Melvins. Tre stronzi geniali

Tre stronzi. Si intitola così, con la solita dose di puntuta autoironia, il nuovo lavoro dei Melvins. Quel riferimento al numero tre, tuttavia, dovrebbe far scattare la lampadina nei fan più fedeli, abituati da anni ormai a considerare i Melvins roba da doppia coppia coi due Big Business. Inoltre quel “tre” rimanda, in un modo tutto loro, ovvio, alla celebrazione del trentennale di attività della band di Aberdeen, Nord-Ovest degli States e luogo dal profondo disagio – vi dice nulla Kurt Cobain? – sperso tra boscaioli gretti e pioggia per almeno 300 giorni l’anno. Trent’anni di Melvins, ovvero tre volte il tempo trascorso dall’avvento di Facebook o Twitter, significano solo poche e nette cose: una caterva di dischi, una serie di collaborazioni e cambi di line-up da far spavento, una qualità media da mettere i brividi vista la longevità e i rari cali di tensione, un rispetto illimitato guadagnato sul campo a suon di concerti in ogni dove – con la formazione Melvins-Lite, ossia King Buzzo e Dale Crover in pista col bassista Trevor Dunn, riuscirono nell’impresa di suonare 51 concerti in 50 giorni in ognuno degli stati americani, dall’Alaska alle Hawaii, tanto per dire – e, infine, poco o nessuno spazio per atteggiamenti da rockstar viziate.

Ora Tres Cabrones segna un ritorno alle origini, chiudendo un cerchio iniziato in qualche sperduto garage di una piovosa cittadina della provincia americana. Non tanto per il riferimento al numero tre, visto che un paio di trilogie nel corso degli anni le hanno pure buttate fuori – quella in omaggio-parodia ai Kiss d’inizio Novanta (tre 12” con iconografia identica) e quella che inaugurava il legame con la Ipecac, costituita da The Bootlicker, The Maggot e The Crybaby – così come una trentina sono gli album pubblicati (ma si va per difetto, ovviamente) in un trentennio, quanto perché a registrare Tres Cabrones è una formazione a tre “storica”. A rientrare in line-up è, infatti, Mike Dillard, batterista degli esordi e sostituto dei vari sostituti che si sono avvicendati in una formazione che, volenti o nolenti, è praticamente da sempre affare personale di King Buzzo (nato Roger “Buzz” Osborne una cinquantina d’anni fa, testa matta dalla chioma fluente e il vocione baritonale) e Dale Crover (sguardo torvo e tipo poco raccomandabile, batterista che siede dietro le pelli dei Melvins dal 1984, proprio in sostituzione del rientrante Dillard). Bel casino vero? Aggiungete anche la “bassist morgue”, la pagina internet che tributa il doveroso omaggio ai numerosissimi bassisti che si sono avvicendati nel trio, ed ecco che la storia dei Melvins è quasi completa. Quasi, perché per star dietro alle vicissitudini della band di Buzzo non basterebbe una enciclopedia, così come per ricostruire l’albero genealogico dei Melvins e delle band che dai Melvins hanno tratto giovamento – non ispirazione, proprio giovamento, come successo per i Nirvana, pronti a superare, da buoni allievi, i propri cattivi maestri – non sarebbe sufficiente una foresta. Soundgarden, Mudhoney e Nirvana sono solo le band più famose nate, ispirate, consigliate, aiutate ecc. ecc. dai Melvins. I primi, parola di Thayil, trassero di peso le accordature ribassate di Buzzo per garantirsi un trademark sonoro. I secondi beneficiarono dell’abbandono di Matt Lurkin – primo storico bassista (c’è lui nell’esordio Glue Porch Treatment) e primo della lista nella “bassist morgue” – avvenuto al momento del trasferimento di Buzzo e Crover in quel di San Francisco. Piccola nota a margine ed ennesima testimonianza della stortura dei Melvins: a subentrare a Lurkin, per durare lo spazio di un paio di album o poco più (Ozma, Bullhead, il mini Eggnog e poco altro), fu Lori “Lorax” Black, nientemeno che figlia di Shirley “riccioli d’oro” Temple!!!

 

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Con i terzi ci fu un rapporto talmente stretto che verrebbe da definirlo genetico, sostenuto da un Cobain in fissa coi Melvins al punto da formare la prima band insieme a Crover (i Fecal Matter) mentre, stando alla vulgata made in Azerrad, fu Buzzo a presentargli prima Novoselic e poi, dopo Bleach, Grohl. Inoltre furono proprio i Nirvana a portarsi in tour i Melvins – in quel tour che segnò la fine dei Nirvana – esponendoli al pubblico ludibrio dei propri fan, anche se, vox non populi, furono i Melvins a convincere di più live.

La storia dei Melvins comincia dunque trenta anni fa, e nemmeno ad Aberdeen, ma a Montesano, nome che evoca, per noi italiani, comici nemmeno troppo comici ma che per gli americani significa l’ennesimo buco di culo da pochissime migliaia di abitanti in uno stato tra i più piovosi d’America. Lontani da ogni centro propulsore del rock – in tutta sincerità, dello Stato di Washington ci saremmo accorti solo coi Nirvana, dato che per decenni Washington aveva senso solo per i suffissi DC e per l’hardcore – i non ancora Melvins rispettarono appieno la tradizione del r’n’r. L’essere andati a scuola insieme ha significato per Buzzo, Lurkin e Dillard unire i propri disagi, rinchiudersi in un qualche garage, rubare il nome al collega più odiato del lavoro post-scuola – Melvin, ça va sans dire – e cominciare un percorso che dura ancora oggi.

E come etichette

Ad un certo punto bisognerà etichettare i Melvins. Metterli in qualche scomparto, in una sezione che, in un immaginario catalogo musicale di tutti i tempi e tutti i luoghi, ci permetta di carpirne immediatamente l’essenza ultima. Beh, in bocca al lupo al temerario che dovesse cimentarsi nell’opera, dato che quell’etichetta, nonostante una trentina di album e migliaia di parole spese in trent’anni su di loro e sulle loro musiche, continua a sfuggirci. I Melvins sono i Melvins, punto e basta. E allora per ripensare la loro carriera, un suggerimento ce lo danno altre etichette – da intendersi come label discografiche – che ne hanno supportato le gesta.

C/Z, Tupelo, Boner, Slap A Ham, Alchemy da un lato, la Atlantic dall’altro e in mezzo Alternative Tentacles, AmRep e Ipecac ci dicono molto della storia del Melvins. E non solo della “naturale” evoluzione di una band partita dai sottoscala e arrivata a un contratto major poi imploso sotto la spinta di troppi input ingestibili per a/r incravattati e businessmen incapaci. Il percorso dei Melvins è trasversale e unico proprio come la musica. Cominciato nel sottobosco indipendente negli anni ’80 con etichette piccole e agguerrite come C/Z e Tupelo, pronte a setacciare la scena del Nord-Est americano ma non solo (i fantastici Steel Pole Bath Tub, oltre a Pain Teens, 7 Year Bitch, Engine Kid non sono che una parte delle misconosciute band del roster) e arrivato sulle dorate spiagge della major di turno dopo il fall-out di Nevermind. Nello specifico, è la Atlantic ad accaparrarsi il power-trio (notizia nella notizia, c’è Cobain dietro al mixer) e immediatamente a pentirsi per la pubblicazione di Houdini, copertina decisamente scorretta e sound macilento – vedi i dieci minuti di cacofonia di Spread Eagle Beagle –, di proposito strafatto e al solito immolato a un mood sabbathiano in modalità (quasi) hardcore. Il legame dura giusto il tempo dei tre album previsti (Stoner Witch del ’94 e Stag del’96), anticipati, tanto per gradire, dall’album sperimentale Prick, un disco che segna l’esordio per AmRep e che viene pubblicato a nome  SNIVLEM per evitare problemi legali con la major.

È però nel giusto mezzo che i Melvins trovano la loro “sede” ideale, ovvero l’Ipecac. Indipendente ma con un certo tiro, sperimentale ma capace di farsi rispettare in territori “mainstream”, gestita da uno spirito affine – amico, prima ancora che collaboratore del gruppo – come è Mike Patton, l’Ipecac segna la più duratura esperienza discografica dei Nostri e pure una sorta di “rinascita” post-Atlantic.

Una quindicina di album, escluso Tres Cabrones, tra lavori originali (dalla trilogia d’inizio millennio all’ultimo, la citata collezione di cover Everybody Love Sausages), live album (Sugar Daddy Live), riproposizioni di album in sede live (Houdini Live 2005 (A Live History Of Gluttony And Lust)), sperimentazioni a metà tra il live e l’estemporaneo (Colossus Of Destiny), compilation di inediti d’epoca (Mangled Demos From 1983, unica testimonianza a tutt’oggi del trio originale con Lurkin e Dillard) e collaborazioni decisamente strane (l’album con Lustmord, Pigs Of The Roman Empire), ci dicono, in sostanza, che l’Ipecac è ormai la casa adorata dalla coppia di fatto(ni) Buzzo-Crover.

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S come suono

Se immaginassimo la cronologia rock come una linea retta di progresso (o regresso, a seconda dei punti di vista), dovremmo considerare i Melvins come l’anomalia di sistema, come il bug che zigzagando inframezza generi e scene, taglia trasversalmente come una scheggia impazzita tre decenni abbondanti di rock indipendente e soprattutto fa della propria, fiera, per certi versi ottusa indipendenza, una cifra stilistica sempre riconoscibile, pur non assomigliando a nient’altro che a se stessa. Metal e soprattutto hard-rock (di quello bello cafone), punk e hardcore in forme idealizzate, lentezze pachidermiche da Sabbath in disarmo e apertura mentale a dir poco devastante: vi dice nulla l’album di cover Everybody Loves Sausage? Della serie, va bene essere strani, ma infilare in un disco rielaborazioni di Queen e Bowie, Roxy Music e Throbbing Gristle, Divine e Venom è un andare decisamente oltre.

Tutto, poi, nell’immaginario made in Melvins, è sempre condito da una sprezzante (auto)ironia in bilico tra sberleffo e caustica cattiveria, politicamente scorretto e soprattutto menefreghismo verso tutti i trend, cliché et similia. Suonano o non suonano praticamente la stessa roba da sempre? Eppure provate a trovare un gruppo d’area underground e dal suono “pesante” che non ne tessa le lodi. Che non li riverisca in virtù proprio del sound che nel corso degli anni i due – sì, che alla fin fine i Melvins sono loro due – hanno affinato e perfezionato: una chitarra lenta e pesante come un carro armato e una batteria pestona e primitiva spesso prodotta come se fosse stata registrata in fondo a un pozzo.

Che siano le derive sperimentali del disco con Lustmord o quelle di Prick, album-manifesto del rifiuto dell’ideologia major (“Il disco perfetto da buttar fuori tra due dischi per una major”, dice Buzzo. All’Atlantic impazzirono per quell’informe ammasso di rumore, tentarono di bloccarne l’uscita, da qui il nome Snivlem, e il disco vendette 10mila copie: “Diecimila copie? Io sarei stato contento di venderne due di copie. Però così facemmo i soldi per registrare il successivo”), che si prenda il rifforama hard-sabbathiano impantanato in una melma sludge piena di miasmi o le lentezze pachidermiche al limite della sopportazione fisica che sarebbero diventate una caratteristica di certa avanguardia underground (vedi alla voce Earth o Sunn O)))), che lo si interpreti come una sorta di noise-rock atipico che mischia l’atteggiamento senza compromessi dell’hc con quello revivalistico pre-grunge, una sola è la certezza: il suono dei Melvins è solo dei Melvins.

I come influenza

Per farsi una idea del rispetto che la scena musicale indipendente ha avuto ed ha nei confronti dei Melvins, o semplicemente per comprendere come il suono del duo sia un tritacarne onnivoro e abbia influenzato band tra le più diverse, si può controllare la lista dei partecipanti al tributo We Reach: The Music Of The Melvins: post-hardcore apocalittico (Mare e Isis), metal in forme industrial (Strapping Young Lad), ibride (Dillinger Escape Plan) o sfattone (Mastodon, High On Fire), sludge (EyeHateGod), grind duro e puro (Pig Destroyer) non sono che alcuni degli ambiti in cui si riscontra l’influenza dai Melvins. Potremmo aggiungere anche tutte le band che dichiaratamente o meno hanno tributato il giusto omaggio ai capelloni di Aberdeen scegliendo dalle loro canzoni il nome per la propria band, vedi alla voce Boris, tanto per fare un nome lontano, geograficamente, dai nostri.

O ancora, potremmo tirare in ballo tutta la scena grunge che conta(va), pronta a prostrarsi ai piedi del “primeval god of grunge”, King Buzzo, le cui accordature – Kim Thayil dixit, spalleggiato da Mark Arm – avrebbero “inventato”, e di conseguenza insegnato a coloro che avrebbero poi codificato – se di codifica si può parlare –, il senso ultimo del suono “grunge”. Suono di cui i Melvins sono a tutt’oggi, seppur distanti per eterodossia e approccio, riconosciuti universalmente come i padrini. O infine, si potrebbe tirar fuori l’argomento Cobain sulle cui influenze Melvinsiane, tutto o quasi è stato detto da Azerrad: bipolarmente parlando, l’introverso leader dei Nirvana ondeggiava tra il timore di sembrare “una copia dei Melvins” e la più totale ammirazione per Buzzo Osborne (“Era tutto quello che volevo in quel momento”), ma tenendo sempre bene in mente il rispetto doveroso per coloro senza i quali nulla dell’epopea Nirvana sarebbe mai successo. E qui si potrebbe inserire un bel discorso da “what if” fantascientifico, se non fosse che non se ne uscirebbe più.

L come legami

Di legami ce ne sono tantissimi nell’epopea Melvins. Cominciamo dalla fine, evitando di tirare di nuovo in ballo Dillard. Prima del suo rientro, e cioè a partire da (A) Senile Animal e per quattro album, a raddoppiare la sezione ritmica hanno pensato i Big Business Coady Willis e Jared Warren, annessi all’interno della libera repubblica melvinsiana per affinità senza divergenze. Facile immaginare la potenza di fuoco del neo-quartetto, specie in sede live. Non ce ne vogliano i due onesti Big Business, ma la carriera dei Melvins è costellata di collaborazioni più o meno estemporanee con personaggi di primissimo livello. Non consideriamo nemmeno l’aspetto split, perché ciò significherebbe riferirsi ad una pletora di uscite “minori” e fare una lista di nomi di band che comprenderebbe oltre ai Nirvana del tributo ai Velvet, anche Unsane e Butthole Surfers, Jon Spencer e Brutal Truth, Redd Kross e Hammerhead; per non parlare, poi, della serie di 12” Sugar Daddy Live Split Series in cui i nostri spalmano in tredici uscite le tracce di Sugar Daddy Live e le “splittano” con amici e spiriti affini del calibro di Napalm Death, Fucked Up, Off!, Necros, Killdozer ecc.

Anche limitandosi alle collaborazioni fattive con musicisti, la lista risulta piuttosto ampia. Qualche nome? Kevin Rutmanis, già dei blues-noisers Cows, ennesimo bassista depennato dalla lista per problemi di droga e inaffidabilità, visto che fece perdere le sue tracce al momento di partire per un tour europeo; il citato Trevor Dunn (Mr. Bungle, Fantomas) a supporto della formazione estemporanea Melvins-Lite; il padrino dell’elettronica più ambient ed esoterica Lustmord, col quale i nostri pubblicarono Pigs Of The Roman Empire nel 2004; la big band Melvins + Fantomas di Millennium Monsterwork 2000, con Mike Patton amico prima ancora che collaboratore ed editore. Ma la collaborazione che più di tutte rappresenta una sorta di benedizione per i Melvins è quella con Jello Biafra. Il padrino del punk californiano, non nuovo a tastare terreni molto diversi tra loro, si è unito a Buzzo e Crover per un paio di album lunghi, Never Breathe What You Can’t See e Sieg Howdy!, entrambi su Alternative Tentacles. Nella sua carriera, Biafra ha collaborato con molte realtà e ciò ha sempre significato, per chi ha bene in mente il ruolo del fondatore dei Dead Kennedys nelle sorti di un certo underground, l’ingresso in una specie di gotha fatto di rispetto personale e integrità, prima ancora che di dettagli musicali.

M come metal?

Esiste il metal? O meglio, ha ancora senso parlarne oggi, prima decade del post-2.0? E ancora, è o non è il metal una sorta di stato della mente, un periodo formativo, un rito iniziatorio più che un suono? Beh, potremmo continuare ancora con le domande retoriche, ma ci fermiamo su una, quella definitiva: ha senso parlare di metal per un gruppo che proviene da tutt’altri lidi e che viene celebrato dall’ambiente “alternative” come padrino del grunge? Sì, ha senso, semplicemente perché sono loro due a parlarne.

Non solo a parlarne, a dire il vero, bensì a lodare il metal, ad affermare che senza metal non avrebbero mai cominciato a suonare, ad ispirarsi ai Kiss non per sbeffeggiarli ma per tributare il doveroso omaggio, ad avvicinarsi agli ZZ Top (altezza Stoner Witch, Buzzo dichiarava: “non ascolto più i Kiss come facevo un tempo. Ora il mio gruppo preferito sono gli ZZ Top, anche se non mi dispiace riascoltare i Kiss ogni tanto”), a portare il solito Cobain a definirli “le più classiche caricature dei metallari sballati che si potevano immaginare” o Kim Thayil a dire “The fuckin’ Melvins are slow as hell!”, ricordando un concerto del 1984. Fu allora che per la prima volta ci si rese conto di quanto andavano controtendenza, con una mossa che li portò ad essere non la band più punk in città, ma quella più heavy, lenta, depressa e da trip.

Insomma, da qualsiasi parte li si prenda, i Melvins sono invischiati fino alle caviglie nel metal. E il metal esce fuori sistematicamente nei loro album. In forme aliene e alienate, ovvio, se si pensa al doom, allo sludge e ai pantani di note catacombali che ne hanno fatto le fortune, presi di netto dall’epopea dei primi Sabbath e calati in situazioni non ortodosse; oppure a quelle ibridate con hardcore, come avveniva per certi act fondamentali nell’evoluzione dei Melvins, come i Black Flag; o anche in forme più “pure”, come certi passaggi strumentali di Revolve da Stoner Witch o Oven da Ozma (la lista, ovviamente potrebbe essere infinitamente più lunga, e converrete che quello che state ascoltando è metal, seppur non suonato da metallari). Non è casuale, dunque, che nell’Encyclopaedia Metallum i Melvins siano oggetto di una lunga e dettagliata trattazione, e considerati “similar to” a molte band dichiaratamente heavy metal o hard rock.

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N come noise

Noise. Rumore. Fastidio. Seppur non in senso etimologicamente “rock”, i Melvins incarnano l’essenza ultima dei gruppi noise. Un po’ come gli EN o gruppi d’area grigia, hanno sempre scelto la strada peggiore. Hanno sempre deciso di sorprendere, ma non per una scelta fine a se stessa, per qualcosa di sensazionalistico, bensì solo per andare controcorrente. Si pensi a quando aprirono il live conclusivo del tour di Badmotorfinger dei Soundgarden in quel della Seattle Arena: introdotti col poco consono “Ladies & Gentlemen…The Melvins” suonarono per quindici interminabili minuti una sola nota! E soltanto perché la recensione del live precedente li accusava di aver suonato soltanto una nota. Oppure a quando i giovani fan dei Nirvana li presero a male parole, dopo che i tre li avevano seppelliti non col grunge annoiato e annacquato dei loro beniamini, ma con una colata lavica fatta di statiche visioni post-metal.

Non che i Nostri, a livello discografico, si siano mai esentati dal produrre brutture al limite del rumorismo come in Prick, ambient malefica con il lavoro con Lustmord o sperimentazione folle come quella in Colossus Of Destiny – unica traccia da quasi un’ora con cinquanta e passa minuti di performance rumorosa a introdurre l’unica canzone del disco. È però l’intera epopea melvinsiana ad essere pervasa da un senso di irridente fastidio, di rifiuto di ogni regola, di sberleffo quasi dadaista che i due+1 sbattono continuamente in faccia all’ascoltatore. Specie quando a venire esaltata è l’ala più iconoclasta e insieme visionaria della formazione, quella che non scende a compromessi con niente e nessuno e che si manifesta in forme che vanno oltre la mera produzione discografica. Non è un caso che Osborne rispondesse ad una provocatoria domanda sull’hype cresciuto a dismisura intorno ai Melvins (“A questo punto i Melvins potrebbero pubblicare qualsiasi cosa. Se registraste il drum kit di Dale spinto giù per le scale e lo pubblicaste in vinile verde, venderebbe lo stesso”) con un serafico “Considero quello che facciamo non troppo distante dalla performance d’arte. C’è soltanto una dose di umorismo infinitamente superiore rispetto a ciò che la gente pensa. Ci siamo chiamati Melvins, quanto potete prenderci sul serio?”.

Infatti. Si può prendere sul serio qualcuno che si professa “a heavy metal band with Captain Beefheart”? Sì, si può e si deve.

V come vantaggi?

Vantaggi? E quali? Stando a ciò che si legge in giro, a Buzzo e Crover basta suonare, registrare dischi e andare in tour (“Non ho mai capito come sia possible impiegare così tanto tempo per registrar un disco. […] È musica, non neurochirurgia”, parola di Buzzo). Se ne fregano altamente dello (ehm) star-system. Sono (auto)ironici fino al midollo. In grado di farsi intervistare da due ragazzine di 12 anni e stare al gioco, illustrare le loro cover di un immaginario cartoonesco, prendersela un po’ con tutti, specie se quel “tutti” sono presunte mega-star dell’ex underground come Rob Zombie, creare una fan-base di duri e puri denominata ironicamente Melvins Army, con tanto di badge di riconoscimento e chissà cos’altro.

Dopotutto, è la band che ha contribuito massicciamente a far nascere il grunge e la Seattle nuova mecca della musica. E nonostante ciò, è stata la prima band a fuggire da Seattle, prima ancora che divenisse il centro dell’hype mondiale, esportando in tutto il globo terracqueo l’orripilante accoppiata camicia di flanella/jeans sdrucito. “Non è che ci lasciassimo dietro un granché, andandocene, dice Buzzo. Quando lasciammo Seattle, il cachet più alto che avevamo preso era 160 $ […] Non credo che la nostra carriera abbia avuto delle ripercussioni dal trasferimento a San Francisco, così come non credo che non avremmo fatto qui quello che avremmo fatto in qualsiasi altro luogo”.

Nessuna invidia, nessuna presunta rivincita. I vantaggi ci sono stati eccome – “Sarei pazzo ad affermare di non aver avuto vantaggi da successo di Nirvana o Soundgarden. Siamo stati molto aiutati e infatti vendiamo sempre più dischi ad ogni nuova uscita” – ma sono del tutto meritati. Dalla riconoscenza eterna da parte di band dal disco di platino facile fino agli attestati di stima da parte di chi sa riconoscere un suono come caratteristico (si pensi al Buzz Box, pedale che dovrebbe permettere di replicare il suono gonfio della chitarra di Osborne ma che quest’ultimo definisce qualcosa come “il suono di un aspirapolvere intasato”), la lista è lunga.

Dopotutto, nella loro infinita autoironia, i Melvins hanno trovato la chiave per l’eterna giovinezza. E l’hanno trovata in cinque semplici mosse: quelle dettate da Crover in una intervista intitolata non a caso “Top five tips for keeping a band together 30 years” e cioè “Non avere una hit”; “Tieniti lontano dai personaggi subdoli”, “Caccia via qualcuno dalla band”, “Inonda il mercato” e, last but not least, “Non ti sciogliere”. Lapalissiano, no?

11 Novembre 2013
11 Novembre 2013
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