• mar
    18
    2016

Album

Loma Vista

Add to Flipboard Magazine.

 

I’ve nothing but my name”, viene ripetuto con fermezza in coda ad American Valhalla. E se il nome di Iggy Pop basta leggendariamente a se stesso, stavolta ad accompagnarlo c’è quello di Josh Homme, vero e proprio partner in crime nell’operazione, ma ci sono anche quelli del multistrumentista Dean Fertita – sempre gravitante attorno all’orbita Queens Of The Stone Age – e di Matt Helders, batterista degli Arctic Monkeys coprodotti proprio da Homme nel 2009 di Humbug nello studio Rancho De La Luna, in quel di Joshua Tree, California. È proprio nel corso di un paio di settimane trascorse qui, oltre che in seguito a Burbank, che Iggy e Josh hanno sviluppato assieme delle idee, dopo che il primo aveva espressamente cercato il secondo inviandogli alcuni testi e degli appunti sui vecchi tempi trascorsi a collaborare con David Bowie. I tempi del 1977, in cui l’Iguana debuttava da solo con The Idiot e Lust For Life, perché parliamo di uno che si è sempre artisticamente ben avvalso di chi lo circondava.

Messe da parte dunque le cantautorali influenze jazzy di Préliminaires e le cover prevalentemente francesi di Après, nonché messo anche per forza di cose da parte il ritorno degli Stooges con The Weirdness prima e Ready To Die poi, James Osterberg ha dichiarato che Post Pop Depression calerà il sipario sulla sua attività musicale. In prossimità dei settant’anni, un’intenzione che ci può stare – sebbene, a giudicare dal recente omaggio al poeta Walt Whitman in compagnia di Alva Noto e Tarwater, l’ep Leaves Of Grass, la voglia di interagire e di esserci non parrebbe essere venuta meno. Se così fosse, comunque, queste nove canzoni sarebbero un modo di tutto rispetto per congedarsi dalle scene. Canzoni dal mood a loro modo epico, che sfruttano al meglio le classiche qualità performative del protagonista fornendogli al contempo un ottimo copione. Già nel 2003 di Skull Ring – in media abbastanza divertente – si era tentato di conciliare una storia ingombrante e il raffronto con le “nuove” generazioni: da una parte c’erano infatti brani cofirmati con la band madre, dall’altra con Green Day, Sum 41 (sigh!) e Peaches. In tal caso, la presenza decisamente più appropriata di Homme, e in successiva battuta di Fertita ed Helders, spinge in direzione di un groovoso sound rock. Il sound del deserto, per l’appunto, al servizio però di un’inconfondibile voce baritona, mai il contrario.

I’m gonna break into your heart”, preannuncia Break Into Your Heart, prima traccia in scaletta e una delle migliori del lotto con il suo mix fra stoner e crooning. La notturna Gardenia le va dietro con giro di basso rotondo e graffi elettrici bluesy, mentre American Valhalla tiene il passo desert rock con un vibrafono che sdrammatizza la cupezza del testo: un 1-2 che contrappone, o forse abbina, propulsione sessuale e decadente senso della fine, della morte. In The Lobby mantiene una similare tensione, sia lirica sia sonora, con riff tipicamente Homme. Sunday spezza il programma in due: sei minuti aperti da apparato ritmico in gran tiro filo-disco, sviluppati con canti e controcanti funky, e terminati con un’imprevedibile coda orchestrale. Quindi, si scende un poco di incisività: Vulture, per contrappasso, è acustico e quasi lo-fi, minacciosamente western; German Days è di nuovo summa di stoner e crooning in dinoccolato, si direbbe persino ironico, crescendo corale/sinfonico. Si risale subito, però, con Chocolate Drops: “When your love of life is an empty beach / Don’t cry” ci dice Iggy, “Don’t cry” gli fa eco Josh su tasti di pianoforte, percussioni polverose e intrecci elettrici swinganti, per un effetto triste e semplicemente magico. Paraguay è la chiusura del disco, se non di tutto: altri sei e passa minuti che per metà procedono con piglio scanzonato da Desert Sessions fresca di jam collettiva (a dispetto del suo peso testuale: “And I dream about getting away / To a new life”), per l’altra metà aumentano il carico heavy con spoken incendiario e assolo liberatorio. E quindi, se così fosse, ovvero se il calo del sipario fosse autentico come in fondo ogni indizio lascerebbe presupporre, dopo cotanta vitalità avremmo sul serio a che fare con una “depressione post Pop”.

10 Marzo 2016
Leggi tutto
Precedente
Torakiki – Avesom Torakiki – Avesom
Successivo
Mothers – When You Walk A Long Distance You Are Tired Mothers – When You Walk A Long Distance You Are Tired

album

recensione

recensione

artista

recensione

recensione

artista

recensione

artista

Altre notizie suggerite