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7.3

Era un passo più in là. A rivendicare il pop quando faceva più figo ripetere la parola indie. Da quella cerchia sembrava assentarsi un attimo per farsi i fatti i suoi e tirare fuori Egomostro. A due anni di distanza Lorenzo Urciullo torna con Infedele, un album che possibilmente sposta l’asticella ancora più là. Un lavoro ossimorico già a partire dalla copertina curata da Alfredo Maddaluno che riprende il giovane Colapesce mentre riceve la prima comunione. Uno scatto che appartiene a tutti e a lui solo. Un po’ come il Battiato di Fisognomica.

Il maestro di Catania è solo uno dei riferimenti di questo Sufjan Stevens siciliano che la sua Trinacria l’ha sempre ricordata senza mai cadere nel cliché. Vedi anche il nome d’arte che riprende il protagonista della più celebre leggenda isolana. Che poi il genio nello scegliere titoli e nomi Urciullo l’aveva dimostrato già dal progetto Albanopower. Un nome da perdere la testa. E lì si era capito che delle idee c’erano, spunti che ora si mischiano in paradossali rivoli sonori che in otto tracce centrifugano tropicalismo e paesaggi urbani, Talking Heads e Alessandro Fiori, Enzo Carella e Sebastian Tellier.

Un lavoro ancestrale, nel senso più eterno del termine perché convoglia passato e presente di una carriera. Già dalla prima traccia, Pantalica, il sogno di una necropoli siciliana che da un beat asfissiante porta a un finale prog con l’assolo di sax di Gaetano Santoro e il tamburo a cornice di Alfio Antico (del quale aveva curato l’ultimo Antico). È il pezzo nel quale, insieme all’incrocio tra eurodance e musica brasiliana Compleanno, si sente maggiormente l’influenza di Jacopo Incani, aka Iosonouncane, che con Mario Conte ha curato la produzione del disco. Un album pensato da uno che ragiona come una band andando a immischiarsi in faccende poco catalogabili, come riesce a fare il pop meno affettato.

Facendo convivere le melodie di Mogol e le acrobazie sensoriali di Pasquale Panella, Infedele raccoglie l’eredità di Battisti senza banalizzarla. Per dire, Carboni sarebbe stato ben felice di cantare Totale, secondo singolo scritto insieme all’altro siciliano Dimartino. Un pezzo vitalistico, musicalmente e non. Panistico e assolutistico che, con il video di Ground’s Oranges e insieme all’altro singolo più radio edit Ti attraverso, anticipava complessità e immediatezza dell’album. Tratti confermati nell’esotismo spirituale di Maometto a Milano, il pezzo più politico del disco («Siete tutti felici / siete tutti risolti») che in maniera meno compassata riflette le (presunte) spiritualità e religiosità del disco.

Le otto tracce sono colorate, cartoline con le palme di un lungomare e le tangenziali affacciate sulla scogliera in cui la nostalgia si confonde con i propositi. Come nel viaggio erotico (ed esotico) di Vasco Da Gama, che va dal fado portoghese a Piero Umiliani. O con Decadenza e Panna, dall’atmosfera ovattata alla Father John Misty. Oppure come con la ballata finale Sospeso, che in coda all’album lo chiude non definitivamente, rimandando forse agli inediti che usciranno nel prossimo futuro scollegati dal lavoro.

Questo è un album Infedele all’immutabilità, alle certezze, alla ripetizione, alla prevedibilità dell’alternanza strofa-ritornello. Ma anche un Best of di inediti, di quello che l’autore ha mostrato nel pop onnivoro degli Albanopower, nelle atmosfere soffuse della Targa Tenco 2014 Un Meraviglioso declino, nel sofisticato Egomostro. Ma anche nei bozzetti della graphic novel La distanza scritta e portata in giro con Alessandro Baronciani. Urciullo è tra i veri talenti di questi anni, anche secondo Le Monde, The Guardian o NME. E questo lavoro lo conferma disegnando, senza chiuderlo dentro, un cerchio attorno all’artista, come in un rito ancestrale. All’interno del quale girano come solchi su un vinile le idee del Colapesce passato e presente. Forse futuro. In un momento unico e onnicomprensivo. Totale.

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