La rivoluzione col polleggio

Lo stato sociale è una di quelle band che, se ci fosse un concorso per “chi ha speso più inchiostro al riguardo”, vincerebbe facilmente il primo premio. E in fondo piace, a noi “criticoni”, dire la nostra con intelligenza (a volte con arroganza), argomentando, nei più svariati modi, il perché – come si scriveva su queste pagine in un articolo datato 2011 – “quel cazzeggio democratico, in cui tutti si ritrovano a meraviglia, e con poco sforzo cliccando su “mi piace” sia lo scopo finale del quintetto bolognese. Assolutamente condivisibile. Come del resto scervellarsi sul come, dove e quando tal dei tali, recensore di tal rivista, si sia sbilanciato un po’ troppo sul gruppo. Nessuno si scandalizza e, se c’è il dibattito, vuol dire che c’è coscienza musicale e sociale. Che il fan medio de Lo stato sociale, poi, sia un fan diseducato – come pure s’è detto in giro – è una questione discutibile e per la quale ci vorrebbero altre sedi, che tocchino, per dirne una, il problema (?) dello stato di salute dell’indie italiano. Un genere? Una marca? Un distintivo? Non c’è bisogno di vederlo come un viatico artistico e il sintagma, già di per sé vago, così affrontato finisce per perdersi in fumo.

Certo, è bene ricordare (a noi stessi, ai lettori, a tutti) che altra cosa sono Brothers In Law, Iori’s Eyes, Drink To Me, Ka Mate Ka Ora, Be Forest, Echopark, His Electro Blue Voice, M+A, Porcelain Raft, Vaghe Stelle, ecc… (l’elenco completo lo trovate nella nostra bella playlist) per l’indie italiano. Sono cosa con un respiro più ampio e, semplicemente, non paragonabile alla band in oggetto. E non per forza per ragioni qualitative. Poi, se si pretende di indicare Lo stato sociale come punta di diamante dell’indie italiano o purga di tutti i suoi mali, allora, forse sì, l’ascoltatore medio è diseducato. Ma siamo certi che i ragazzi della band non hanno mai avuto quest’ambizione. Come, altresì, l’ambizione di Brunori, ad esempio (come si diceva qui), non è mai stata quella di essere “il cantautore dell’indie italiano”, ma, semmai, quella di suonare nei falò o, al massimo, al concerto del Primo Maggio. Ma che razza di musicista indie può essere uno che suona al primo maggio?

Le canzoni sono quella cosa che chi non le scrive le prende tremendamente sul serio” ci è stato detto. Vero, certe volte perdiamo la bussola del reale. Ma legittimo è anche considerare la musica de Lo stato sociale come esegesi reale (e un po’ grossolana) del nostro essere, ovvero “parti di una comunità piccola e fin troppo legata a una ritualità espressiva che per paura o per gioco vogliamo sempre più riconoscibile, immediata e infine divertente”. E quindi – come in sede di recensione di Solventi – “la svaccata è sempre in agguato”. E allora?

E allora abbiamo provato a sentire la loro opinione, in un pomeriggio soleggiato di maggio, quando, prima di partire per l’ennesimo tour affollatissimo, li abbiamo incontrati al Locomotiv Club di Bologna. Abbiamo provato a stuzzicarli, mettendoli in posizioni scomode, un po’ come fanno loro nei confronti di chi ha il compito – legittimo – di giudicarli. Abbiamo provato a spostare il piano di scontro dalla pancia – il loro luogo ideale, quello che, secondo alcuni, li fa peccare di coerenza politica, artistica e sociale – alla testa, argomentando una serie di possibili ed effettive critiche.

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Turisti della democrazia, in fin dei conti, aveva ricevuto più stroncature che approvazioni da parte della critica. Come si riesce a mantenere la testa alta e a fare un secondo disco che tenti di suonare “coerente” rispetto al primo?

Lodo: Io non credo che esista la musica bella o brutta, non credo in queste categorie. Abbiamo avuto la fortuna che le nostre canzoni parlassero a tante persone e che in due anni trasformassero quello che rimane un gioco nel nostro lavoro. Siamo stati per lo più incoraggiati da questo. Sul piatto della bilancia pesa più questo delle opinioni di un critico. Gli unici momenti in cui le critiche pesano di più, sono quando si scende nel personale, discutendo la nostra etica, la nostra coerenza politica.

Bebo: Secondo me va sempre circostanziato il “chi” ti dice “cosa”. Per me, un perfetto sconosciuto che dice che la nostra musica è brutta ha tutta la legittimità di farlo e, per quanto possa dispiacerci, lo accetto come un dato di fatto. Ma quando esco a prendere una birra col mio migliore amico e mi confessa tranquillamente che Lo stato sociale gli fa cagare, continuiamo ad essere uno il fratello dell’altro, ma ci rimango un po’ male. Mi fa venir voglia di fare qualcosa che possa piacere anche a lui. Mi dà più soddisfazione.

Avete mai pensato che L’Italia peggiore potesse rappresentare magari una reazione artistica alle critiche?

Lodo: Non ho mai pensato di dover reagire alle critiche della critica. Secondo me non è il nostro obiettivo. Ci interessa arrivare a sempre più persone e cercare di farle stare bene, soprattutto quando escono di casa e magari ci troviamo ad un nostro concerto. Le canzoni sono uno strumento per creare un bel momento comunitario, possibilmente felice e liberatorio. Se le stroncature ci hanno portato a suonare di fronte a trenta o novemila persone, va benissimo.

Il che ci porta a quell’articolo – recentemente edito – che ha scritto: “La voce che parla in questo disco, comunque, è quella di uno che nutre un forte risentimento verso il mondo esterno, sinistra compresa, antagonismo compreso, e verso il gioco di ipocrisia e arrivismo sociale in cui tutto è completamente immerso”, accusandovi, in virtù della vostra situazione privilegiata, di mettervi al riparo da tali critiche…

Lodo: Io lo trovo un pensiero intelligente, fatto da una posizione un po’ bislacca. Partendo dal presupposto che ci viene da parlare, scrivere e raccontare così, e che comunque questo metodo è arrivato a comunicare qualcosa ad un po’ di persone, qual è il passo in più che dobbiamo fare? Credo che sia una critica asettica, perché, in questa fase storica, va molto di moda fare critiche reazionarie, dando dei reazionari agli altri. È probabile che noi non spostiamo di un centimetro il futuro di chi ci viene ad ascoltare, ma quanto meno lo facciamo uscire di casa, che forse è meglio che stare davanti a un computer… Un prodotto vero del grillismo è che i nemici del grillismo hanno assunto i linguaggi del grillismo. Seppur affinati, articolati e intelligenti…

Non sembra tanto diverso da quando dicevamo “berlusconismo” al posto di “grillismo”…

Lodo: Sì, ma lì la piattaforma non era internet, erano altre cose… Ora succede che il ragazzo sveglio e di sinistra, che ha delle cose da dire, dopo vent’anni in cui un partito di centro-sinistra non ha fatto una sola battaglia di sinistra, riesce meglio a lavarsi la coscienza stando davanti a un computer e argomentando succulente supposizioni per cui il grillismo è protofascismo, e così via… Secondo me, queste stesse persone, cinque anni fa, erano in Val Susa e ora sono davanti al computer a parlare di Grillo. Ripeto: è possibile che noi non spostiamo nulla, ma indica una strada…

Già, ma perché non la indicate voi?

Lodo: Ovvio, ma faccio solo quello di cui sono capace. Sono contento di riuscire a portare le persone fuori di casa e a farle stare bene. Alla base c’è una visione del mondo e delle persone diversa. Ho scelto di non pensare che le persone facciano schifo più di quello che immagino e che non ci sia speranza in loro. Credo che le persone siano quanto meno meglio di me e quindi, nel mio piccolo, credo che questa cosa porti da qualche parte. Gli articoli come quello che hai citato, sono articoli che hanno come sostanza il fatto che noi, come persone, non valiamo un cazzo, che il mondo è fatto di giovani che non valgono un cazzo ed è tutto molto autoassolutorio. Se uno pensa così, o si ammazza o esce di casa e fa la rivoluzione.

Però il dualismo – che riguarda da sempre la canzone che vuol farsi impegno – fra ottima rifinitura della pars destruens e gravi carenze della pars construens, è un fatto che riguarda anche voi…

Lodo: Credo che il linguaggio espressivo – che è un linguaggio sintetico – sia molto efficace nel raccontare un’utopia o nel distruggere il mondo presente. Sul quale sia la pars construens in questo Paese, possiamo parlare cinque ore, dal momento che già fra di noi abbiamo cinque opinioni diverse. Crediamo che una canzone possa provare a dare una scossa, una voglia di cambiare in piccolo. Non siamo dei ministri, non abbiamo fondato un movimento politico e non vogliamo elencare 57 emendamenti di una riforma in una canzone. Duemila o venti persone in un locale che portano a casa una mattonella di felicità o di consapevolezza che non stanno vivendo nel modo giusto, per qualcuno che fa le “canzonette” è una grandissima pars construens.

Bebo: Aggiungo che è necessario capire che si tratta di canzoni, altrimenti faremmo altro. Il miglioramento del mondo passa per le cose che si fanno quotidianamente. Ho lavorato in fabbrica per sette anni e il mio obiettivo giornaliero era condurre le ore di lavoro al meglio e far sì che la mia vita fosse dignitosa, che il lavoro fosse – e spesso non lo era – un motivo per svegliarsi la mattina. Quando non facevo le “canzonette” e facevo solo fabbrica, facevo comunque del bene nell’Universo, senza essere un personaggio pubblico ed esporre le mie idee. Non ho bisogno di una grande sovrastruttura per giustificare la mia vita; sono contento di mettermi a letto la sera, convinto di aver migliorato un minimo me stesso e le persone che ho di fianco. Sembra gandhiano, ma è così: non siamo riusciti a far di più in 50 anni di lotta, in 25 di sinistra moderna. Vorrei trovare tutti i giorni le energie giuste da investire in un futuro migliore, mio e delle persone che mi stanno vicine.

Questo non vi rende un po’ “generazionali”? Non pensate di essere una sorta di band a scadenza?

Lodo: E’ possibile che sia così negli effetti, che fra cinque anni nessuno si ricorderà de Lo stato sociale. Dire che è insopportabile che nei centri sociali o nei movimenti chiamino a suonare Lo stato sociale, appoggiandosi ad una mentalità che definisco reazionaria, è una sciocchezza. Noi veniamo da lì. Le occupazioni le abbiamo fatte, nei centri sociali ci siamo stati. Per noi è più strano andare nei club! Abbiamo amici nei centri sociali con cui abbiamo fatto battaglie, è normale che suoniamo lì!

Però di battaglie ora ne fate un po’ meno…

Lodo: E’ una questione dolorosissima. Spesso continuiamo ad esporci: un anno fa con il referendum per l’abolizione dei fondi alle scuole private a Bologna, io personalmente per la candidatura di Claudio Riccio alle europee con L’altra Europa. Cerchiamo tutt’ora di esporci. La sinistra fuori dal parlamento poteva creare una splendida realtà di movimento, ma non è successo e si è rigenerata una rincorsa alla soluzione per rientrare in parlamento. Tutte le grandi lotte di resistenza (Muos, Ilva, Tav, Sesto S. Giovanni, Rossano Calabro) sono passate in secondo piano perché ora si deve stigmatizzare il fatto che i grillini hanno un atteggiamento protofascista. E’ vero, ma quando lasci le battaglie importanti senza nessuno che se ne occupi, se non arriva a prendersele un fascista, arriva un protofascista.

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Parliamo un po’ de L’Italia peggiore. Stessa formazione di Turisti della democrazia, stesso produttore…

Bebo: Matteo (Romagnoli, che ha prodotto il disco con la band, ndSA) è un fratello, non poteva esserci soluzione migliore. Per un periodo abbiamo pensato di appoggiarci a Tommaso Colliva per il mix, ma abbiamo preferito – per una semplice questione di estetica sonora – continuare con Francesco Brini. Abbiamo investito un po’ di più sul mastering a Londra, che fa suonare tutto un po’ meglio.

Dal punto di vista compositivo, c’è meno elettronica di genere e in alcuni casi sfiorate il reggae e lo ska. Come mai?

Bebo: Come al solito facciamo un casino fotonico… (ride, ndSA)

Lodo: E’ compito mio quello di mettere degli accordi sotto un testo, a prescindere da chi lo abbia scritto. Mentre in passato scrivevo spesso al piano, per questo disco ho scritto quasi tutto alla chitarra. Ho ascoltato Libertines, Arctic Monkeys e Specials ed è venuto fuori un po’ così… D’altro canto ci sono momenti – come Il sulografo e la principessa ballerina – in cui non ho messo mano alla parte musicale, e l’elettronica spicca.

Si sente molta vita da tour nei testi de L’Italia peggiore. Quali sono le cose che vi hanno segnato di più in più di due anni su e giù per lo stivale?

Bebo: La grande bellezza dell’Italia tutta. Abbiamo conosciuto in due anni l’altissimo e il bassissimo che offre questo Stato e, all’interno di entrambi i poli, abbiamo conosciuto persone che si battono e cercano di far qualcosa per rendere il Paese più bello.

Però poi il disco si chiama L’Italia peggiore

Lodo: Beh sì, ha la doppia valenza: da una parte è orgogliosamente autoironico e dall’altra è l’Italia di Brunetta, secondo la quale i ricercatori vanno all’estero perché qua non hanno voglia di lavorare come colf. In un paese di provincia, ad esempio, se vuoi fare un festival o una serata con un minimo di ambizione, hai bisogno dell’appoggio dell’assessorato. Molto spesso è del PD, ma le realtà locali sono diverse dalle dirigenze. Noi siamo molto fighetti e, in una città come Bologna che ha molte realtà diverse, possiamo decidere se suonare al TPO, che è un centro sociale, o altrove. Ma se abitassi a Rocca d’Aspide (SA), forse non avrei questa possibilità. Sono stronzi quelli che, appoggiandosi ad un’istituzione o ad un partito, creano un momento di cultura in cui le persone si divertono? Quello è il caso in cui un’istituzione fa una cosa buona.

Max Collini – ospite in un brano del disco – e i suoi Offlaga Disco Pax hanno un ruolo fondamentale per L’Italia peggiore e per la musica de Lo stato sociale in generale. Parlatemi dell’ospitata e di Linea 30, un brano che ricorda moltissimo la band emiliana…

Lodo: Max è un amico, un padre putativo. Quando è venuto all’Estragon, durante l’ultima data del tour scorso, premeva perché gli facessimo fare qualcosa nel disco nuovo. Non sapevamo cosa, però. Alla fine è finito in Questo è un grande paese che, ovviamente, gli fa cagare.

Bebo: Quando ho registrato le voci di Linea 30, ho detto a Lodo: “Non voglio che suoni come gli Offlaga” (ride, ndSA). Non era perché volevo prendere le distanze, ma solo perché gli Offlaga sono stati importantissimi, fin dai loro primissimi concerti. È inevitabile: quando metti del recitato su una canzone, la cosa più prossima per un emiliano che usa l’elettronica, sono gli Offlaga Disco Pax. Magari dieci anni fa potevano essere i Massimo Volume. Linea 30, secondo me, fotografa uno dei simboli della vigliaccheria del Novecento italiano: colpire la città, le persone comuni con una bomba al simbolo dei trasporti del Novecento. Sono morte persone che non c’entravano nulla e il risultato è stato che tutti si sono aiutati: le persone comuni sono diventate soccorritrici di quelle colpite dallo Stato.

Leggo che C’eravamo tanto sbagliati è nato da una notte travagliata… ci racconti quello che si può raccontare?

Lodo: “Resilienza”: una parola che ho imparato dalle telecronache NBA di Flavio Tranquillo, spesso in relazione ai San Antonio Spurs. Negli ultimi mesi avevo una gran voglia di fuggire dal progetto, ma le cose erano già partite e non potevo più tirarmi indietro. Il pezzo è stato un meccanismo di recupero: dalla difficoltà al colpo di reni. Parla delle cose che odio negli altri, e di quanto mi ci riconosca. O, forse, riconosco le fasi rare – ma importanti – di conflitto con mio padre, che, non a caso, fa il professore. La mia maschera (che è quella cosa che non nasconde ma rivela, dice Peter Brook) in commedia nell’arte è quella del Dottore, del professore, del trombone, di chi insegna. Avevo bisogno di mandare affanculo il mondo delle mie proiezioni e di liberarmi.

Quindi non sbaglia chi dice che le vostre canzoni trasudano “risentimento” personale o “sensi di colpa”…

Lodo: Non sbaglia, basta capire che si tratta di una canzone, di cinque minuti che fotografano uno stato d’animo. L’iper-identificazione di una persona in una canzone è una cazzata.

Veramente sognate un mondo della musica dove vivere e cantare, in serenità, ascoltando musica reggae, come si evince in La musica non è una cosa seria? ‘Mazza che palle…

(Ridono, ndSALodo: Prima di La musica non è una cosa seria avevo scritto un pezzo tipo Manu Chao, tipo la rivoluzione col polleggio… poi tutti mi hanno rivelato che il pezzo era veramente brutto. Non riuscivo ad entrare nel personaggio, poi l’ho riscritto pensando ad un modo diverso di fare le ribellioni. Voglio dire: noi occidentali, a livello culturale, leghiamo le ribellioni alla violenza, alla rabbia (e nel disco ci sono almeno due brani che parlano di questo); ma esistono altre culture che pensano alla ribellione pacificamente, come al raggiungimento di una dimensione altra rispetto al mondo. Volevo parlare di quello, parlando di una mia fuga.

A proposito di ribellione: sapete che Pasolini è sempre stato criticato dalla sinistra anche perché non riusciva a parlare di rivoluzione senza metterci dentro sempre i rapporti sentimentali?

Lodo: Io in realtà pensavo a Time For Heroes dei Libertines, in cui ogni strofa finisce con “I cherish you, my love”. O ad Harold Pinter, che parla del fallimento dell’utopia della sua generazione in Tradimenti e lo fa non citando mai la politica: si parla solo della perdita di entusiasmo di un tradimento… Senza macchine che vadano a fuoco non vuole chiamare la volata alla rivoluzione adesso, ma il fatto che la vibrazione che ti dà lottare o prendere botte per difendere delle idee, ti fa sentire vicino chi hai accanto in una maniera diversa.

Bebo: io mi relaziono con il mondo della musica elettronica, soprattutto quella dance. Lì la rivoluzione è stata vissuta in maniere differenti: Detroit, con l’Underground Resistance, doveva essere messa a ferro e fuoco dal black power. D’altra parte l’house mi ha insegnato l’edonismo, che è un concetto classico che si è un po’ perso. La rivoluzione è passata da lì: i primi party sono stati un modo per le comunità omosessuali di colore di rivendicare i loro diritti. Anche loro le botte se le son prese, ma l’house ha parlato molto più della comunità gay di quanto non abbiano fatto tantissimi movimenti. La musica era liberatoria, non autoassolutoria: tutti si è uguali. Ora si guarda male chi attacca la propria nicchia…

Lodo: La parola rivoluzione, infatti, è stata bandita dalla società e quando non è proprio bandita, le viene fatto un torto peggiore: viene considerata come una cosa piccola fatta di piccole azioni quotidiane. La rivoluzione non è fare la raccolta differenziata: è qualcosa di forte che passa attraverso momenti di liberazione e identificazione collettiva.

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