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Nessuno più di Charli XCX è riuscito nel tentativo di celebrare e al contempo riscrivere il ruolo della pop star negli anni Dieci. Da sempre in bilico tra le vette di Billboard e gli interstizi di una “convergence culture” in cui spicca come ubiqua collaboratrice di produttori emergenti e interlocutrice senza filtri in perenne contatto con i suoi “angels” (così chiama i suoi fan), Charli XCX è al contempo un po’ il sogno e l’incubo di un’etichetta major nel 2020. Prolissa, workaholic, connessa, “autentica” (aggettivo, quest’ultimo, spesso usato per descriverla dai tanti “angels” tra i miei studenti), ma anche imprevedibile, sperimentatrice e un pizzico situazionista. Solo una come Charli, per citare due estremi, poteva riuscire a regalare a una figura controversa come Iggy Azalea il suo momento più amato e al contempo autoproclamarsi poster girl dell’esperimento pop-accelerazionista di Sophie e PC Music, prestando i propri hook ad alcune delle loro produzioni migliori e il proprio entusiasmo ad alcune delle loro peggiori, inclusa un’esibizione da Jimmy Kimmel (2017) talmente bislacca da essere praticamente scomparsa dal Web (se cercate bene, ancora si trova).

Non è dunque un caso che di how i’m feeling now, il suo “disco della quarantena”, annunciato a 1000 fan su Zoom lo scorso aprile e realizzato in sei settimane nella sua casa di Los Angeles, abbia parlato come di un esperimento, una sorta di precedente da poter sbattere in faccia ai manager della sua casa discografica: «No, guys, remember when we did that album in six weeks? No rules – let’s go». Tutto è possibile, suggerisce Charli, laddove non vengono posti limiti alla creatività, alla collaborazione e alla trasparenza con i fan. Per chi ha seguito la gestazione del disco durante le fatidiche sei settimane, tra snippet, demo, decine di Instagram stories, aggiornamenti su Zoom, richieste di parere su testi ed immagini via Twitter, l’ascolto di how i’m feeling now sarà per sempre accompagnato dal ricordo di un momento di condivisione con la pop star, una piccola finestra aperta su una quarantena passata in compagnia del fidanzato Huck Kwong tra alti d’adrenalinica creatività e bassi di stallo depressivo. Per chi, come il sottoscritto, si limita ad apprezzare il prodotto finito, il sesto disco di Charli si configura come una celebrazione delle sue radici DIY e un’ulteriore conferma della sua natura di pop star dal potenziale “contrario”.

Oltre a una buona dose di outsourcing, che l’ha vista coinvolgere in qualità di co-produttori e co-autori un buon numero di nuovi nomi (Dijon, BJ Burton e Palmistry tra gli altri), è il ritorno del fidato A.G. Cook di PC Music alla co-produzione della maggior parte dei brani a fare da trait d’union tra le sonorità di how i’m feeling now e alcuni dei momenti più ruvidi e intransigenti nel canone XCX. Il disco apre e chiude con le immagini e le sonorità di un anelato rave post-pandemia: «I just wanna go real hard», ripete Charli con un pizzico di frustrazione nell’ottima, abbagliante Pink diamond. «In real life, could the club even handle us?», chiede minacciosa, la sua voce destinata a trasformarsi in una mostruosa, famelica presenza, aizzata da esplosioni industrial nell’ultimo minuto. Se Pink diamond brilla per il suo febbricitante senso di anticipazione, nel brano di chiusura Visions, diviso tra una Charli in versione estatica e una lunga, assordante fuga trance, Cook riesce invece a catturare gli ultimi, logoranti momenti prima di abbandonare il rave. Anche Danny L Harle (sempre socio di PC Music) e Dylan Brady (del duo 100 Gecs) assecondano la vena più hardcore di Charli in Anthem, una concitata, ripetitiva distopia a cavallo tra trance ed electro, in cui Charli sembra sintetizzare la filosofia da party monster che l’accompagna dalle sue prime esibizioni ai rave di Hackney, Londra, nella lontana era di MySpace: «I get existential and so strange / I hear no sounds when I’m shouting/I just wanna go to parties», canta nell’assordante ritornello, una sorta di letterale conferma delle proprietà annientanti delle proprie urla.

Per chi da sempre apprezza il lato più decadente di Charli, i brani più rumorosi e metamorfici di how I’m feeling now arriveranno a conferma del suo status di pop star onnivora dalla sensibilità essenzialmente dark, capace di trovare punti di contatto tra il lato oscuro di una Britney Spears (esiste!) e gli anfratti più emotivi dell’hardcore continuum. Complice l’approccio più DIY e i tempi ristretti di gestazione, sul disco a tratti sembra di ritrovare il senso di spontaneità e sperimentazione transgenere del suo debutto su major True Romance (2013). In Detonate, tra imprendibili arpeggi e paranoiche parole sussurrate in Auto-Tune («I don’t trust myself at all / Why should you trust me?»), Charli trova una stramba, sorprendente via di mezzo tra il synth-pop goticheggiante di True Romance e una vena UK garage, quest’ultima propriamente esplorata assieme al produttore londinese Palmistry (già al lavoro con Triad God e Endgame, tra gli altri) negli irresistibili scoppiettii del terzo singolo i finally understand. In quest’ultima Charli fa diretto riferimento alle proprie battaglie interiori («My therapist said I hate myself really bad / you tell me it’s fine, let me cry, and hug it out»), un tema che attraversa l’intero disco, spesso offrendo una particolare chiave di lettura ai tanti, innamorati brani dedicati al compagno di vita e quarantena (nell’altrimenti zuccherina Enemy compare il sample di una sessione Zoom con la sua terapista).

Nonostante una propensione a sporcare l’appeal “di massa” degli episodi più romantici non manchi (le soluzioni pointillistiche di claws, le ondate di rumore bianco che accarezzano, come maree, il ritornello della strappalacrime forever, per esempio), non tutti i brani di how i’m feeling now lasciano propriamente il segno. Il tentativo di decostruire il brano Click da Charli (2019) in c2.0 e i tediosi ritornelli di 7 years e party 4 U, per esempio, attingono a una sensibilità emo in sbronza da Auto-Tune ormai iper-rappresentata tanto nel mainstream quanto sul profilo SoundCloud di un qualunque bedroom producer, e cui la stessa Charli ha contribuito non poco dal 2017 ad oggi. Non sarebbe un album propriamente “pop”, d’altra parte, se non riuscisse ad evocare, anche solo di sfuggita, lo spettro della prevedibilità e della produzione seriale, uno spettro che Charli, tutto sommato, continua a tenere sotto controllo grazie al peregrinare del suo estro creativo e al suo gusto per le contaminazioni. «No rules – let’s go»

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