• Ott
    04
    2019

Album

Captured Tracks

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Tre anni, una infinità. Tanto mancavano dalle scene gli americani DIIV, protagonisti assoluti di quel 2012 che consacrò la Captured Tracks come label di riferimento di tutto l’hip-indie del periodo (Mac DeMarco, Wild Nothing, Beach Fossils…). Il loro esordio Oshin era infatti il punto d’incontro perfetto di tutte le coolness revivaliste in termini di guitar-pop, in primis dream-pop, jangle pop, shoegaze e post-punk tardo 80s.

Nel 2016, con la Williamsburg-era ormai alle spalle (due anni prima la chiusura di luoghi emblematici come il 285 Kent e la Death By Audio mise definitivamente la parola fine alla golden age della scena di Brooklyn), i DIIV pubblicarono l’interlocutorio Is the Is Are, capace comunque di regalare un paio di ottimi brani (Loose Ends e Under The Sun). Nel frattempo i problemi personali del leader Zachary Cole Smith (all’epoca in una relazione con Sky Ferreira) stavano tristemente intensificandosi rischiando di portarlo al punto di non ritorno, evitato grazie a mesi di rehab durante il 2017. Come se non bastasse, nello stesso anno lo storico e discusso – a causa di deplorevoli uscite razziste e sessiste – bassista Devin Ruben Perez abbandonò la nave e il tuttofare Colin Caulfield (oggi ha preso ufficialmente il posto di Perez) esordì in versione solista senza troppo clamore. La speranza di poter ascoltare nuovo materiale targato DIIV era oggettivamente poca.

Fortunatamente, invece, siamo qui a parlare nuovamente di Zachary Cole Smith e compagni con un rinnovato interesse, acceso durante l’estate da una triade di ottime – e a tratti spiazzanti – tracce: Skin Game, Taker e Blankenship. La prima – Skin Game – si allontana dalle rapide dinamiche jangle riverberate e dagli intrecci in delay a cui eravamo abituati, tuffandosi in ricordi prettamente 90s fatti di chitarre più graffianti e mood più oscuro. Anche la seconda – Taker – suona decisamente ninetines nel suo incedere slow-gaze non troppo distante da alcune cose dei Nothing. La terza – Blankenship – è un toccasana per tutti gli amanti dei DIIV della prima ora (leggasi batteria kraut e arpeggi killer), pur senza rinunciare alle bordate in overdrive e alle strutture più complesse che caratterizzano più in generale il terzo album Deceiver.

I DIIV del 2019 hanno forse smarrito l’incendiario piglio giovanilistico degli esordi ma la sensazione è di essere davanti a una formazione – finalmente – matura e adulta (ridendo e scherzando Zachary va per i trentacinque) che non si accontenta più di nascondere certi limiti compositivi dietro ad una tanto marcata (quanto vincente) ricerca estetico-stilistica. Se dobbiamo fare un paragone, gli americani hanno trovato un po’ la stessa quadra che hanno trovato i Beach Fossils con l’ultimo Somersault. Deceiver – grazie anche alla produzione di Sonny Diperri – fa proprio un suono più pulito ma allo stesso tempo distorto, sonico e ribassato tanto che – se non lo sapessimo – potrebbe appartenere senza problemi ad altre band: ascoltando episodi come Horsehead o la catarsi slowcore di Lorelai i punti di contatto con il gruppo che conoscevamo sono veramente pochi. L’ago della bilancia, forse eccessivamente spostato sul versante narcotic-gaze con melodie sussurrate quasi ad altezza Elliott Smith, rischia di far perdere un po’ di mordente, soprattutto in una parte centrale del disco che scivola via senza troppi sussulti. Detta in parole povere, altre due Blankenship avrebbero sicuramente giovato all’equilibrio dell’album.

L’album più iconico dei DIIV? No. Il migliore? Forse sì.

3 Ottobre 2019
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