Dopo quindici anni le persone sono ancora cose fragili: intervista a Tom Smith degli Editors

«Siamo diventati più divertenti, più inclini al pop». Questa è la chiave di lettura di quelli che sono i tempi degli Editors. Il primo ci riporta agli Elbow – «quando stavamo mettendo in piedi la band li ascoltavamo a ripetizione» – ed è immerso nell’oscurità in cui s’incontrano new wave e, successivamente, elettronica. Il secondo ha portato un po’ di colore, pulsazioni elettriche più massicce e la voglia di prendersi un po’ meno sul serio. A fare da spartiacque l’uscita di Chris Urbanowicz dal gruppo.

Ne parliamo con Tom Smith, che si lascia andare con serenità a una chiacchierata che ben presto assume i contorni di una seduta analitica. «Sì, sembra così! – conferma il cantante – Vedi, quello è stato un periodo piuttosto oscuro. Non sapevamo se la band avrebbe continuato ad esistere, non avevamo idea di come, eventualmente, andare avanti». Sappiamo tutti com’è andata a finire: con tre innesti che hanno portato all’austerità degli Editors una tavolozza di nuove sfumature. Chi scrive lamenta da anni che la band vive una dimensione live nettamente più incisiva rispetto alle ultime fatiche in studio. Ecco perché non mi esimo a far notare a Smith che, secondo me, In This Light And On This Evening è l’album più sottovalutato della band. Mi rincuora sentirmi rispondere: «Volevamo cambiare, l’abbiamo fatto in maniera piuttosto netta. I nostri amici che ascoltavano i primi singoli in radio ci dicevano ‘Che cazzo avete fatto?’. Credo sia il nostro miglior disco».

Proprio dopo quel terzo album ci fu una prima raccolta di singoli e b-side, curioso che dopo altrettanti esca fuori un Best Of, quasi come a chiudere un secondo ciclo. «Sì», dice Smith con il tono di chi sta verificando la suggestione: «Dopo i primi tre dischi e l’uscita di Chris c’era bisogno di mettere un punto. Adesso abbiamo sentito la stessa esigenza; la lineup è consolidata e non sappiamo cosa ci aspetterà in futuro. Sicuramente, quello che è avvenuto da The Weight Of Your Love a Violence è coerente. È come aver chiuso un secondo capitolo». Il passaggio tra le due fasi è segnato anche dal modo di cantare di Smith, baritono che da A Ton Of Love comincia a sfruttare appieno il suo spettro vocale grazie a – lo confessa lui stesso – la freschezza portata all’epoca da Lockey, Owen e Williams.

In quindici anni molte cose sono cambiate e, come in ogni band, parecchio materiale relegato a edizioni speciali o lati b (quando ancora se ne facevano) custodisce i prodromi dei vari cambi di sound. È l’esempio di A Thousand Pieces, brano a metà tra The Back Room e An End Has A Start, o delle varie versioni di Bullets, ancora oggi uno dei brani più apprezzati nei live. «Oh, mi ero quasi scordato di quella canzone [A Thousand Pieces, ndSA]! Beh, sì: c’è molto di quello che sarebbe venuto dopo dal punto di vista sonoro, anche se in quel periodo cercavano di avere un sound più aperto».

 

Nonostante la mia perplessità sul nuovo corso degli Editors mi trovo d’accordo con Tom Smith in più punti. Non solo sul miglior disco della band, ma anche sul fatto che Munich sia il miglior testo che lui abbia scritto fin qui. «Dopo quindici anni forse le persone sono cose ancora più fragili. Sono parole forti e sincere che fanno parte di versi molto ispirati». I testi di Smith non sono mai troppo allegri, hanno sempre una vena dark molto evidente. Potremmo definirli decadenti, come gli artwork del periodo di Formaldehyde Sugar, quest’ultima particolarmente cara al cantante, «perché è stata la prima canzone scritta con i nuovi arrivati, quella che ci ha fatto capire di essere usciti dal buio».

Rivedendo le recensioni dei sei album dei britannici salta all’occhio come la stampa non li abbia mai particolarmente ammirati. I complimenti si sono spesi soprattutto per l’esordio (2005) e tra questi svetta l’incisivo commento di Drowned In Sound, che definiva The Back Room «how Interpol would sound like if they dealt with universal themes and reflection rather than singing about fellatio fantasies with Stella, or their length of loves». Ad ogni modo, a tracciare paralleli con altre band pensa lo stesso Smith quando cita Rem, i Depeche Mode di Violator e quello Springsteen che è stato omaggiato con una splendida cover voce e pianoforte di Dancing In The Dark.

Difficile dire come sarà il futuro degli Editors, che non disdegnano ormai il divertimento di testi e video come Frankenstein. Sicuramente al momento è il live a segnare le vette qualitative più alte del gruppo, grazie a un sound granitico e alla performance di uno Smith in trance, sicuro di sé e tecnicamente impeccabile. Sarà anche per questo che l’Italia risponde sempre bene ai concerti della band al di qua delle Alpi.

Tom Smith si è lasciato alle spalle il furore del post punk revival degli anni Zero («Qualsiasi cosa facciamo o siamo… Band indie? Pop? Rock? Non so definirlo, sono sicuro che da un certo punto in poi abbiamo cercato di fare del buon pop») e, quasi quarantenne, si mostra non solo sereno ma anche estremamente lucido nel razionalizzare la carriera del suo gruppo. Accetta le critiche («Beh non me la posso prendere se stai esprimendo il tuo punto di vista!») e sembra essere rimasto incastrato per certi versi in quel “cosa sarebbe successo se…” gli Editors avessero continuato in quattro. Allo stesso tempo dà l’impressione di essere appagato per lo status che la band ha acquisito in casa e all’estero.

Ripensando alla chiacchierata, mi dispiace di non avergli chiesto cosa ne pensasse dell’articolo del Daily Mirror che nel 2014 lo incensava come cantante britannico con l’estensione vocale più ampia. Ma non ho dubbi sul fatto che la sua umiltà avrebbe prevalso. È la stessa sensazione che ho provato con Will Butler degli Arcade Fire o Jack Beaven dei Foals, quando ho detto loro che personalmente non mi esaltava l’ultima produzione e i primi dischi delle rispettive band. Non che abbia cambiato idea (no, nemmeno sugli Editors), ma sicuramente quattro chiacchiere con persone (non personaggi) che si mostrano curiose di sapere cosa pensa il loro interlocutore e aperte alle critiche, sono sempre interessanti, soprattutto quando si parla di livelli piuttosto consolidati.

Morale della favola, come mi capita spesso di dire per i Coldplay: se non vi piace particolarmente il nuovo corso degli Editors, fate un giro tra le b-side e le cover della loro prima fase, non ve ne pentirete. Nemmeno Tom Smith.

9 Novembre 2019
9 Novembre 2019
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