• lug
    27
    2018

Album

Warp Records

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Fin dai tempi del suo primo mixtape Machine (2015), a Gaika Tavares non è mai mancata un’efficace visione artistica. Facendo di dancehall e industrial le sue coordinate principali, l’artista di Brixton concepiva la sua musica come un’ibridazione di riferimenti alla diaspora musicale black, declinata in chiave distopica. La distopia, ha sempre precisato, è già in atto: oscillando tra un accento inconfondibilmente South London e un patois legato alle sue origini caraibiche, Gaika osservava le strade gentrificate di Londra, raccontando episodi di razzismo, il progressivo collasso del welfare system e lo stato di abbandono e sradicamento delle giovani gang della capitale. «Can we talk about needing jobs? / Can we talk about cleaning blocks? / Can we talk about grief and loss?», chiedeva in Blasphemer, il singolo che lo introduceva al mondo come solista dopo il suo periodo di apprendistato nel collettivo di Manchester Murkage. Situato nel centro nevralgico del grime, un orecchio teso all’Atlanta di Young Thug e Future, Gaika andava plasmando un’oscura, tecnofila estetica “ghettofuturistica”, come lui stesso l’ha definita, non troppo lontana nello spirito dalle inquietudini di Tricky in Pre-Millennium Tension.

Dopo aver introdotto Gaika a un pubblico più ampio con i due EP Spaghetto (2016) e Spectactular Empire (2017), in cui il Nostro si cimentava con produzioni più limpide e un sound più mellifluo, talvolta più vicino all’RNB, Warp ospita il suo atteso album di debutto. Nei quasi 60 minuti di Basic Volume, la visione d’insieme abbozzata nei mixtape Machine e Security (2016) si trasforma in una monumentale dichiarazione d’intenti, senza dubbio il suo lavoro più ambizioso. Il senso di dislocamento fisico e identitario dell’immigrato, tema già affrontato in passato, qui diventa una fonte d’ispirazione assoluta, non solo un collante per i suoi riferimenti musicali multi-genere, ma anche un ponte tra le riflessioni più generali, finanche teoriche, sulla linea di confine come ostacolo fisico e mentale all’integrazione e i tanti cenni alla sua storia personale: «I’m in this for the immigrants», sintetizza in Crown & Key.

La serietà con cui Gaika si è calato nel ruolo di commentatore è riflessa dalla generale atmosfera di gravitas presente sul disco: una fitta coltre di rumore, drone e distorsioni filtra e inspessisce le dinamiche nella maggior parte dei brani, frutto del suo personale tocco goticheggiante in collaborazione con una ricca squadra di produttori, tra cui Jam City, Dre Skull, Sophie, Wildlife! e Buddy Ross (già all’opera con Frank Ocean in Blond). La title-track, in apertura, si fa strada al rallentatore tra drone e pesanti bassi, mentre Gaika, alle prese con l’adorato auto-tune, descrive lo scenario più inquietante possibile: «Blind and burned / Naked and black in a white man’s world». Avviato da questa immagine iperrealista, l’arco narrativo di Basic Volume giunge a una speranzosa risoluzione finale in Spectacular Anthem, una melodiosa ballata in cui Gaika sembra duettare nell’iperuranio con la Zola Jesus di The Spoils, mormorando su un letto di ovattate pulsazioni noise: «It’s OK to learn / It’s OK try». Nei suoi episodi di mezzo, l’album unisce ai suoi toni apocalittici una spinta alla ribellione e alla disobbedienza civile, setacciando la storia della soundsystem culture britannica alla ricerca di un incontro-scontro tra dancehall e l’hip hop contemporaneo più macabro e astratto. Questa tattica di aggiornamento in chiave distopica è esemplificata al meglio dall’incalzante tripletta 36 Oaths, Black Empire e Grip, in cui Gaika veste i panni di un Bounty Killer post-umano a spasso nel glaciale universo sonoro di Fade To Mind. Gaika cosparge il disco di messaggi di resistenza («Just fight ‘til you drop», «This fight is right now», «I wanna see yute in rebellion») tra metallici, scheletrici beat, penetranti sub-bass e un campionario di acuti, scintillanti sintetizzatori, in bilico tra l’angolarità dei video game e le vertiginose impennate della trance. Questi ultimi puntellano la torrida Crown & Key (il brano che, assieme a Warlord Shoes, di più flirta con ritmiche trap), accompagnano l’incedere catatonico di Yard ed esasperano l’afflato liturgico di Seven Churches for St Jude, in cui compare lo stralcio di un sermone biblico in chiaro riferimento alla recente scomparsa del padre (il titolo del disco è un cenno alla compagnia fondata dal padre Charlton Phillip Tavares, uno scienziato dei materiali).

Quando Gaika smette i panni del DJ Screw industrialista, il disco regala alcuni agognati momenti di leggerezza. Sophie inietta la sua consueta euforia nel singolo Immigrant Sons, Buddy Ross trasforma Ruby in un’incantevole, fumosa tirata RNB, mentre Dre Skull ripulisce il suono in Born Thieves, l’unico brano del lotto in cui la dancehall di Gaika si fa propriamente estatica e sensuale. Nonostante hook e melodie abbondino, a volte si ha l’impressione che nell’orchestrare il suo manifesto per il grande pubblico, Gaika abbia finito per sottorappresentare il lato più godereccio del suo progetto. Uno dei punti di forza di Security e Spaghetto era la sua capacità di mantenere un focus politico e al contempo documentare le sue incursioni nell’edonismo della club culture made in UK. In Basic Volume si sente la mancanza di quel sottotesto più impressionistico del suo lavoro. Ad animare le strade e i club raccontati dal Nostro, in passato trovavamo un nutrito cast di vocalist (da Mista Silva a Bipolar Sunshine, passando per Miss Red), mentre in Basic Volume la polifonia è tutta nelle mani di Gaika, come sempre a suo agio tra i registri, gli accenti e gli stili più disparati. È proprio questo senso di controllo a caratterizzare il disco: nella scelta dei temi, nella coerenza del messaggio e nell’insistito approccio avanguardistico alla produzione, Basic Volume comunica un forte senso di responsabilità. Nel fare il punto sulla propria figura, Gaika si dimostra ancora in pieno controllo della sua visione.

30 Luglio 2018
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