• Giu
    01
    2007

Classic

Geffen

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Diciannove anni dopo, la potenza iconica della candela di Gerhard Richter – l’autore di Kerze, il quadro di copertina – non si è affatto affievolita. Quando l’immagine compare dietro ai quattro musicisti sul finale degli attuali concerti-evento (Sonic Youth performing Daydream Nation, visto in anteprima al Primavera Sound di Barcellona), è tutto un fiorire di significati eccezionalmente forti e prorompenti. E di certo l’effetto si ripeterà sugli scaffali dei negozi, adesso che la magnum opus della Gioventù Sonica giova del trattamento deluxe già riservato a Dirty e Goo, corredata di una versione live del disco (esibizioni tratte dal tour promozionale), più un interessante demo di Eric’s Trip e quattro sfiziose cover tratte da coevi tributi e collaborazioni (Neil Young, Beatles, Cpt. Beefheart, Mudhoney).

E nient’altro, perché è stato già detto tutto nei monumentali 70 minuti delle quattro facciate viniliche. Nel 1988, Moore, Gordon, Ranaldo e Shelley sono ormai pienamente consci del loro ruolo all’interno della cosiddetta scena “underground”, e dello status di semi-divinità che ne deriva. C’è voluto qualche anno – e lavori cruciali come Bad Moon Rising, Evol, Sister – prima di maturare pienamente una coscienza in tal senso e, con i ’90 sempre più vicini e l’aria di cambiamento che soffia forte da tutte le province dell’impero indie, è il momento di dire qualcosa di importante. Di fare un disco che sia uno statement, sotto molteplici punti di vista.

Anzitutto quello musicale, nel consolidare una formula di per sé eversiva su basi fortemente rock, in un ideale continuum con la tradizione (chiaramente quella punk, garage, hard rock, hardcore, con Stooges, VU e perfino ZZ Top – cui è dedicata Eliminator Jr.– a benedire dall’alto). Il suono è monolitico, con le chitarre di Thurston e Lee a rincorrersi ed intrecciarsi in rocciose sinfonie metropolitane, in un profluvio di frasi ricorrenti, call and response di riff, distorsioni, wah, violente code noise ad effetto (replicate spettacolarmente dal vivo). Ce n’è per un’intera enciclopedia della sei corde, nonché per un ipotetico manuale della perfetta canzone indie rock. Cos’altro è Teenage Riot, in cui tutto – proprio tutto – è al suo posto (riff+melodia+distorsione)? Candle, Total Trash, Eric’s Tripnon sono certo da meno, e se le concessioni al “pop” potrebbero sembrare eccessive, a controbilanciare c’è sempre l’aggressiva sensualità di Kim, regina incontrastata di Cross The Breeze, The Sprawl, Kissability, i momenti più intensi accanto alla Trilogy finale. Nel complesso, un trionfo di sintesi espressiva, un traguardo artistico fondamentale.

Ma non solo. Anche se ai tempi della release la decade orribiledi Rambo e Madonna volge ormai al termine, il divario fra diverse correnti di pensiero, culturali e politiche – detto altrimenti, fra mainstream e underground – che ha solcato la nazione negli ’80 è ormai difficile da ignorare. E allora, a Ronald Reagan e ai “suoi” USA i Sonic Youth rispondono: rock and roll for president, immaginando che alla Casa Bianca ci sia J. Mascis in cima alle sue marshall stacks (ecco, la vera Teenage Riot). DaydreamNation è, de facto, l’atto di fondazione di un’altra America, di una coscienza musicale – politica? Certo – realmente diversa.

Cosa sia rimasto oggi di quella nazione alternativa, è difficile dirlo. Dopo gli atti cannibalistici di MTV e delle multinazionali dai ’90 in poi, dopo la crisi dell’industria e l’avvento di My Space, dopo il disperdersi dell’universo indie in tanti, innumerevoli microcosmi (e altrettante coscienze?), il senso primario dell’album dei SY resta comunque intatto, per nulla scalfito dal tempo. Nel suo significato profondo, Daydream Nation è un’opera contemporanea in modo assoluto, aldilà di fin troppo facili effetti nostalgia.

2007, the year punk broke (again), insomma. Non è un caso che i quattro Sonici abbiano anticipato il ventennale del disco per coincidere con il ritorno in grande stile del Dinosauro di JayLouMurph, né che si siano imbarcati nel tour trionfale citato a inizio recensione. Questo è l’anno del ricordo, della festa, della celebrazione dell’indie rock. Un (macro)genere che vive di una mitologia e agiografia tutta sua, di cui Daydream è la summa, essendo il disco più importante della band più importante. Ma è anche l’anno di una sua ideale rifondazione, proprio da parte di coloro che di quella stagione furono gli attori principali. Basti in questo senso la sequenza iniziale del clip di Been There All The Time dei Dinosaur Jr., con lo scambio di battute fra Thurston e la band di ragazzini (che include sua figlia Coco): “Conoscete la canzone dei Dinosaur Jr?’; ‘Quale?’, ‘Quella nuova!’. Ok, il messaggio è retorico quanto volete, ma è reale e sentito. E, a pensarci, è bellissimo.

12 Giugno 2007
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