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7.3

C’è una splendida poesia dell’artista zambiano Kayo Chingonyi che si intitola Some Bright Elegance, in cui la danza viene concepita come puro atto di ribellione, concetto che nel corso di una chiacchierata con Merrill Garbus per il Mucchio Selvaggio è sbucato fuori più volte. I suoi Tune Yards, diventanti effettivamente un duo con l’entrata ufficiale nella line-up dello storico collaboratore Nate Brenner, sono nati tra una loop station e GarageBand alle soglie del nuovo millennio, e in breve tempo hanno conquistato pubblico e critica con album come Whokill (2011) o Nikki Nack (2014). Grazie a un’elettronica resa franca da un approccio avanguardista carico di pop e tribalismi sono arrivati anche gli apprezzamenti di esimi colleghi, primo tra tutti quel David Byrne già padre putativo di quei guasconi degli Arcade Fire, e, non scordiamoci poi dei passaggi alla BBC ad opera di Flying Lotus oppure della collaborazione con Yoko Ono. Un’inclinazione che ha reso la Garbus una glass animal, cioè un piacevole incidente di percorso allo stesso tempo delicato e selvaggio, immediato e alternativo, ma univocamente raro.

«Diciamo che la mia musica risente sia dell’influenza delle popstar occidentali e dei jazzisti che ho amato, come Michael Jackson, Cindy Lauper, John Coltrane, Miles Davis, Nina Simone, sia dell’influenza che la musica africana ha esercitato su di me lungo tutti questi anni». Era questo l’autoritratto che la vulcanica Merrill aveva fatto qualche tempo fa su queste pagine. Nel 2018 i contorni di questo profilo sono ancora ben riconoscibili, se non fosse per un’arguta operazione di limatura e un ampio impiego di sonorità anni ’80: insomma, I Can Feel You Creep Into My Private Life si candida di diritto ad essere uno degli album più interessanti dell’anno appena iniziato. Lo è musicalmente, per una freschezza che marchia a fuoco ognuno dei dodici brani che lo compongono, e lo è concettualmente, perché questioni politiche, sociali e ambientali vengono affrontate senza retorica e in maniera molto incisiva. Il quarto disco dei Tune-Yards è movimento puro, perché risulta quasi impossibile rimanere immuni al fascino della sua ballabilità e dei sapienti giochi ritmico-semantici cuciti attorno ai testi.

Tutto questo viene magicamente espresso già nel brano d’apertura Heart Attack (ricodificata in heart attack-ack-ack per dover di metrica), ottimo equilibrio tra avant-garde, melodie incisive, un basso isterico e battimani a profusione che accompagnano un piano sgangherato. Si tratta dello stesso treno lanciato a tutta velocità che travolge Look At Your Hands, singolo che ha anticipato il disco. E mentre «California is burning» nella scintillante ABC 123, gli Everything Everything prendono il sopravvento in Now As Then, e lo sperimentalismo a colpi di sample fa brillare Honesty e costruisce il velluto world di Who Are You. Ma non solo, I Can Feel You Creep Into My Private Life è l’album più completo dei Tune-Yards, un luogo in cui convivono in sintonia l’ostinazione ritmica di Colonizer, lo slow motion di Home e i vocalismi gospel di Hammer.

Il ch-ch-ch-ch-changes (Turn and face the strange) del duo è un trench scuro e sobrio su un vestito sgargiante e multiforme, una splendida quadratura del cerchio dove l’impetuoso collage sonoro del passato viene disciplinato in strutture più immediate. Lì dove c’erano bubblegum e colori sgargianti, ora è tutto un cromatismo vellutato verde e grigio, nuove visuali che non ledono il talento di Garbus & co, anzi ne accrescono il valore.

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