Intervista con Trentemøller. L’emozione dei contrasti

«Preferisco suonare sul palco con una band perché esprimo al meglio il contenuto dei miei lavori, che è orientato all’ascolto, non solo al movimento». Forse basterebbero queste parole – che Dane Anders Trentemøller concede al telefono in un mercoledì di inizio settembre – per comprendere l’evoluzione di un personaggio divenuto emblematico di una schiera di producer “ibridi e ibridati”. Il danese – come scrive Edoardo Bridda nel monografico a lui dedicato – è una delle figure chiave per comprendere un incrocio tra elettronica, intesa come musica prodotta con macchinari e inizialmente dedicata ai club, e lasciti del rock, che ha caratterizzato i percorsi di numerosi produttori a partire dagli anni Dieci.

Musiche che hanno alla base i ritmi e le strutture del clubbing ma si allontanano da questi mondi aprendo gli spazi a melodie, voci, accordi e arpeggi. Trentemøller, danese e amante della sua terra, ha trasferito nei suoi lavori un concentrato di sensazioni, passioni giovanili e emozioni del momento: si va dai paesaggi freddi e affascinanti della Scandinavia alla venerazione per le chitarre cupe di Cure e Joy Division passando per le visioni oniriche e dissonanti dei film di David Lynch. Dalla micro-house che strizzava l’occhio al post-rock, alle austerità di Sakamoto o al downtempo dell’esordio lungo The Last Resort, alla definitiva deviazione verso il post-punk con gli album Lost e Fixion, Anders ha seguito un percorso contrastante solo in apparenza, in realtà coerente perché legato dal ponte delle atmosfere cupe, meditative e in chiaroscuro che attraversano tutte le sue produzioni. Il producer, che da poco è diventato papà, ama i contrasti, delinea ambienti sonori dove luce e buio si alternano a intermittenza: non a caso, il suo nuovo album Obverse – in uscita il 27 settembre sulla personale In My Room – è definito dalla press release come il «tentativo di raccontare il rovescio della medaglia». È un disco freddo – nelle chitarre taglienti di matrice shoegaze, nell’andamento motorik che le sostiene o nelle voci gelide e strozzate di Jenny Lee delle Warpaint (l’estratto Try A Little) o di Rachel Goswell degli Slowdive – ma anche intenso, espressivo, accogliente. Proprio come si dimostra Anders nell’intervista concessa a Sentireascoltare.

Da poco sei diventato padre. Che impatto ha avuto questo evento nella produzione di Obverse?

Direi che non ha avuto un grande impatto. È accaduto di recente, un mese fa. Ero nel mezzo del processo di lavorazione per il nuovo album quando è nato mio figlio. In quel momento ho deciso che non avrei eseguito questo lavoro dal vivo. È stata una decisione importante ma che mi ha permesso di avere maggiore libertà di entrare in studio perché non avrei dovuto pensare a come ricreare i suoni sul palco. Forse anche per questo aspetto, Obverse è diverso dalle precedenti uscite.

L’album è dedicato ai contrasti, al “rovescio della medaglia”. È, ancora una volta, uno specchio della terra da cui provieni?

I contrasti sono sempre stati parte del mio suono: passavo dalla produzione elettronica a quella analogica o da atmosfere calde a sensazioni più fredde. Mi è sempre piaciuto “missare” due visioni differenti del mondo, raccontare qualcosa di molto bello dietro cui, però, si nascondono aspetti misteriosi. Soprattutto nelle strumentali del nuovo lavoro, ho tentato di saltare da ambienti diversi e contrastanti.

Ascoltando alcuni pezzi di Obverse, sembra quasi di trovarsi al Roadhouse, il bar dove si concludono, tra concerti e tensione accumulata, le puntate dell’ultima serie di Twin Peaks. Immaginiamo che tu sia un grande fan di David Lynch…

Sì, lo ammetto: sono un fan di David Lynch. Ma non ho apprezzato molto l’ultima stagione di Twin Peaks: il regista, con molto coraggio, ha tentato di espandere la storia e di aggiungere nuovi personaggi ma, a mio parere, non ha raggiunto quelle “vibrazioni” che avevano reso magiche le prime due stagioni. I film e le serie tv, però, non hanno per me un ruolo ispiratore quando sono in fase di scrittura. Cerco sempre di non lasciarmi influenzare da molti input esterni nel momento della creazione di un lavoro: evito di guardare troppi film o ascoltare album, perché non voglio che mi confondano e mi portino fuori dal mio tracciato di idee.

A partire da Lost, i tuoi album sono ricchi di voci, featuring e collaborazioni. Come le scegli?

Spesso si tratta di artisti e voci che apprezzo molto. Più che una scelta da parte mia, si tratta di un lavoro di squadra. Per questo album, ho lavorato con Rachel Goswell degli Slowdive, band di cui sono un grande fan a partire dagli anni Novanta. E in Observe ci sono molti tocchi di chitarra nel loro stile, pertanto la collaborazione è stata immediata. Lo stesso è accaduto con Jenny Lee delle Warpaint.

Il tuo percorso ti ha visto partire da piccole band per poi dedicarti al ruolo di dj e producer “in solitaria”. Successivamente hai ripreso a produrre musica da suonare con un gruppo alle spalle. Anche qui un discorso di contrasti e ibridazione?

In una band, composta più o meno da quattro o cinque elementi, ognuno ha da dire la sua circa la direzione che la musica del progetto debba intraprendere. Ecco perché ho preferito cominciare a registrare e produrre da solo. Poi, nell’ultimo periodo, dopo i miei ultimi lavori, ho cominciato a suonare con una band. E non lo considero un gruppo di accompagnamento: Trentemoller dal vivo è Trentemoller con la sua band! Preferisco suonare sul palco con una band perché esprime al meglio il contenuto dei miei lavori che è orientato all’ascolto non solo al movimento. Al contrario, in un dj-set sono costretto a trasmettere una musica più rumorosa e ritmata. E non è più possibile per me, per ciò che scrivo: così ho deciso un anno fa di non salire più dietro la consolle.

Si spiega così anche la presenza massiccia di chitarre nei tuoi ultimi album? La musica “guitar oriented” ha ancora del potenziale espressivo in un momento in cui ha perso appeal soprattutto tra le nuove generazioni?

Sì e no. Ci sono molte band rock-oriented che non fanno né trap (sorride…., ndSAA) né r&b. Credo fortemente nelle possibilità sonore offerte dalle chitarre: possono produrre stratificazioni di suono e rumore che i sintetizzatori, per quanto vi ci possano avvicinare, non riescono a raggiungere. Ma questo è il mio gusto, la mia opinione….

Si assiste, da un po’ di tempo a questa parte, a un ennesimo revival del post-punk e della new wave. Quali progetti stai attualmente seguendo?

Sto ascoltando molto questa band su Captured Tracks: si chiama Drahla (ha debuttato nel 2019 con l’album Useless Coordinates). E poi amo i Soft Moon, che mi ricordano molto i primi Cure, o gli Expanded View. Inoltre sono molto attratto dai dischi di Beth Gibbons, la voce dei Portishead. Loro, più che i Massive Attack, sono stati coloro che mi hanno portato a scoprire la musica elettronica: adoro il trip-hop perché ha elementi dell’hip-hop uniti a atmosfere del rock degli anni Sessanta. E i Portishead, aspetto non secondario, riescono a centrare ottime melodie. 

Nella tua carriera hai firmato numerosi remix, ne sentiremo altri?

Ho smesso di farne per ora. I remix mi hanno aperto numerose porte: ho realizzato rivisitazioni di tracce per grandi nomi come Depeche Mode, Moby, Franz Ferdinand. Ne ho fatti tanti nel corso della mia carriera ma ora ho bisogno di concentrare tutte le mie idee sulla musica. Sono un po’ stanco di remissare.

Da proprietario di un’etichetta, la In My Room, e da musicista, come è cambiato il modo di produrre, distribuire e ascoltare musica con l’avvento delle piattaforme di streaming?

C’è stato indubbiamente un grande cambiamento. Da un lato, l’aspetto positivo è che ora, con le piattaforme di streaming, puoi avere a disposizione tutta la musica in qualsiasi momento. Però questo ha portato a una perdita del formato album: molti ragazzi ascoltano solo un paio di canzoni o si affidano a playlist composte da singoli sparsi. Eppure, di converso, ci sono giovani che tornano a comprare i vinili. Forse perché hanno bisogno di approfondire l’ascolto: un album andrebbe sentito più di due, tre volte per essere capito e apprezzato. [Foto di Sofie Nørregaard]

17 Settembre 2019
17 Settembre 2019
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