Recensioni

7.2

Questo nuovo disco del produttore e dj trevigiano Chevel, all’anagrafe Dario Tronchin, suona come una ventata d’aria fresca all’interno di quel panorama elettronico, fondamentalmente britannico, su cui da qualche anno a questa parte è impresso ben visibile il marchio weightless, ovverosia quel gioco di pieni e vuoti, di spazi e silenzi portato alla ribalta da figure quali Mumdance e Logos. Un vento che spira libero, proveniente da Chicago o da Detroit, da Berlino o magari originatosi nella stessa Londra. Fatto sta che Always Yours, che di Chevel è il quarto album sulla lunga distanza, appena uscito in vinile e in digitale sulla londinese Different Circles, è stato valutato a buone ragioni come una nota stridula all’interno di un catalogo compatto e omogeneo. Nondimeno, gli stessi Mumdance e Logos, che stanno a capo dell’etichetta divenuta portabandiera del succitato marchio, devono aver gradito non poco (e forse addirittura aspettato trepidanti) questo outsider perfettamente a suo agio, dal momento che Always Yours si presenta come il primo album lungo pubblicato da Different Circles, dopo una serie di EP emblematici e molto ben piazzati.

Del resto dove sta scritto che il sottogenere di cui sopra debba attingere unicamente alle fonti UK bass, grime o jungle? Il comunicato stampa del disco non ricorre a mezzi termini, quando afferma che Chevel cattura in pieno lo spirito weightless della label ma filtrandolo con una tradizione che sa di house e di techno, le due sponde entro cui Tronchin si è formato musicalmente pubblicando su etichette come Stroboscopic Artefacts, Non Series e la Enklav di sua proprietà. Il trevigiano, infatti, è uno per cui alla definizione weightless non corrispondono soltanto i figliocci dell’hardcore continuum britannico in chiave più o meno grime, ma anche, ad esempio, i bassifondi oceanici solcati da Basic Channel, tanto per seguire i suoi consigli in merito suggeriti sul portale Dummy e in cui fa figurare addirittura un brano minimalista del primo Franco Battiato. Il risultato, consolidato in nove brani dalla sostanza ora liquida ora tridimensionale, va ad arricchire il manifesto firmato dalla coppia Mumdance & Logos. E il gioco tra consistenze tattili e vuoti famelici, tra impatti che stordiscono e silenzi siderali, caratteristiche che ovviamente dobbiamo considerare se vogliamo parlare di derive weightless, nella musica di Chevel non pare tanto una scelta deliberata, quanto uno stato naturalmente imposto da una certa acquosità di fondo che, amalgamando assieme le tracce, vanifica ogni colpo, frena gli istinti aggressivi e rende il tutto stranamente ovattato, impenetrabile ma distinto.

Non sorprende, allora, che Chevel citi i dischi di Logos (come dimenticare il suo Cold Mission?) e di Lee Gamble. Ma se quest’ultimo, nel recente Mnestic Pressure (2017, Hyperdub, recensione di Edoardo Bridda), avanzava propositi concettuali e ambizioni enciclopediche, Chevel pare invece vivere in uno stato mentale diverso, meno vario e psicologicamente ripiegato su se stesso, con lo sguardo concentrato su specifiche modalità: impatto ritmico e break isolati da una parte, sottotesti ambient e osservazioni al microscopio dall’altra. Come dire che al banger potenziale di The Call, ovvero un prisma in più sfumature che per spirito bipolare riconduce alla Ziúr uscita lo scorso anno su Planet Mu, fa da contrappeso una certa techno granulare, traslucida e senza emozioni evidenti: potremmo tirare in ballo la scuola Raster-Noton oppure alcune nuove leve di casa Where To Now?. E come non notare i ricordi e precordi dubstep, marchio Kode 9, che affiorano qua e là in una Bullet (pensate a degli Equiknoxx bianchi e ulteriormente rallentati) o in una Arp 2600? Meno inquieta Warming Bath, con i suoi veli deep house in esotismo cosmico e il Larry Heard di Alien che giganteggia sullo sfondo. Incisiva e davvero ben riuscita è la sesta traccia, Data Recovery, carica di vitalismo come nell’ultimo M.E.S.H. (2017, PAN, recensione di Edoardo Bridda) e vibrante di frequenze basse che rimbalzano tra di loro creando un effetto avvolgente.

Che dire? Il nuovo Chevel, lontano ma non troppo dai tempi in cui lo intervistavamo, funziona e gira bene. Se n’è accorto pure il magazine inglese Fact, che ha incluso Always Yours nella lista dei venticinque migliori album del primo trimestre 2018.

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