Recensioni

7.4

Myopia è un disco «sulla fiducia e sul dubbio», dove la materia di indagine è quella appartenente a se stessi. Agnes Obel, però, nel suo quarto album ci vede benissimo, tanto che ha composto, suonato e prodotto quasi tutto in completa autonomia – ma questa non è una sorpresa – nell’isolamento del suo studio a Berlino, laboratorio-rifugio per approfondire inedite tecniche di elaborazione di registrazione, tra suoni appositamente deformati e fusi tra loro.

C’è un grande rigore nei nuovi dieci brani della musicista danese, nel suo retrofuturismo da camera rispecchiato nell’artwork – in copertina, un ritratto filtrato da un vecchio televisore – e nei relativi video curati dal compagno regista Alex Brüel Flagstad. C’è un minimalismo semplicemente perfetto, che potrebbe rischiare di diventare stucchevole o prevedibile, dato che ormai è stata trovata un’evidente quadratura del cerchio stilistico, eppure… punto primo (è solo grazia quella che traina la riuscita del lavoro, ancora una volta), punto secondo (il genio si nasconde nei dettagli, legittimando un ascolto ad alto volume nonostante la matrice intimista del songwriting) e punto terzo (a ben sentire di rassicurante, qui, c’è molto poco).

Se nel primo singolo Island Of Doom, più affascinante via via che si ripetono gli ascolti, Obel si rivolge a un cadavere prima che venga seppellito, definendolo «Just another fool for the earth to swallow», nel secondo estratto Broken Sleep si diletta a trastullarsi con l’insonnia. C’è la notte che si spalanca davanti agli occhi in Myopia, pubblicato da Deutsche Grammophon esauritosi il rapporto con PIAS, e che asseconda un mood più cupo rispetto alle precedenti prove di studio: dall’esordio Philarmonics del 2010, baciato da un clamoroso successo, allo splendido Aventine del 2013, sino al più sperimentale Citizen Of Glass del 2016, che aveva introdotto nuance digitali adesso sempre più spinte e organiche.

Ad animare le canzoni provvedono ritmiche pizzicate, micro-suoni spettrali da altre dimensioni, schiocchi di dita da giro di vite, cori fantasmatici ed elettronica dell’anima. Gli eventuali termini di paragone restano i medesimi: la Soap&Skin di Lovetune For Vacuum, la PJ Harvey di White Chalk, i colleghi mossisi in ambito neoclassico. Le fondamenta ruotano come d’abitudine attorno a voce, processata da avant-angelo delle nebbie (Can’t Be, Promise Keeper), e da elementi insostituibili quali pianoforte classico e ibrido, celesta, archi e violoncello (affidato a Kristina Koropecki), con la conferma appunto dell’inserimento dei sintetizzatori. Le melodie funzionano, andando a rivestire con eleganza ritornelli non di rado sottilmente ipnotici (si prenda d’esempio anche la title track), così come funzionano gli episodi interamente strumentali, da non considerarsi mai riempitivi (gli enfatici Roscian e Drosera, oppure la più struggente Parliament Of Owls, rimarcano un forte feeling filo-cinematografico). Ricordando d’altronde l’inserimento della vecchia Familiar nella colonna sonora della celebre serie TV tedesca Dark, verrebbe da dire e ribadire che i pezzi di Agnes Obel vivono di paradossi spazio-temporali: non appartengono a nessuna epoca e a nessun luogo, appartengono a qualsiasi epoca e a qualsiasi luogo. Mentre cercate di posizionarli, noi senz’altro ce li teniamo stretti.

 

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