Recensioni

6.8

“Sembra ieri” è un’espressione da sempre in voga, ma ultimamente mi sembra addirittura endemica. Sembra ieri, ad esempio, che ci esaltavamo per le Desert Sessions 9 & 10, ma sono passati ben sedici anni. Non che Josh Homme sia stato nel frattempo con le mani in mano, tra QotSA, produzioni e collaborazioni varie (da Arctic Monkeys a Mark Lanegan fino al penultimo, bellissimo Iggy Pop). Tuttavia, pare che nel dicembre del 2018 abbia sentito il bisogno di scacciare la noia coinvolgendo una combriccola di amici nella riesumazione dell’antico progetto. Tutti convocati al Rancho De La Luna, uno studio piccino picciò (così narrano le cronache) da qualche parte nel deserto di Joshua Tree, a cospirare sul nuovo capitolo delle sessioni che vorrebbero sottrarsi a riti, formule e forme convenzionali, dando sfogo a una creatività imprevedibile e selvatica. Il risultato è spassoso e disturbante, otto tracce per poco più di mezz’ora che alternano verve incendiaria, sgangheramenti formali, siparietti balzani e il gusto diffuso per lo scapaccione distorto.

Va detto subito che questa ricerca accanita della bizzarria come cifra espressiva suona a tratti forzata, quasi discendesse da una paradossale “pianificazione dell’impianificabile”, uno sciroppino lisergico freak & weird distillato da un carnet di espedienti e tanto, tanto mestiere. Ma, appunto, detto questo bisogna aggiungere che qui lo scopo sembra come mai prima: divertire. E, in effetti, ci si diverte. Pur tenuto conto dei risvolti ombrosi, della sottile vibrazione di violenza e follia che attraversa un po’ tutti i pezzi. A pensarci bene, chi non potesse fare a meno di cercare un messaggio potrebbe trovarlo qui: il rock che sa ancora sorprendere e (quindi) divertire è un rock che sa ancora significare.

In alternativa, si possono far scorrere queste tracce come shottini di tequila sul palato riarso e stare a vedere: la opening Move Togheter si gioca subito la carta dell’ospite d’eccezione, ovvero il sempre barbutissimo Billy Gibbons (ZZ Top) chiamato a prestare il semifalsetto screpolato a questo soul intriso di ormoni scaduti e mostri sotto il letto (coniugale) che rotola fino a un parossismo interessante, squarciato da schiaffoni elettrici distorti e rombi di batteria. La successiva Noses In Roses, Forever vede invece lo stesso Homme disperdere seme glam con un filo d’acido (muriatico) nelle vene e l’attitudine da schiacciasassi in agguato, un fusto su cui vengono impiantate due variazioni (prima un surf stradaiolo, poi un noise-pop radiante a bassa fedeltà) senza tenere conto della crisi di rigetto. Ecco, proprio qui esce allo scoperto il difetto a cui accennavo: un meccanicismo produttivo finalizzato alla stranezza che smorza appunto la stranezza sul nascere, la rende algoritmica, il che è più o meno quello da cui le Desert Sessions vorrebbero sottrarsi.

Non mancano tuttavia momenti apparentemente più sbrigliati, come il folk-rock di If You Run, saturo d’irrequietezza e romanticismo maudit (la cantante è una non meglio precisata Libby Grace), il rock danzereccio e appiccicoso di Something You Can’t See (alla voce Jake Shears degli Scissor Sisters) con le vaghe citazioni Cream e un ritornello che s’illanguidisce Destroyer, oppure la strumentale Far East For The Trees, tipo certi Calexico smarriti tra Mojave e Sahara con la bruma elettrica in agguato. Detto della travolgente Crucifire (canta Mike Kerr dei Royal Blood) che fa scorribanda garage-punk tipo gli X col viagra glam a pompare nelle vene, e del caracollare malinconico della conclusiva Easier Said Than Done (ancora lo spettro del glam, stavolta stemperato con un soul polveroso), l’apice del fricchettonismo viene raggiunto da Chic Tweetz, una jam o poco più da cui sboccia una specie di Brown Sugar clownesca, alle voci il comico Matt Berry e il misterioso – il timbro è reso irriconoscibile da un effetto elio – Töôrnst Hülpft (chi sarà? C’è chi dice Dave Grohl, chi addirittura Trent Reznor…). Anche questa tattica del mistero fa parte della strategia complessiva, ingrediente di un rock che ti propone sempre una nuova finestrella dove puoi scovare l’ennesimo cioccolatino, il cui ripieno fa ovviamente la differenza (ma occhio all’effetto Forrest Gump).

L’accolita è completata da Les Claypool, Carla Azar, Stella Mozgawa e Matt Sweeney: a giudicare dalle foto promozionali, hanno passato una settimana molto divertente. Noi forse ci divertiremo altrettanto ascoltando il frutto della loro insidiosa goliardia.

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