• Giu
    23
    2017

Album

Def Jam Recordings, ARTium, Blacksmith

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Vulcanico sui social e sempre sul pezzo in interviste e talk show, Vince Staples sembra essere davvero il testone pe(n)sante immortalato sulla cover del suo ultimo EP, Prima Donna (che chi scrive ha entusiasticamente recensito un anno fa). Resta da capire quale possa essere la sua definitiva – se effettivamente ci sarà – dimensione nel game: ora come ora, diremmo sotto a Kendrick (per sua stessa ammissione – e qui presente nel brano Yeah Right) e sopra a chiunque altro.

In Big Fish Theory il rapper compie un’operazione strana ma precisa e nondimeno consapevole: la sensazione è quella di un’opera d’arte concettuale che potrebbe essere tranquillamente esposta in un club: patina arty, ballabilità e oscurità sono un continuum inestricabile per il quale ci si esalta facilmente. A livello di basi, di beat e ospitate varie, Vince, semplificando al massimo, fa la stessa operazione del Kanye di Yeezus: prende musica nata nera ma non più considerata nera, e la (ri)porta nell’hip hop. Quindi tanta techno, house e beatmaking evoluto tra reminiscenze ponenti (vedi i bassoni g-funk e i Miami beat di 745), potenti bassoni e ghetto sound assortiti, il tutto condito con fare minimalista e tocchi dark (vedi anche quell’intervista rubata alla compianta Amy Winehouse). Poi c’è da parlare di un super-team produttivo che comprende anche Flume e Sophie (in Yeah Right è immediato cogliere dove inizi uno e finisca l’altro), e da quanto ascoltiamo qui c’è da tenere bene d’occhio anche il nuovo enfant prodige del giro Low End Theory (Brainfeeder, Thundercat e paraggi) Zack Sekoff che interviene in più brani, a partire da quella Crabs In A Bucket che lancia ponti con Londra a doppia altezza 1998-2012, tra ritmiche in area 2 step e ravey synth & sound. I featuring illustri restano relegati a qualche ritornello (Ty Dolla $ignJuicy J Bon Iver) o a qualche comparsata marginale (è il caso di Damon Albarn A$AP Rocky)

Dal punto di vista dei testi Vince continua con il suo nichilismo militante: «How I’m supposed to have a good time, when death and destruction’s all I see?» è un verso abbastanza chiaro; il suo status sembra destinato a restare quello di artista da grandi numeri ma relegato al di fuori del circuito veramente mainstream (con sommo godimento di qualche non meglio precisato hater); la mano è calcata su questo punto soprattutto in Homage, dove a un certo punto sbotta con un «where the fuck is my VMA? Where the fuck is my Grammy?»; da qui la riflessione va alla condizione di black man di cui dicevamo, per cui il parallelo tra il nero incarcerato e il Cristo di Crabs in a Bucket è forse un po’ pretestuoso e scontato, ma condotto con la solita chirurgica ficcanza («nails in the black man’s hands and feet, put him on a cross so we put him on a chain»).

Culturalmente l’asticella è alzata ulteriormente, con auto-paragoni a River Phoenix e riferimenti a Basquiat (SAMO): il rap è consapevolmente colto, magari un po’ tronfio, ma resta il fatto che non può non esaltare una strofa come «I’m on a new level, I am too cultured and too ghetto». Perché sì, va bene fare i sapientoni, ma a patto che la street credibility rimanga ben salda (non scordiamoci che Staples era membro dei Crips). La figure fonetiche sono poi spesso davvero superlative; vale la pena di citare numeri come «so feel free to fulfill the prophecy». DAMN a parte, il meglio oggi.

28 Giugno 2017
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