• Nov
    23
    2015

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Vent’anni fa, agli esordi, avreste mai detto che nel 2015 i Foo Fighters sarebbero stati il gruppo di riferimento del settore rock for the masses? Eppure mai quanto oggi (nonostante un disco sotto media, anche a livello di successo, come Sonic Highways) Dave Grohl e compagni si trovano a dover recitare l’improbabile ruolo di guerrieri chitarra-muniti con il compito di salvaguardare la posizione del rock in classifiche e in contesti mediatici sempre più in mano al pop patinato.

Come questo sia successo è in parte un mistero e in parte un chiaro demerito di una folta schiera di nomi (U2, RHCP, Pearl Jam) che negli anni si sono resi partecipi di prove più che incolori, o che semplicemente sono caduti nel ridicolo (Muse). I sornioni Foo Fighters invece, alternando con un certo equilibrio opere appena mediocri (In Your HonorEchoes, Silence, Patience & Grace), album discreti (One by One, There Is Nothing Left to Lose) e un paio lavori (Wasting Light e soprattutto The Colour and the Shape) decisamente validi ma tutt’altro che fondamentali, si sono costruiti una carriera ed un’immagine che a modo suo sprigiona onestà.

In questa posizione i Foo Fighters vanno a nozze, in quanto nessuno chiederà mai loro di realizzare un album capolavoro – se non è successo in passato difficilmente accadrà in futuro – o di centrare una grande hit radiofonica. Possono andare avanti altri vent’anni a scrivere dischi dignitosi per lanciare tour sold out, a fare quello che sanno fare meglio: suonare, sudare, divertire e divertirsi. Dave Grohl è il grande catalizzatore di tutti questi pregi, e in definitiva un personaggio positivo che sa come farsi voler bene (per rimanere sul recente si pensi al Rockin1000 o al fantomatico trono di chitarre post-infortunio), e l’imponente circuito di amicizie importanti nell’ambiente musicale – e non – è lì a dimostrarlo. Lo dimostra anche la decisione di dedicare – attraverso una lunga lettera – il nuovo EP alle vittime degli attentati di Parigi del 13 novembre scorso. Attacchi che lo hanno pesantemente toccato (non solo per le passate collaborazioni con gli Eagles Of Death Metal), tanto da annullare l’intero tour della band.

Il disco si intitola Saint Cecilia (il Saint Cecilia Hotel di Austin è stata residenza durante le registrazioni di Sonic Highways) e contiene cinque tracce che obiettivamente poco aggiungono alla discografia degli americani. Ancora una volta siamo di fronte a composizioni non eccelse ma comunque decorose: la title track è la più canonica delle Foo’s songs con un riff inoffensivo, buon tiro e un chorus che talvolta può ricordare il ponte di Learn To Fly. Non troppo distante The Neverending Sigh. Sean sembra provenire da quell’omonimo disco esordio con forti influenze Hüsker Dü, Savior Breath è un incrocio tra il riff-o-rama dei Motörhead e i loro brani più tirati (White Limo ad esempio). In Iron Rooster invece i Nostri si ripropongono in quella veste semi-acustica che caratterizzava il secondo disco di In Your Honor. Cinque canzoni che, a turno, potrebbero sostituire – assolutamente senza che nessuno se ne accorga – altrettante composizioni presenti all’interno della discografia della band di Everlong. Nessun fastidioso effetto b-side e iniziativa sicuramente lodevole.
28 Novembre 2015
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