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Dopo il day 1 raccontato ieri, 17 giugno, continua il nostro live report dal Sónar Barcelona 2016 con la narrazione della giornata forse più importante dell’intera edizione, ovvero quella che ha visto sul palco Anohni, James Blake e Jean Michel Jarre, ma anche i dj set di Ben Ufo in b2b con Helena Hauff e le sette ore di dj set di Four Tet al SonarCar, giusto per citare i primi nomi che ci vengono in mente. La giornata era iniziata già bene con la performance di Kode9 in combutta con il visual artist Lawrence Lek. I due hanno presentato il concept project The Nøtel, ovvero la sonorizzazione di un futuristico hotel evacuato i cui scenari 3D navigabili come il videogioco Doom, ma in modalità no monster, sono stati disegnati – e navigati dal vivo – dallo stesso Lek. Dal vivo, e con l’accompagnamento del video, l’ultimo album del boss di Hyperdub acquista così il pieno potenziale con i beat e i bass del producer a sonorizzare l’esplorazione del drone guidato dall’artista attraverso architetture CGI con interferenze 3D e il ricco immaginario del fittizio hotel, drone che ad un certo punto arriva in una sala di video proiezioni in cui compare anche il fantasma di Dj Rashad (per il clip di questo momento vi rimandiamo al live stream su Facebook).

Rashad e la footwork in generale sono stati il propellente anche del dj set che Steve Goodman ha tenuto al Sonar By Night, l’ideale contrappeso allo struggente show di Anohni il cui canovaccio era già stato mostrato su queste pagine con riferimento al concerto di New York e nel live stream pubblicato il 17 giugno via Facebook. In sostanza Hegarty ci prende diritto al cuore proiettando su tre schermi la recita dei suoi testi a varie donne che ci osservano come se si osservassero allo specchio, spesso in lacrime. Le musiche di Oneohtrix Point Never e Hudson Mohawke che molto abbiamo apprezzato nell’album Hopelessness non subiscono grossi cambiamenti dal vivo, ma l’incrocio tra le immagini video e la potente voce di Anohni bastano e avanzano per commuovere l’audience e far arrivare il messaggio più profondo dell’ultimo lavoro del musicista. Ad aprire lo show un clip lunghissimo di Naomi Campbell, che per venti minuti danza in quella che sembra la versione non più simulata del citato Hotel abbandonato di Goodman. Il girato è lo stesso del videoclip di Drone Bomb Me, uno dei due singoli che non potevano mancare durante lo show, e brano con il quale il memorabile concerto si conclude. Anche James Blake ha portato a casa un risultato importante: il suo concerto si è svolto nella sala più grande del festival, ovvero il SonarClub, location dal riverbero piuttosto incontrollabile che impone agli show volumi importanti e un tiro necessariamente più dritto e dance. I brani di The Colour In Anything acquistano così lunghe code strumentali/circolari in cui il soul r’n’b bianco del cantante si sviluppa in mantrici loop. Per l’esecuzione fedele del disco non è il posto giusto, ma la strategia, seppur funzionale, non dispiace affatto e il concerto risulta fruibile con momenti di autentico rapimento.

Tornando al By Day, una menzione speciale va al mix di jungle e reggae di Michael West -Natty- in arte Congo Natty. Un autentico tuffo nei 90s appropriato per il pubblico e per l’atmosfera generale del Village, e anche qui, buon contraltare a un John Grant che comunque strapazza il suo Grey Tickles, Black Pressure al massimo delle sue possibilità dance. Altra stella del Village è senz’altro stata Santigold: il suo show è in pratica il corrispettivo di quello di M.I.A – leggi mix di world, grime, ragga, dancehall e pop – a zero tasso di pose, anzi, con occhi e ben puntati sulla performance – brave anche le due ballerine – quasi interamente basata sull’ultimo album 99¢, disco che dal vivo scioglie molti dei dubbi incontrati in sede di recensione. Flume è una festa al SonarPub, mentre Jean Michel Jarre è prevedibilmente pomposo e un po’ pacchiano dietro ai suoi effetti di luce (qualche maligno in sala lo paragona al Beppe Maniglia di Piazza Maggiore a Bologna e il parallelo, anche se esagerato, un fondo di verità lo conserva). Del resto lui come Fatboy Slim sono i due oldie che hanno furbamente capitalizzato un’audience ormai stufa di EDM ma assolutamente affamata dei padri spirituali del caso, ora peraltro finalmente e unanimemente riconosciuti come tali.

In chiusura di giornata c’è il solito Richie Hawtin che riempie quasi fino in fondo la citata sala, dove avevano suonato precedentemente Blake e lo stesso Jarre. I volumi salgono a livelli impossibili e la gente già esaltata trapassa in un’orgia techno ridotta a stantuffo ad oltranza. È l’Hawtin show per le masse, del resto. Non certo una novità, e per chi non gradisce c’è sempre Four Tet che nel SonarCar dalle 00:00 in poi è impegnato in una delle sue maratone chilometriche (qui sette ore) che lo stanno ormai contraddistinguendo non solo radiofonicamente. Foto gallery a cura di Antonello Franzil.

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