelle di Sid Vicious e Charles Manson, in cui l’elemento biografico è il combustibile del culto e del mito.

Non ascoltare più i dischi di Ariel Pink e indagare sui crimini più efferati assieme agli agenti di Manhunter sono fatti che convivono nelle nostre sinapsi senza troppi drammi. Se volessimo essere coerenti dovremmo trattare i mostri consegnati dalla Storia con gli stessi parametri con i quali giudichiamo gli artisti tacciati ora di mostruosità. Crediamo abbia molto più senso riappropriarci del concetto di opera d’arte come qualcosa di emancipato rispetto a chi la produce, ripensando a quest’ultimo come tramite, ovvero come qualcuno che ha dato alla luce qualcosa provando nell’attimo successivo un profondo senso di perdita. Si partorisce non a caso un’opera d’arte e poi nel condividerla con il mondo quest’ultimo se ne appropria e questa non è più esclusiva di chi – mostro o meno – l’ha fatta nascere e se n’è distaccato.

Dir questo non significa affatto giustificare la persona, che è giusto che risponda di ciò di cui si è macchiato davanti al mondo e alla giustizia. Dir questo non significa sia facile separare la persona dall’opera, in particolare se i misfatti compiuti da quest’ultima sono freschi, ognuno di noi è libero di posizionarsi all’interno di un continuum che vede da un lato persona e opera come un tutt’uno e dall’altro questi fattori come separati e/o separabili.

Il tempo aiuta sicuramente a consolidare la nostra posizione all’interno dello spettro, ma c’è un altro aspetto: per chi la fruisce, l’arte si rinsalda nella memoria grazie a un canale privilegiato – quello delle emozioni – mentre per la società tutta diventa memoria collettiva, ed è quest’ultima a risultare pervasiva. Questa memoria (con tempi decisamente più lunghi) può essere riscritta, senza dubbio, ma il tempo, abbiamo visto, riaccende, in un modo o nell’altro, alcune opere riconsegnandole a una Storia mai scritta una volta per tutte, né mai totalmente imparziale. Emblematico il caso di Ronnie Spector che, alla morte dell’ex marito, un vero mostro comprovato, ha affermato: «Riesco ancora a sorridere ascoltando la musica che abbiamo composto assieme e lo farò sempre. Quella musica è per sempre».

Un sempre legato a quel qualcuno che la tramanda e al modo in cui lo fa. Un sempre in questo caso legato a una specifica persona e sensibilità che non vanno prese come ricetta universale. Non è dato sapere se l’ex Ronettes abbia o meno perdonato l’uomo Spector, sono affari suoi. Per ciò che concerne il focus di questo articolo, Ronnie Spector ha trovato una propria strada nel fruire – e collocare nei propri ricordi – l’opera che entrambi hanno contribuito a creare. E così la Storia ha, a sua volta, trovato un posto al Wall Of Sound e alla produzione spectoriana.

Spetta dunque a noi trovare la nostra via o anche non trovarla affatto, trovarne una e in seguito ritornare sui nostri passi. Gli album di Manson, Pink, Adams ecc. del resto non sono stati tolti dalle piattaforme di streaming né dagli scaffali dei negozi.

articolo aggiornato il 15 febbraio 2021