Respira quest’aria. Intervista a Jon Hopkins
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Daniele Rigoli
- 31 Dicembre 2013
A poche ore dalla fine del 2013 arriva il momento di tirare le somme, e così tra le certezze che hanno segnato l’annata, è impossibile non dedicare un capitolo a Immunity di Jon Hopkins. Il consenso delle grandi testate musicali, esibito orgogliosamente nell’immagine di copertina del profilo Facebook, è stato quasi unanime trovando nel disco l’ideale collante tra gli ascolti della nicchia più esigente – pubblico dal quale Hopkins ha sempre tratto linfa vitale – e l’urgenza di chi cerca nella musica la scorciatoia per il divertimento senza fronzoli. Brian Howe di Pitchfork, giudicando l’album come “Best new Music”, ha scritto: “Molta musica elettronica ha creato il proprio mondo ermetico, ma qui Hopkins ha trovato l’ingegnosa maniera di lasciarsi il mondo alle spalle, creando un calore che fugge dalla perfezione digitale a favore di una sintesi analogica di suoni originali fisici ed elettronici. Un lavoro viscerale e sensuale che assorbe dall’inizio alla fine, e che catapulta Hopkins verso la celebrità”. Uno dei magazine preferiti dagli elettrofili, Resident Advisor, ha invece dato un secco 9/10 scrivendo dell’opera come di “Un viaggio da gustare e da ripetere ogni volta, con la consapevolezza che ogni volta riemergerà qualcosa di totalmente nuovo”. XLR8R ha parlato di “un lavoro registrato magistralmente, che sposa una precisa scultura sonora con un’aggraziata musicalità”, mentre Consequence Of Sound descrive Immunity con toni epici: “la prova che la tecnologia può essere uno strumento per la nuova era dell’esistenza collettiva umana”. Pur consapevole di un successo annunciato già qualche settimana prima dell’uscita del disco, il nostro Edoardo Bridda è stato uno dei pochi a tenere un profilo leggermente più basso, augurandosi una conferma autoriale definitiva nel prossimo futuro.
Abbiamo deciso di intervistare Jon Hopkins soltanto ora, così da captare alcune opinioni a mente fredda al termine di un periodo più che mai fecondo per il musicista – forse il migliore di sempre – accompagnato da svariate esibizioni come nome di punta in molti festival. Portando sulle spalle una fama già acquisita grazie ai vari sodalizi con Brian Eno – vero padre putativo del britannico, come è evidente soprattutto nei primi lavori (Contact Note del 2004, su tutti) e per la sua presenza alle tastiere in Small Craft On A Milk Sea, l’esperienza nel supergruppo Pure Scenius e la co-produzione di Viva la Vida or Death and All His Friends dei Coldplay – e a live set energici che, come può testimoniare chi era al RoBOt Festival quest’anno, non hanno timore di costruire ponti con l’EDM statunitense tracciando linee di congiunzione tra ambienti raver e clubber, Immunity consolida un successo apparso prima d’ora sempre vicino ma mai pienamente raggiunto: il punto di svolta della carriera del producer londinese. La formula vincente viene forgiata con la rielaborazione del tocco ambient e atmosferico dei precedenti dischi, un suono che riesce a rendere una materia sofisticata e di nicchia come l’IDM più universale e alla portata di tutti (o quasi). Alla fine si tratta di un connubio tra produttore e fruitore della musica: il lato uptempo del disco, che trae ampio respiro dalla techno più ballabile, trova il climax nella cavalcata killer di Collider e nelle umbratilità di Breathe This Air. Al contrario, la seconda parte dell’album è il continuum della discografia di Hopkins, tra il delicato pianoforte di Abandon Window e la title track accompagnata dalla voce di King Creosote, songwriter già al lavoro con il producer in Diamond Mine.
Dell’album è stato detto tutto ciò che era possibile dire, sviscerando a fondo ogni minimo particolare e così, al voltar dell’anno – con la nuova edizione dell’Amore Music Experience alla Nuova Fiera di Roma, un appuntamento che vedrà in cartellone, oltre al Nostro, anche Ricardo Villalobos, Sven Väth e Ben Klock – abbiamo raggiunto telefonicamente Hopkins, che ci ha raccontato di drop, Spotify e colonne sonore.
Non sei nuovo della scena italiana e dei festival nostrani. Hai suonato al Club 2 Club di Torino e al RoBOt Festival di Bologna. In più sarai a Roma per Capodanno assieme a prime donne del dancefloor come Sven Vath e Ricardo Villalobos. Molte cose sono cambiate da quando hai iniziato a suonare: pubblico differente e, rispetto al tuo background, un approccio più fisico e un uso di software e macchine diverse. Durante i set, non sei intimorito nell’utilizzare certi drop, in un momento in cui molti artisti sono critici nei confronti del movimento EDM americano? Cosa pensi di tutto questo?
Beh, penso che solo perché esistono generi musicali che non piacciono ai musicisti, ciò non significhi che questi generi non possiedano aspetti importanti e non abbiano ruoli determinanti nel mondo della musica. Quando preparo le scalette, che poi probabilmente convergeranno sul dancefloor, non tengo conto di quello che fanno gli altri, né cerco di evitare ciò che la gente pensa che non sia figo. Non mi preoccupo di quello. Voglio solo regalare forti emozioni a chi mi sta ad ascoltare. Voglio dire, cosa si può chiedere di più di un build up e di un drop, fintanto che sono di buon gusto? Se qualcuno sente che quell’idea può inquinare il suono, beh, è un vero peccato, perché non c’è niente che ti impedisca di metterla in pratica.
Hai ascoltato molta musica quest’anno?
No, non ne ho ascoltata molta, perchè ho impegnato il mio tempo lavorando e non ho avuto proprio occasione. Non ho notato nessun album particolare, ma so che ce ne sono stati alcuni davvero brillanti. Non ho avuto il tempo di ascoltarli, comunque.
C’è oggigiorno una grande discussione su Spotify. Thom Yorke e Godrich stanno sostenendo un boicottaggio del servizio, accusando la compagnia di non ridistribuire equamente i profitti agli artisti meno famosi. Recentemente Moby ha paragonato il leader dei Radiohead a un “anziano che grida contro i treni ad alta velocità“. Qual è la tua opinione su Spotify?
Non paga i musicisti il giusto e credo che ci siano molte persone diventate piuttosto ricche grazie a esso. In più non si preoccupa realmente delle persone di cui usa il materiale, quindi al momento non credo sia un buon mezzo, anche se per il consumatore è fantastico. Credo che l’idea di fondo sia la speranza di avere, un giorno, talmente tanti iscritti da potere ridistribuire il dovuto. Se le cose andranno davvero così, sarà fantastico, ma al momento la situazione non è per niente a favore dei musicisti.
E’ stata recentemente pubblicata l’Extended Version di Immunity. C’è un interessante remix di Pangaea e la curiosa presenza del producer scozzese Lord Of Isles. Sei un fan della Hessle Audio?
I remix sono stati commissionati dall’etichetta ed adoro il remix di Pangaea, credo sia fantastico, e sono davvero orgoglioso dell’Extended Edition che è stata rilasciata.
Hai partecipato a How I Live Now, film diretto da Kevin MacDonald. In che modo comporre una colonna sonora si differenzia dal tuo normale processo creativo?
In realtà penso che ci sia molta meno pressione. Quando scrivi per un film, la storia è già stata raccontata e stai solo aiutando qualcuno a dirla, quindi non c’è lo stesso livello di tensione che puoi avere quando lavori sulle tue cose. E’ come se stessi raccontando la tua storia, e tu sei il protagonista, gli attori e tutto ciò che sai, quindi in un certo senso è un bel cambiamento per me.
