• Ott
    20
    2017

Album

Bella Union

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A volte, nella miriade di dischi in uscita, qualcosa arriva e ti prende alla sprovvista, vivaddio. È il caso dell’album d’esordio dei giovani Broen (ragione sociale identica alla serie thriller di Hans Rosenfeldt), pubblicato da quella Bella Union che ultimamente, in fatto di nuove proposte, non aveva esattamente entusiasmato. Esuberanti e a loro modo originali, eppure già raffinatissimi nelle scelte e oculati nel non strafare, neanche nel minutaggio, poiché le otto tracce in scaletta superano di poco la mezzora di durata.

Registrato in presa diretta allo Studio Paradiso di Oslo con l’aiuto tecnico di Marcus Forsgren dei Jaga Jazzist, I <3 Art è una dichiarazione d’intenti per il melting pot sonoro del quintetto norvegese. Che apre con lo space jazz della semi-strumentale (Waters Changing) (altro titolo rivelatore, pervaso da vocine vocoderate nella giungla di chissà quale galassia), per poi conquistare subito con il synthpop algido e al contempo funky di Time, roba che non sarebbe dispiaciuta – per rimanere lassù – agli Sugarcubes. Black Line, invece, con il suo pop-rock artistoide pervaso dai fiati e dalle giravolte vocali, sarebbe stato benissimo nel sottovalutato disco co-firmato a suo tempo da David Byrne e St. Vincent, Love This Giant.

Con <3, l’episodio più esteso in programma, siamo a un incrocio tra elettronica dall’attitudine modernamente psych e R’n’B spesso e volentieri sconfinante in area hip hop, a dimostrazione che la melodia può andare benissimo di pari passo con la sperimentazione, in una certa linea di continuità con le innovazioni di gente come Flying Lotus, Kendrick Lamar e BadBadNotGood. E le divagazioni improv di You (Detective), lanciato persino come singolo con video DIY annesso, stanno a ribadirlo, mentre Serenade si lancia in un rap alla Kate Tempest con aperture di groove meticcio e spirituale, uno sguardo a Paul Simon e l’altro a Deradoorian. Pride ci fa pensare a come avrebbero potuto essere in prospettiva i Fiery Furnaces se nati al Nord e Water Is My Mirror riallaccia i fili con l’inizio del disco. 

Marianna Røe, Lauvdal, Heida Mobeck, Hans Hulbækmo e Lars Ove Stene Fossheim, tutti studenti di jazz alla Norway’s Sund Folkehøgskole, fondono il background virtuosistico con l’interesse per la tecnologia e il design, e con una grande positività che diventa celebrazione della gioia, della vita. Lo fanno senza mai risultare stucchevoli e, anzi, captando un po’ tutto ciò che di stimolante gravita loro attorno nel nostro presente. Non potranno che sviluppare meglio il proprio discorso, in futuro. Intanto, “we <3 Broen”.

19 Ottobre 2017
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Broen – I <3 Art

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