• Ago
    12
    2014

Album
LP1

Young Turks

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Ne è passata di acqua sotto i ponti dai primi passi – non danzerecci – di Tahliah Barnett aka Twigs prima e FKA Twigs poi. Ricordiamo con passione gli esordi nella South London degli AlunaGeorge avvolti in una spessa coltre di mistero e un EP d’esordio (EP) per certi versi clamoroso con la conseguente inclusione all’interno della playlist Female-Pop 2012 Compilation e della lista Ones To Watch per l’anno 2013. Il resto è storia nota: videoclip di impatto distribuiti con la precisione di un orologio svizzero ed un secondo EP – EP2 – in grado di confermare tutto ciò che di buono avevamo potuto gustare in precedenza.

Si è mossa con astuzia e con gli impeccabili movimenti di una ballerina, Tahliah, nel processo d’avvicinamento all’attesissimo album di debutto. Poteva inserirsi nell’onda lunga della stagione art/future-pop 2k12 dominata da Grimes e Purity Ring e invece, giustamente, ha preferito aspettare il suo grande momento. Ora FKA Twigs ha potenzialmente in mano il mondo perché, dalla sua, continua ad avere un fortissimo appeal “hip” e contemporaneamente iniziano a farsi sempre più chiari i segnali di una possibile – ed in parte cercata – esplosione su larga scala. Ma, soprattutto, il movimento che ha rivoluzionato l’r&b negli ultimi anni fino ad oggi non ha ancora scovato il personaggio femminile definitivo e trasversale in grado di trovare istintivi apprezzamenti anche tra un pubblico più vicino alla cultura black. C’è Janelle Monáe, ma sembra guardare – con enorme talento – più al passato che al futuro.

L’operato di FKA Twigs è merce che conosciamo già piuttosto bene ma ai piani alti è materiale ancora tutto da scoprire. Per questo motivo un singolo – e video annesso – come Two Weeks raggiunge l’obiettivo: mantiene tutto il fascino sensuale dei brani precedenti ma lo traduce in un formato meno astratto e in un’estetica al limite del glitterato (ad un certo punto si sfiora Beautiful Nightmare di Beyoncé).

Nell’album di debutto LP1 ritroviamo le imponenti scelte stilistiche che differenziano la Nostra da tutta la concorrenza: strutture scomposte, le decelerazioni sinuose già marchio di fabbrica (l’effetto di Pendulum è simile a quello di Hide, ugualmente fascinoso quello di Video Girl), i vocalizzi (l’iniziale Preface praticamente riprende l’intro di Water Me) e tutto l’immaginario sospeso tra contesto urbano e velleità futuriste. Per questo motivo la scelta di escludere dalla tracklist brani contenuti nei primi due EP è coraggiosa ma in parte perdente: lungo i dieci passaggi il songwriting non sempre sembra del tutto ispirato e in alcune occasioni si ha l’impressione di trovarsi di fronte a tracce nate da un rimpasto di idee già espresse. Riproporre una Ache o una Water Me, in questo senso, poteva aumentare una densità di pezzi da novanta a dire la verità non elevatissima.

I rimandi ai territori r&b più canonici ma pur sempre eleganti (viene in mente l’ultima Aaliyah) continuano ad aumentare ma indubbiamente il fascino di FKA Twigs è soprattutto legato alla commistione tra i suoi sussurri e un reparto elettronico assolutamente contemporaneo (si pensi alla produzione di Arca sul secondo EP), protagonista quanto quello dei lavori targati Kelela o Roses Gabor. Non mancano gli hook melodici – in Lights On azzardiamo un remember di Carmen Queasy di Skin e Maxim ad un certo punto – ma a vincere sono ancora gli episodi che suonano come ottimi pretesti per far scattare – anche sul palco – quel binomio audio-visivo tanto caro a miss Barnett. Numbers, ad esempio, sembra creata appositamente per evidenziare le movenze della Nostra.

LP1 esplora in lungo e in largo le insenature del sound di FKA Twigs, dall’art-r&b più sofisticato (Give Up) alle vette celestiali (Closer è materiale etereo che veleggia su basi liquide) passando per il fascino esotico sprigionato dai gemiti da brividi lungo la schiena incasellati su beat glitchati che vanno per i fatti loro, rendendo ancora più avvincente l’ascolto (Hours, con l’aiuto di Dev Hynes). Tutti elementi che puntano ad una perfezione stilistica e che modellano un universo apparentemente ancora inesplorato, nonostante le punte di harmonizer ad altezza Imogen Heap di Pendulum e alcuni contatti con il migliore trip-hop di due decenni fa (Video Girl e un attitudine sul palco che a volte ricorda Tricky).

Poteva giocarsi qualche carta più spiazzante? Certamente. LP1 è comunque un importante esordio su formato lungo che non delude le attese grazie ad una proposta ancora affascinante e, almeno per qualche anno, in anticipo sui tempi del carrozzone mainstream. (Anche) per non cadere all’interno dello stereotipo del “erano meglio gli EP”, lo promuoviamo a pieni voti.

6 Agosto 2014
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