La fantastica anomalia. Intervista a Any Other

«È buffo, perché è qualcosa di cui non mi sono resa conto subito, ma è maturata nel corso degli anni. Il fatto che Any Other, per quanto sia una mia creatura, non è né una band né un progetto puramente solista. Il nome stesso – chiunque altro/nessun altro – mi fa riflettere parecchio. Alla fine mi piace pensare che sia qualcosa che parte da me, ruota intorno a me, ma in definitiva è come a una stanza con la porta aperta in cui le persone possono entrare e uscire a seconda dei bisogni di ognuno. Con educazione»

Con queste parole, naturalmente a posteriori, Adele Nigro riassume il progetto che l’ha tenuta impegnata negli ultimi quattro anni abbondanti, nel corso dei quali la musicista classe 1994 ha raggiunto traguardi che hanno a dir poco dello straordinario. Dal disco d’esordio Silently. Quietly. Going Away (2015) alla collaborazione con Colapesce, fino al lavoro in produzione con svariati altri artisti (Halfalib, Generic Animal). Il 14 settembre 2018 uscirà il suo secondo album, Two, Geography, che sancisce l’esordio con 42 Records e imposta una rotta musicale decisamente nuova e già matura. In una Milano inondata ancora dal sole cocente dell’estate, ci accoglie a braccia aperte e con la sua spontaneità contagiosa. Ci parla del disco in uscita, ma anche del percorso musicale ancora tutto in divenire con Any Other, del rapporto con la nuova etichetta, di it-pop, di trap e, naturalmente, di politica. Perché tutto è politica.

Quello che si nota subito ascoltando Two, Geography è il cambio di rotta netto rispetto al disco d’esordio. Da che esigenza nasce questo secondo lavoro?

Se devo pensare al primo momento in cui ho cominciato a scriverlo, è stato prima dell’uscita del precedente, tre anni fa; avevo scritto già diversi pezzi, ma quelle versioni erano completamente diverse, decisamente vicine all’album che stava per uscire. Quindi, l’esigenza di intraprendere un percorso formale diverso è arrivata col tempo ed è stata una cosa che ho sentito in maniera naturale, perché sono cambiata io, al di là di quei cambiamenti personali che a vent’anni sono normali, ma soprattutto come musicista sono cambiate tante cose in questi ultimi tre anni. Ho cominciato ad avere un approccio diverso nei confronti della musica, degli strumenti che suono, dei miei ascolti. Non è stato un rifiuto di quello che facevo prima, ma l’esigenza di andare verso una strada che mi stava chiamando.

Di fatto, se nel primo album era chiara l’intenzione di lasciar fuori temi abusati come la classica canzone d’amore o, in senso lato, il sentimento amoroso, Two, Geography l’abbraccia completamente, con una progressione emotiva non indifferente che percorre tutti i brani presenti…

Sì, infatti siamo stati molto attenti alla tracklist; non è assolutamente un concept, però secondo me ha qualcosa in comune con l’idea di concept nella misura in cui parte da un punto e arriva ad un altro. Una volta avuti tutti i pezzi in mano, mi interessava dargli una dimensione che avesse un senso anche dal punto di vista temporale rispetto alla vicenda raccontata, in modo da rendere i brani più reali. Dal punto di vista della tematica è strano, perché è proprio quello che avevo rifiutato nel disco precedente, anche in modo un po’ fiero.

La depressione è un tema importante e nel disco riaffiora più volte…

Sì, se ne parla parecchio perché comunque, e non ho problemi a dirlo, sono una persona che ha sofferto (soffre?) di depressione, ed è una cosa con cui chiaramente devi scontrarti anche in una relazione; non è qualcosa che puoi lasciare fuori dalla porta o che la persona con cui stai possa lasciare fuori dalla porta, soprattutto quando già una relazione in sé non è sana. Quando ci sono di mezzo questioni di salute mentale, le cose si complicano, e negli ultimi anni ho dovuto farci i conti, come credo l’80% delle persone che vivono nel mondo occidentale.

Che ruolo ha e ha avuto Milano?

Un rapporto strano. Sono qui da cinque anni e ho trovato la mia casa. Nella città da cui vengo, Verona, non mi sono mai trovata veramente a casa, invece a Milano ho trovato una mia dimensione e una mia quotidianità; allo stesso tempo, però, la mia idea di Milano è molto diversa rispetto a quella più stereotipata, ovvero la città dei Navigli, delle feste, eccetera; io sto da tutt’altra parte. Negli ultimi anni, invece, ho fatto una vita intensa anche fuori da Milano, grazie al tour con cui ho suonato tantissimo, quindi il rapporto con la città e con la sua dimensione domestica è diventato un po’ borderline, perché quando sei abituato a dormire in mille posti diversi a volte succede che al tuo ritorno il tuo cervello non legga più quel luogo come casa tua. Più tempo passo fuori e più mi rendo conto di come può essere molto facile perdersi a Milano, dal punto di vista dell’identità e anche della stabilità emotiva, perché che piaccia o no è una città frenetica, che non è per forza una cosa negativa, però non ti permette sempre di fermarti e di fare le cose con calma o di coltivare relazioni. Io comunque mi considero una persona molto fortunata, perché dalla mia parte ho Marco [Giudici, aka Halfalib, ndSA] che è come mio fratello, il mio migliore amico, la mia stella del firmamento. È una sorta di rete di protezione, la mia famiglia d’adozione ce l’ho qui.

In Two, Geography si avvertono mille contaminazioni diverse: quali sono i tuoi ascolti prima di iniziare a comporre e registrare?

Se c’è una cosa voluta è il fatto di aver prodotto un disco molto eterogeneo. I pezzi suonano anche in modo diverso l’uno dall’altro. Negli ultimi anni ho ascoltato tante cose diverse, tanti nomi che prima non rientravano nella mia comfort zone, ma che adesso ci sono eccome. Ho cominciato ad ascoltare parecchio jazz e suonare uno strumento come il sassofono mi ha spinta ad avere curiosità in quel campo; ho fatto delle belle scorpacciate di ambient, molto folk come Jim O’Rourke, di quest’ultimo – al di là della bravura nella scrittura e nell’esecuzione – mi piace molto la commistione di generi diversi. Mi piacciono le contaminazioni, e quando pensi a Jim O’Rourke pensi “ok sì è indie-rock, è folk, però non è solo quello”. Mi piace la musica a metà.

Infatti, i tuoi non sono brani canonici dal punto di vista della struttura: non c’è il solito inizio-svolgimento-conclusione, ma una voglia di rompere gli schemi…

Sì, ho notato a disco finito che non ci sono ritornelli, e non è affatto cercata questa cosa. In realtà, quando lo ascolto mi dico che è un disco chiaramente pop, però mentre preparavo i testi per la grafica dell’album mi sono resa conto che non trovavo i ritornelli. Quest’ultimi appaiono sotto forma di interventi strumentali o cambi armonici, sono io che li concepivo come ritornelli, ma se qualcuno guarda solamente i testi dirà: “Non ci sono strofe, non ci sono ritornelli”. Ops!

Della scelta di cantare in inglese hai già parlato ampiamente. Tuttavia, specialmente per questo nuovo lavoro, mi sembra che il non soffermarsi troppo sul testo – per il pubblico italiano più generalista – possa aiutare a concentrarsi di più sulla ricerca sonora…

Probabilmente sì. Io ho sempre considerato il testo come uno degli elementi dell’insieme, per quanto io dia molta importanza a ciò che viene detto. Però non è un disco folk, non è uno di quei dischi in cui il testo è la parte centrale e dove il resto è di semplice supporto. Testo e musica sono due elementi che in questo album coesistono a livello paritario. Io sono dell’idea che i testi andrebbero comunque letti sempre, anche perché è una cosa che a me è sempre piaciuta fare, quindi spero vengano letti e recepiti. Quando ho arrangiato il disco ho cercato di farlo nel rispetto di quello che veniva detto, quindi quando il passaggio era denso, lo era anche dal punto di vista sonoro.

Si sentono moltissimi strumenti all’interno del disco, alcuni dei quali non avevi mai suonato prima…

Diciamo che di base i miei strumenti sono chitarra e sassofono tenore, con cui mi ha dato una mano anche Laura Agnusdei dei Julie’s Haircut; ma ho suonato anche il piano, il wurlitzer, il moog, e con questi non avevo familiarità, però è stato molto bello e mi ha aiutato ad aprire i miei orizzonti, dandomi anche degli input per il futuro (ovvero il periodo attuale).

E in più hai sentito l’esigenza di registrare tutto in proprio…

Sì, perché il disco precedente era stato letto – in parte anche a ragione – come quello di una ragazzina che ha fatto un lavoro onesto, diretto, grezzo – non voglio dire povero, perché dal punto di vista musicale non penso lo sia – ma elementare; d’altronde era il primo disco e non suonavo nemmeno da troppo tempo, quindi andava bene così. Con questo volevo scrollarmi di dosso tutto ciò, la mia aspirazione è quella di fare la musicista, quindi ho studiato e studio per migliorare. Mi sono detta: “ok faccio tutto io, ce la posso fare”. Non che ci sia niente di male nello stare in una band, anzi. Ti confesso, però, che mi è successo più di una volta che – sempre per il disco vecchio – i meriti venissero dati ad altre persone, ad esempio a Marco, perché se c’è un uomo che suona allora è bravo, invece se ci sono delle donne non sanno suonare, e io ho mi son detta: “Basta, adesso faccio vedere che in realtà sono una brava musicista, sono molto capace e quindi provo a fare da sola il più possibile”. Ed è stato proprio bello.

Com’è nata la collaborazione con 42 Records? Ti ha dato tutta la libertà di cui avevi bisogno?

Emiliano [Colasanti] e Giacomo [Fiorenza] avevano sentito il mio primo disco all’uscita, ma ci siamo conosciuti solo nell’estate 2016. L’occasione è stata l’apertura per il concerto dei I Cani, grazie alla chiamata di Niccolò [Contessa]. Da lì siamo rimasti in contatto. Poi, nel 2017, ho registrato alcune parti vocali sul disco di Colapesce [sempre 42 Records, ndSA] e, infine, l’estate scorsa ho preso in mano tutti i provini che avevo e ho deciso di chiamare Emiliano. Fortunatamente sono piaciuti tanto, e da lì sono andata a Roma, dove è stato molto bello scoprire che entrambi volevamo lavorare l’uno per l’altro, un po’ come quando alle medie devi chiedere a uno di uscire però non lo fai perché ti vergogni, ma allo stesso tempo l’altro vorrebbe la stessa cosa… Poi in studio abbiamo lavorato con Giacomo, l’altra metà di 42, ed è stato incredibile. C’è da dire che al mio arrivo a Roma avevo già una pre-produzione completamente chiusa, avevo scritto e arrangiato tutto, quindi si trattava solamente di andare a sostituire i file nella sessione. Ci sono molte cose che sono rimaste esattamente come in pre-produzione: ad esempio in Mother Goose, la versione che si sente è il provino, ed è stato un po’ strano perché si è trattato della prima volta che ho cantato un pezzo dall’inizio alla fine, perché l’avevo scritto, ma senza mai provarlo; era tutto nella mia testa, quindi quando l’ho registrato era veramente la prima volta che lo suonavo e mi sono innamorata di quella versione. Giacomo è stato eccezionale, ha rispettato il mio ruolo di produttrice, arrangiatrice, e si è messo a mia disposizione, direi con il cuore in mano. Tanto amore per i ragazzi di 42 Records.

Hai avuto anche lo stimolo di creare qualcosa direttamente in sala studio?

Per questo disco no. In realtà, ho voluto fare all’opposto rispetto al disco precedente; in quello sì, invece, alcuni pezzi erano pronti mentre altri sono cambiati in studio. Per Two, Geography volevo adottare da subito un altro metodo. Mi piace l’idea di provare a fare cose sempre nuove, provare metodi differenti, andare in luoghi (musicali) in cui non sono a mio agio. Per il futuro, però, vorrei provare a comporre direttamente in studio e vedere cosa viene fuori. Magari parto con un riff e da lì inizio a costruire. E poi – sempre in futuro – mi piacerebbe provare a dirigere anche altre persone, in modo che risultino più attive e non semplicemente come meri esecutori. Non per forza sotto il nome Any Other, ma anche come semplici esperimenti musicali. Mi piace l’idea di sperimentare dimensioni più collettive. Mi piace provare.

Hai parlato di Colapesce. Sappiamo che sei stata in tour con lui a supporto di Infedele. Come nasce questa collaborazione?

Con Lorenzo ci siamo conosciuti poco più di due anni fa, a Milano, dove era venuto a sentirmi. Io avevo apprezzato molto Egomostro, e da lì ci siamo tenuti in contatto facilmente, anche perché viviamo entrambi nella stessa città. Un giorno mi ha proposto di registrare le voci per il suo nuovo disco, ed è nata così, in modo molto spontaneo. Per me era una cosa molto bella, che si chiudeva lì, non avrei mai pensato che mi chiamasse anche per andare in tour insieme. E, invece, a settembre 2017 mi chiama e mi propone di suonare con lui nel tour di Infedele, e io pensavo mi chiedesse di fare la corista e per me sarebbe andata bene comunque, invece mi propone di suonare la chitarra solista, di fare le voci e anche il sax, e lì mi sono sentita volare. È bello dare un ruolo del genere a qualcuno che comunque ha dieci anni in meno di te, con tutto quello che ne consegue. Il tour è stato proprio bello. Sono molto grata che mi siano state date certe responsabilità, è stata un’esperienza che mi ha fatto crescere tanto.

Mi sembra che nella sua eterogeneità, 42 Records abbia un suo marchio perfettamente riconoscibile…

Lo so che sembrerò di parte, ma mi piace molto il loro modo di lavorare. Pur essendo artisti molto diversi, mi sembra che siano tutti davvero diretti nel loro lavoro, senza grosse costruzioni identitarie sopra, è tutto molto spontaneo, ed è una cosa che personalmente apprezzo molto. Penso a Cosmo, che è molto lontano da quello che faccio io, sia nell’approccio che dal punto di vista estetico, però mi sembra molto libero e spontaneo. I Cani mi piacciono molto, il loro disco – Aurora – lo abbiamo ascoltato parecchio durante il tour, e lo stesso Lorenzo, ma anche in generale penso a Laszlo, c’è un lavoro formale molto eterogeneo, ma alla fine sembra che ci sia come un filo rosso che ci tiene uniti tutti, sia dal punto di vista comunicativo che personale. È bello pensare che tra noi musicisti non debba esserci solo un rapporto professionale, ma anche umano e d’amicizia. E per me non è una cosa scontata.

Cos’è l’It-pop?

Eh, cos’è l’it-pop? È chiaro che so chi sono i Thegiornalisti, Calcutta, so che esistono e so cosa va al MiAmi. Se mi dici i nomi, so di chi stiamo parlando, ma per quello che faccio e per il fatto che lo faccio in inglese – e il tipo di “mercato” in cui mi inserisco è diverso – sono un fuori da quel giro. Sono a conoscenza di quello che va di moda in Italia, quello che riempie i club a Milano, ma allo stesso tempo mi interessa anche poco. Molte cose non mi piacciono, lo dico a cuor sereno, e non mi interessa nemmeno star lì a pensare a quanto non mi piacciono. Preferisco dedicarmi al resto.

Sponda Trap? Hai prodotto (insieme a Marco Giudici) il primo disco di Generic Animal…

Vale tutto sommato lo stesso discorso fatto prima. Sarei un’ipocrita se ti dicessi che non penso che ci sia stato un impoverimento. Ho come l’impressione che i ragazzini o l’ascoltatore medio abbiano delle necessità di ascolti di cui noi non abbiamo tenuto conto. Non per portarla sul piano politico, ma è curioso il fatto che ci sia un appiattimento nel panorama musicale così come in quello politico. Non credo che cultura sociale e politica siano lontane tra loro, e l’impressione che si ha da fuori è che non stia succedendo niente, e quello che succede è a metà tra il povero e il violento. Mi chiedo che ruolo vogliamo avere noi in questo contesto. Vogliamo reagire facendo gli snob e dicendo che i ragazzini non capiscono un cazzo o vogliamo creare un ponte per far vedere che può esserci un’alternativa? Quando vedo un problema, mi viene naturale chiedermi quale possa essere il mio ruolo, quanto sono complice del problema, se posso fornire un’alternativa a quello che sta succedendo. A me la trap non piace, ma è chiaro che a questi ragazzi serve qualcosa e noi ce ne siamo fregati, perdendo tempo a dire che erano stupidi; loro si sono rivolti a quel genere perché parla di loro. Io sono molto fiduciosa, non penso che le persone siano stupide. L’antidoto migliore è fornire un’alternativa. Quello che mi preoccupa – per quanto riguarda it-pop e trap – è che mi sembrano completamente disinteressati dal punto di vista dei contenuti a quello che succede intorno a noi, e qui mi rivolgo agli artisti. Mi sembra che a nessuno importi di quello che sta succedendo nel mondo o anche solo in Italia, e quindi mi chiedo il perché. Perché nessuno di noi parla del problema dei migranti? Perché nessuno accenna alle lotte per le unioni civili? È vero che siamo musicisti e il nostro lavoro è far musica, però mi sembra che ci sia l’urgenza di fare qualcosa nei momenti di maggiore difficoltà sociale. Dovremmo fare qualcosa.

14 settembre 2018
14 settembre 2018
Leggi tutto
Precedente
Flow #099 – Nuotando nell’aria Flow #099 – Nuotando nell’aria
Successivo
Flow #100 – Rooftop party Flow #100 – Rooftop party

etichetta

recensione

news

artista

Altre notizie suggerite