Vasco Rossi, il gigantismo live e gli eventi cannibali

Ci mettiamo in strada alle dieci del mattino. La carreggiata della A35 opposta alla nostra è chiusa da ore. Posti di blocco presidiano le rampe di accesso con aria sterile e minacciosa, rendendo l’atmosfera tesa e surreale. Procediamo, e in pochi minuti vediamo sfilare almeno quattro convogli diplomatici, le auto della scorta disposte come una fortezza mobile attorno alle vetture che presumibilmente trasportano le grandi personalità della cultura e della politica, inviolabili dietro i cristalli scuri. Per noi che dobbiamo allontanarci da Strasburgo in direzione sud, i funerali di stato riservati a Helmut Kohl non comportano alcun disagio. La nostra carreggiata sembra fare parte di un’altra dimensione, quella mediamente caotica della cosiddetta normalità. Dieci ore e due lunghe code più tardi – una all’ingresso del tunnel del San Gottardo e l’altra per un incidente sulla tangenziale ovest di Milano – raggiungiamo Modena. Il tam tam mediatico sul concerto di Vasco mi aveva fatto seriamente temere di imbattermi nella coda numero tre, invece è tutto morbido, libero, scorrevole. Scorgo due elicotteri nel cielo, un cielo già imbronciato, pronto per un bel tramonto di inizio estate. Ovviamente, so perché quegli elicotteri stanno lì. Immagino, mentre oltrepasso l’uscita Modena Nord proseguendo la marcia di avvicinamento verso casa, quello che deve significare – cosa sia – trovarsi adesso sotto a quei due elicotteri immobili come libellule nere, tra i duecentoventimila (e oltre) del Modena Park. Sono molto stanco, non vedo l’ora di scaricare i bagagli, chiudermi il portone alle spalle e sbattermi sul divano oppure – meglio – direttamente sul letto. Tuttavia, se potessi, se solo fosse possibile, vorrei essere lì, in quel mare di folla, nel momento esatto in cui Vasco, durante Colpa d’Alfredo, grida “Modena park”. Solo per quel momento. Quello solo.

Tra i molti abusi a cui il presente ci ha abituati, uno riguarda il termine “evento”. I media e i social hanno adottato (imposto?) una formattazione del tempo basata su eventi che, per la continua, sistematica calendarizzazione e condivisione, finiscono per dissipare la condizione di eccezionalità. Da anni invece Vasco Rossi ha saputo conciliare una comprensibile stanchezza per la dimensione dei concerti con la confezione di super-eventi: concede ai fan un concerto ogni anno, più o meno. Magari pasturato da una canzone inedita. Sempre più raramente da un album. È un giochino che funziona, certo. Funziona benissimo. Così bene che per i quarant’anni di carriera Vasco e il suo entourage hanno pensato di organizzare il concerto del secolo. L’apoteosi del gigantismo. Un record mondiale: mai nessun altro nome della musica pop-rock ha richiamato da solo così tanto pubblico a pagamento per una singola data. Vasco Rossi, un cantautore rocker italiano adorato in patria e pressoché sconosciuto nel resto del mondo, ha fatto meglio di Beatles, Rolling Stones, Led Zeppelin e via discorrendo. Niente male, come “evento”. Dieci milioni di euro investiti, dodici ricavati dalla sola vendita dei biglietti. Poi c’è tutto il resto, diritti radiotelevisivi, merchandising vario venduto in loco e persino nella rete degli autogrill (come ho modo di verificare dalle parti di Milano mentre azzanno un Camogli), l’inevitabile dvd che arriverà. Di fronte a tutto questo, entrare nel merito della musica di Vasco non ha quasi senso. Sostenere per l’ennesima volta che “fino a” Va bene va bene così (Liberi liberi? Colpa d’Alfredo? Bollicine? Gli spari sopra?) ha fatto buone cose e poi si è sgonfiato, perduto, rincoglionito, venduto e svenduto, serve soltanto a provocare ampi sussulti di noia.

Vasco Rossi è un fenomeno enorme. Con la sua innata, intatta inadeguatezza da disagiato di provincia che getta sensibilità, acume e una rabbiosa follia oltre il muro della periferia italiana anni Ottanta, ha saputo porsi al cuore di un prodotto che può essere venduto tanto al ragazzino problematico con smanie rock residue quanto al manager d’azienda con l’Harley nella rimessa, convincendo per strada madri di famiglia diventate nel frattempo nonne e presentatori televisivi dediti al nazionalpopolarismo più tenace. Un grande popolo del Blasco che sembra avere – ha – una caratteristica distintiva ben precisa: non ne ha alcuna. Non esistono specificità, orientamenti politici o culturali. Il fan di Vasco legge un milione di libri oppure nessuno. Tifa calcio o lo schifa. Non ha uniforme. Né è necessariamente appassionato di musica in generale e di rock in particolare.

Mi è capitato di chiedermi come sia accaduto. E quando. Intendo: quand’è accaduto che Vasco ha iniziato a diventare per l’immaginario collettivo quello che è oggi. Sempre che esista, un momento individuabile. Sono uno di quelli con la puzza sotto il naso che da Liberi liberi (facevo il militare, è un disco che mi procura sensazioni contorte e indubbiamente vive) in avanti ha smesso di seguirlo, persino di rispettarne le scelte. Cazzo, se ho amato Vasco. Cazzo, se innescava un senso di appartenenza e riconoscimento ascoltare dischi come Siamo solo noi o – riscoprendone a ritroso la carriera – Ma cosa vuoi che sia una canzone. Cazzo, che miscuglio di sconcerto e delusione furono Cosa succede in città e C’è chi dice no, che pure mi facevo piacere perché la tribù aveva le sue regole e io volevo farne parte. Poi la vita e la musica hanno fatto il loro corso. Mi sono convinto – lo sono ancora – che se vuoi rispettare il tuo idolo devi essere disposto a lasciartelo alle spalle, o comunque a proseguire anche senza di (e grazie a) lui. Di Vasco mi sono rimaste quindi un pugno (forse due) di canzoni che ancora amo e soprattutto molti vecchi ricordi, ricordi di quando le sensazioni erano forti, ma forti davvero. Continuo a rispettarlo, certo, anche se tutto quello che ho ascoltato negli anni successivi me lo ha ridimensionato parecchio, riducendolo musicalmente a poca cosa.

Ma discutere sul senso e sul valore musicale di Vasco alla luce del gigantesco evento di Modena, mi sembra gratuito, inutile. Il mare di folla che ha connotato “il concerto più grande del secolo” è stato un po’, calcisticamente parlando, come la legittimazione del risultato dopo un vantaggio ottenuto con un rigore dubbio, seppellendo l’avversario con altri tre, quattro goal: recriminare, puntualizzare, criticare a quel punto è la meno consigliabile (e utile) delle opzioni. Se dovessi quindi dire chi è oggi Vasco, lascerei stare la sua musica e inizierei col chiedermi: a chi appartiene, oggi, Vasco? Chi ha bisogno di un Komandante? E poi: quale idea di musica esce da tutto questo? Quale idea di rock? La sensazione è che, ai fan del Blasco, del rock non importi poi molto, o comunque poco in confronto a quanto importa loro del Blasco stesso. Eh, già: i “siamo solo noi 220.000” che hanno assistito al “concerto del secolo” non ci stanno affatto dicendo che “esiste ancora un pubblico che ascolta rock”, come ha sostenuto qualcuno sulle ali di un entusiasmo non troppo prudente. Ci dicono qualcosa di diverso e, forse, persino di diametralmente opposto. Considerazione che vale, in maniera peculiare ma simile, per tutti gli altri casi di gigantismo rock a cui abbiamo assistito questa estate: sembra che l’evento – Guns N’ Roses, Aerosmith, Radiohead, Eddie Vedder, System Of A Down, Depeche Mode… – abbia finito col prevalere definitivamente sulla “proposta”.

In un concerto rock l’aspetto dell’esserci, del farne parte, è sempre stato decisivo, ma oggi sembra diventato predominante, forse persino l’unico aspetto che conta e ne giustifica la spesa (in senso vasto). Il rock continua a esistere, certo, e ad esercitare attrattiva, ma lo fa da par suo, come entità frammentata e diffusa. Continuano a uscire lavori molto belli e stimolanti, progetti in studio e live che non mancano di affascinare, ma con modalità che non hanno alcun paragone – sia qualitativo che quantitativo – con quelle dei grandi eventi elencati sopra. I quali si caratterizzano per come celebrano un repertorio ormai statico, sedimentato, cristallizzato. E che quindi offrono al pubblico ciò che il pubblico chiede: un generoso best of. La smania di evento sta metabolizzando (anche) il rock. E Vasco è stato uno dei primi – in Italia e non solo – a capirlo. Chapeau.

Quando raggiungiamo la variante di Valico, mi torna in mente di aver sentito uno spot che annunciava la diretta radio del concerto. Sintonizzo sul canale ma un attimo dopo entriamo in galleria. È lunghissima. Ne usciamo che già sta finendo Bollicine. Lo speaker inizia a parlare e non lo riconosco. La voce è familiare, ma non riesco a focalizzare. Alla fine, non senza incredulità, apprendo che si tratta di Paolo Bonolis, impegnato in una conduzione che eufemisticamente potrei definire agiografica, di cui lo stesso Vasco, credo, avrebbe fatto volentieri a meno. Ebbene, sì: Paolo Bonolis. Sento che da qualche parte e in qualche modo si sta chiudendo un cerchio, ma non mi resta abbastanza lucidità per interpretarne la natura, per capire come, in che momento e da chi sia stato aperto. Intanto l’autostrada si è come svuotata. È un deserto rassicurante, una specie di sipario che si dipana per chilometri e chilometri verso il cuore abbacinato dell’estate. Galleggiamo sull’asfalto, l’auto che sembra precipitare in orizzontale attraverso la luce minerale del crepuscolo. Non ci sono posti di blocco a presidiare le entrate, non ce n’è bisogno: le cose, semplicemente, stanno andando come devono andare. Quando inizia Ogni volta, mia figlia lascia passare qualche istante, poi chiede se può ascoltare i suoi rapper. Dopo un po’ la accontento.

3 luglio 2017
3 luglio 2017
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