• lug
    14
    2017

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Parlophone

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Sono passati secoli da quella demo Ode To Deodorant che proiettava quattro secchioni introversi britannici nell’Olimpo del mainstream mondiale, salto testimoniato dal passaggio di etichetta tra Fierce Panda e la Parlophone. Era bastato un Ep (Brothers & Sisters) a convincere la storica label di BeatlesRadiohead a mettere sotto contratto i Coldplay. Potremmo dire, senza giri di parole, che un altro Ep (Kaleidoscope, appunto) sancisce definitivamente la fine di un incantesimo che è durato sostanzialmente quattro album e che nel tempo, frutto di scelte banalizzanti, si è spento inesorabilmente.

Peccato, sì, perché gli ottimi ParachutesA Rush Of Blood To The Head, che mescolavano malinconia acustica a un pop mai fine a se stesso, hanno lasciato alle spalle delle b-side (I Ran AwayCareful Where You Stand, ecc) splendide sia per atmosfere che per testi (nonostante Martin non sia mai stato un paroliere eccezionale). Chi scrive non disdegna X & Y: esagerato, lungo, stremante per certi versi, ma con alcune soluzioni interessanti, come il riciclo dei Kraftwerk o una prima parte di album con ritmi serrati e chitarre oscure e feroci. Ormai ci siamo, possiamo far partire il coming out: non era male nemmeno Viva la Vida Or Death And All His Friends. L’album testimonia un gruppo alla ricerca di nuovi stimoli, i Coldplay nel 2008 si re-inventavano (sulle orme delle coralità e dei colori degli Arcade Fire, tanto da arruolare in fase di missaggio il loro produttore storico Markus Dravs) mettendo da parte l’intimismo e sferrando l’attacco agli stadi. Il risultato può piacere o meno, ma quel piccolo tentativo di abbracciare la world music (Brian Eno in produzione facilita l’operazione) e sposare in pieno un’idea artistica con un piede nella Rivoluzione Francese e un altro nel Sud America di Frida Kahlo, rappresentava per certi versi una sfida che i Coldplay hanno avuto il coraggio di tentare. Anche qui, come per il discorso precedente sulle b-side, va ricordato che per ogni Viva La Vida suonata in ogni dove quell’anno, ci sono una Violet Hill, una Cemeteries Of London o una Yes (i Coldplay alle prese coi tempi dispari non si sentivano dai tempi di Shiver) che equilibrano la posta in gioco.

Ancora un Ep, Prospekt’s March, testimoniava poi un punto di non ritorno: seguirono, infatti, l’ingarbugliato Mylo Xyloto, l’imprevisto intimismo di Ghost Stories e il triste carnevale di A Head Full Of Dreams. Album ben prodotti, che mettono in campo l’attenzione alle sonorità di classifica (EDM, ecc) ma con idee piuttosto banali. Nel frattempo i muscoli di Chris Martin crescevano e mettevano in secondo piano gli altri, a tal punto che la storia con la Paltrow detronizzava l’ispirazione che un tempo prendeva corpo nell’eco di rivoluzioni storiche e artisti carismatici. Quello a cui ci hanno abituato i Coldplay da qualche anno a questa parte è un seguito planetario, scorrazzate in classifica e grandi numeri, ma niente è riuscito a evitare una lunga discesa nel limbo dell’auto-compiacimento. I featuring non hanno risparmiato nessun gigante del mainstream: a partire dal rap di Jay Z in Lost+, ogni album ripropone puntualmente qualche collaborazione con superstar internazionali.

Kaleidoscope è un Ep che non tradisce le aspettative in questo senso, tanto da tirare in ballo i fenomeni da classifica The Chainsmokers per Something Just Like This, un brano che, come valeva per A Sky Full of Stars con Avicii, sembra una canzone scartata dalla star del featuring, ri-confezionata e cantata da Chris Martin. Ogni tanto i Coldplay si lasciano trasportare dalla nostalgia (canaglia, mai come in questo caso) degli esordi, e così com’era accaduto per la splendida Oceans in Ghost Stories, in Hypnotised il quartetto torna alla ballata per piano rovinata qui dai cinque minuti di durata ma rinsanita dalla voce di un Martin che quando sale in falsetto, come ai tempi d’oro, torna a essere uno sfigato insicuro, struggente e credibile. Sia chiaro, il problema non sta nella fama: Kendrick Lamar docet. La questione Coldplay nasce dal black-out di idee che un tempo erano slanci sonori o concettuali interessanti (vedi l’utilizzo del codice Badot per X & Y) e adesso si sciolgono nella giustificazione di dover dare un po’ di colore a questo mondo in rovina. Siamo tutti d’accordo sul cromatismo, il problema è che, da quasi dieci anni ormai, la tavolozza del quartetto presenta tinte sbiadite e la loro antologia propone storie ritrite (come i personaggi che reggono Mylo Xyloto, al cui confronto il re di Viva La Vida, il protagonista di Violet Hill o il ragazzo disperato di Shiver sono personaggi di una profondità disarmante).

I restanti brani di Kaleidoscope si esauriscono nella scia del sound di A Head Full Of Dreams e quando questo non accade la tristezza sale. Non solo perché si tratta di episodi malinconici, ma soprattutto perché All I Can Think About Is You ci riporta indietro nel tempo a quel falsetto sopracitato di Martin, al pianoforte riverberato e a una dimensione epica mascherata da un intimismo vero. Stesso discorso per Aliens, dove lo zampino di Brian Eno fa da ponte verso alcune sperimentazioni sbocciate in Viva La Vida (42 Yes). Ancora una volta, peccato. Anche Miracles (Someone Special) non dispiace ma splende fino al ritornello, stra-sentito in questi ultimi anni nei componimenti del quartetto, per poi cadere in un featuring (con Big Sean) sterile e rimanere in mente non per l’inciso banale ma per l’attacco agrodolce affidato ai synth.

Sono morti i Coldplay! Evviva i Coldplay! L’ultimo Ep della band sembra essere l’ennesima dimostrazione che il passato glorioso difficilmente torna: più che ascoltare le ultime uscite discografiche di Martin, Berryman, Champion e Buckland, sarebbe opportuno riascoltare il loro vecchio catalogo, le splendide b-side che già parlavano di colore, ma lo facevano con una sincerità e una naturalezza che si è persa per sempre. Il cromatismo forzato dei Coldplay genera indifferenza: vendite, streaming, biglietti e la vastità di impianti enormi in cui suonare, lasciano un vuoto qualitativo notevole. Affonda la nave e non ci sono scialuppe di salvataggio, soltanto un verso nell’aria: «When you lose something you can’t replace […] Stuck in reverse».

13 Luglio 2017
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