Recensioni

La prima volta che avvistai Dorian Concept, ovvero l’austriaco Oliver Thomas Johnson, fu in un mix di Rustie e non a caso. Johnson, classe ’84, è un primo della classe stile Jon Hopkins, con il quale, peraltro, condivide gli studi di pianoforte classico; è tastierista live per Flying Lotus, ha collaborato a vario titolo con la Cinematic Orchestra e Tom Chant, gode da diverso tempo dell’endorsement di Benji B, può vantare alcuni premi vinti in madrepatria a partire dalla metà degli anni Duemila e, soprattutto, è autore di un’elettronica per laptop e tastiere, massimalista, melodica e bella luccicante come tante produzioni dello stesso Russell Whyte e giro Brainfeeder.
Nel 2010 Ninja Tune, che assieme a un’altra etichetta britannica come Warp tiene sott’occhio questo tipo di evoluzioni, lo assolda per il box set del ventennale, Ninja Tune XX, dove viene inserito Her Tears Taste Like Pears, brano che, a stretto giro, dà il nome anche a un EP di quattro brani in cui troviamo alcune specialità del musicista: un dinoccolato spacey jazz per tastiere circondate dal solito partèrre d’elettronica, ambient come in 4/4, da acquario sonico in salsa prog. Beninteso, Dorian Concept, non fa assoli à la Van Halen o kitcherie 80s, afrofuturismi ecc., preferisce, anzi, un ben più navigato stile lounge per soundtrack dal retrogusto un po’ retrò, e più indietro nelle sue produzioni troviamo eccentriche rivisitazioni house e rave (Trilingual Dance Sexperience).
Joined Ends, disco che arriva a ben tre anni di distanza dall’esordio su Ninja Tune – intervallati da una soundtrack commissionta da Chant – è una bestia completamente diversa. Parallelamente a un altro lavoro/svolta stilistica sulla label che è In The Wild di Falty Dl, Johnson sceglie la metafora del viaggio “in un paese delle meraviglie sintetico“, dice lui, per comporre un album che a grandi linee rappresenta un ritorno alla folktronica più eclettica dei noughties aggiornata agli smalti pop scoloriti e alle voci suonate alle tastiere dei 10s. Nel disco non manca neanche qualche momento minimalista – nel senso di ripetizione e variazione di vibrafoni e vetri e altre soluzioni world dalle parti dell’ultimo Phillip Glass – che abbiamo sentito anche nella traccia omonima del nuovo disco di Rustie.
In generale, il disco è un lavoro ben intarsiato, dove la narrativa soundtrack, oltre ai sapori vintage, si serve di gentilezze ma anche robustezze psych à la Caribou (Clap Track 4) per innescare profumata malinconia e avvicendamenti di poliritmiche e bassi. Sul lato jazz e su quello soundtrack, viene chiamato in causa un’altro lavoro Ninja Tune, ovvero Ghosts Of Then and Now di Illum Sphere e, come avrete capito dal giro di rimandi, il rischio che si corre da queste parti è sia l’eccessiva maniera, sia che il messaggio arrivi troppo sottovetro. Non mancano però le eccezioni: Trophies e 11/5/2012, ottimi esempi di trasporto e sintesi tra house, ricordo e “sinfonismo” psych.
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