• ago
    31
    2018

Album

Aftermath

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Viene quasi da pensare che l’abbia fatto apposta, il buon Eminem, a cacciare un disco brutto come Revival che chiaramente non è piaciuto praticamente a nessuno. Annoiandosi nella sua villona da popstar accasata, la narrativa più romantica vorrebbe Marshall stufo di grattarsi theeese nutts; allora eccolo, l’album di merda che lo fa attaccare da chiunque. Quale occasione migliore per tornare a trasformarsi nello Slim Shady e rispondere alla valanga di critiche recenti?

Kamikaze è il disco a sorpresa in cui Eminem torna a fare quello che ogni suo fan sperava: prendersela con tutti e tutto con una cattiveria sboccata e gratuita, lasciando da parte il pop da classifica per tornare a rappare su basi dreiane nude e crude. The Ringer è già il pezzo chiave: Marshall parte adagio e motteggia con garbo i mumble rappers di oggi, assecondando un flow che sembra ricalcare le cadenze tipiche della trap; ecco però l’accelerazione improvvisa: «Do you have any idea how much I hate this choppy flow / Everyone copies though? Probably no». Da cui in poi il pezzo inizia veramente: è un lungo freestyle, niente ritornelli o giri a vuoto, in cui Em si scaglia un po’ contro tutti; da Vince Staples a 21 Savage, passando per tutti i vari e indistinguibili Lil qualcosa. Sbeffeggia il flow dei Migos scimmiottandolo, denuncia la stanchezza verso tutti i luoghi comuni della trap – i gioielli, la codeina, scoparsi la tipa altrui – ed esterna la stizza verso i fan che continuano a chiedergli un ritorno ai fasti di The Marshall Mather LP. Ritorno che – di fatto – Eminem serve proprio qui furbescamente su un proverbiale piatto d’argento. Insomma, sembra dire «volevate questo? Eccolo!». È autocompiaciuto ma necessario, un paradosso non da poco. E infatti subito dopo arriva Greatest: una sbrodolata autoreferenziale dove Eminem si lancia in diversi extrabeat comunque gustosi e mai cafoni come il suo ultimo feat. in Queen della Minaj; stavolta si passa per la definitiva (?) sepoltura del dissing con i Die Antwoord, un divertente scimmiottamento di HUMBLE Revival didn’t go viral», ma anche nella successiva Lucky You riprende DNA) e diversi tricks ben riusciti che entusiasmeranno i nerd dell’hh («I’d like to give a shout to Cypress / This can’t be real»).

La presa in giro alla trap prosegue in Not Alike, dove Em riprende il ritornello di Bad and Boujie dei Migos, o nel beat di Lucky You. La tesi di Eminem è estremamente semplice: fare questa roba qui è fin troppo facile, e l’hip hop è un’altra cosa. La presa in giro è anche genuinamente divertente, ma la risposta di Marshall, con il suo caustico conservatorismo, sembra concretamente esaurirsi in quella che da Rap God in poi sembra la sua unica arma ancora affilata: andare più veloce di chiunque altro. Allora via di tecnicismi a profusione, eccedendo in extrabeat che a giudicare dalle imprecise trascrizioni di Genius nemmeno i suoi connazionali sembrano in grado di districare a orecchio nudo. Quello espresso da Eminem (ma anche recentemente da un J Cole) è comunque un disagio, importante e anche consapevole, nel rapportarsi con le nuove generazioni. Il concetto della transitorietà della fama, dell’inevitabile precarietà di un trono da GOAT sempre più rivendicato («Never thought the party would end / One minute you’re bodyin’ shit but then your audience splits / You can already sense the climate is starting to shift / To these kids you no longer exist») è centrale anche nel pezzo più malinconico, paraculo e nostalgico del disco: Stepping Stones, in cui escono tutti i sensi di colpa per il successo raggiunto rispetto agli amici dell’ormai defunta D12. 

Il resto dei pezzi è ordinaria amministrazione: i soliti problemi coniugali con la sua Kim e una vita sentimentale non troppo lineare (Normal, Nice Guy, Good Guy), e l’occasione data dalle stroncature di Revival per prendersela con chiunque gli vada: Drake e i suoi ghostwriters, Tyler, Earl e tutta la Odd Future, Machine Guy Kelly, Pitchfork, ecc. C’è poi il pronto singolone da lancio, e funziona alla grande: Fall con Justin Vernon stempera la solita (ed efficace) strofa cattivella col ritornello che ti aspetti dal sig. Bon Iver. Produttivamente la palette è bella ampia: dalla cruditè distorta di Nice Guy agli archi di Good Guy, dall’ipertrofico boom-bap di Venom alle stilettate di chitarra elettrica di Greatest. Quest’ultima prosegue il ponte con l’omaggio ai Beastie Boys già presente nella cover (il rimando è ovviamente a Licensed to Ill): un nome che in ambito di pop-izzazione dell’hip hop, contaminazioni con il rock e “candore” epiteliale degli interpreti ha molto a che spartire con la parabola di Eminem (per un approfondimento in merito mi auto-consiglio con Hip Pop).

Insomma, Eminem torna a fare davvero Eminem. Con un po’ di nonnismo, con un po’ di sana spocchia, senza fare nulla di davvero memorabile. Ma anche con una forma che non si sentiva da un bel po’, grattandosi via la ruggine degli anni passati a vivacchiare di mestiere, sfoderando i “soliti” numeri tecnicamente paurosi alla portata di pochissimi, e soprattutto tornando a mordere con la cattiveria che ultimamente gli era mancata. Nuovo inizio o conclusivo colpo di reni in una carriera senza più nulla da dimostrare (e da un bel po’)? Per adesso godiamocelo così, che ci mancava davvero. 

31 agosto 2018
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