• apr
    07
    2017

Album

XL

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Ecco la mia voce e le mie viscere: sentitevi liberi di giudicare. È come la corrida: state guardando della violenza emozionale per piacere”. Una presentazione che non stonerebbe in bocca a un personaggio di Michael Haneke. Fastidioso, disturbante, Arca. A volte quasi repulsivo, come con l’elettronica tagliente, polimorfica dell’1-2 pubblicato tra 2014 e 2015, Xen e Mutant. Uno scenario di avanguardia, ambient e dissonanze che va definitivamente in frantumi per lasciare campo a tutt’altro con questo terzo album omonimo, dove il producer venezuelano residente a Londra sembra svelarsi al cento per cento, ritratto in copertina dall’inseparabile visual artist Jesse Kanda.

Un po’ come fatto da Björk con Vulnicura, l’album della rinascita dell’artista islandese, prodotto tra gli altri dal medesimo Arca – più che un album, un percorso di catarsi in pubblico. Un’esperienza che avrà sicuramente lasciato il segno, come lasciano il segno le ferite. Senza contare quanto realizzato da Ghersi con il vecchio alias Nuuro, pare che sia stata proprio lei a suggerire al giovane pupillo di cimentarsi per la prima volta nell’incisione di autentici cantati, avvolti in una coltre di sound profondo, a ultra-definizione voyeuristica, tra dilatazioni narcotiche e affondi aggressivi. Questo impianto compositivo maggiormente orientato alla forma-canzone giova in fondo anche alle singole parti, se non addirittura agli episodi interamente strumentali (Urchin, Castration, l’onomatopeico sadomasochismo di Whip, la conclusiva Child), poiché le composizioni si sviluppano in maniera più compiuta, in media meno frammentaria rispetto al passato.

Il fatto che poi si sia scelto di esprimersi in lingua spagnola spalanca i tendaggi di una sorta di sogno/incubo a occhi aperti. Eccessivo e melodrammatico ma al tempo stesso delicato e febbrilmente intimista, Alejandro Ghersi trascina l’ascoltatore in una sorta di Club Silencio degli anni 10. A una Piel fragilissima seguono una Reverie che è pura epica e una Desafìo che flirta con l’R&B-pop, in comunione di spirito con le anime anti-genere di oggi, da FKA twigs a ANOHNI e Perfume Genius. Come in un copione, per l’appunto, scritto da David Lynch. “No hay banda. È tutto registrato. È tutto un nastro. È solo un’illusione”. Un’illusione di quelle che nascono dalla trasfigurazione di visioni fortemente personali, come ribadito dalle malinoniche Anoche e Fugaces. C’è chi, di fronte a questi tredici brani, riderà di scherno e chi si struggerà d’amore. Le reazioni, non a caso, innescate da chi si mette a nudo. Oppure, le reazioni innescate dai grandi dischi.

6 aprile 2017
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