Recensioni

7.2

Nel profilo di Gianluca De Rubertis ritratto sulla copertina de La violenza della luce c’è tutta una scuola di gesti, stili e immaginari recuperati, centrifugati e ormai impossibili da non ricondurre a qualcosa che non sia la musica di De Rubertis, si parli della sua carriera da solista o di quando, con Il Genio, lui e Alessandra Contini recitavano rispettivamente il ruolo del Gainsbourg e della Jane Birkin dell’indie italiano. È un dato oggettivo, o se volete una piacevole abitudine: french touch, Moroder, la chanson francese a dettare i ritmi e le atmosfere, sullo sfondo il nostro cantautorato («Voi alternativi della miseria / che vi scagliate contro Baglioni», recita l’ottima Voi mica io) e in primo piano un’attitudine pop che faceva già scuola a inizio millennio, quando i synth non erano così di moda come oggi. Un modo di intendere la musica e i testi pensato per mezzi toni e crepuscoli ad effetto, malinconie d’antan e un cantato pigro ma a suo modo personale, lo stesso che gente come Francesco Bianconi oggi trasla verso una «forma cameristica dal taglio austero» (dalla nostra recensione di Forever).

De Rubertis fa altro: lascia perdere le aspirazioni di ibridazione messe in atto nei due precedenti, e forse non del tutto riusciti, episodi solisti – Autoritratti con oggetti del 2012 e L’universo elegante del 2015 – e va dritto al punto, recuperando quel suono analogico dei sintetizzatori che aveva reso Il Genio così glamour e –  ammettiamolo pure – piacevole. Lo fa con un approccio più maturo, scrivendo i suoi testi migliori di sempre, o più banalmente grazie a un’ispirazione che sa di “necessità” e non di semplice gioco di ruolo. A dar manforte, due pesi massimi della sala di incisione come Lele Battista (ingegnere del suono) e Leziero Rescigno, quest’ultimo anche produttore assieme a Matilde Davoli, mentre giganti come RCA Numero Uno e Sony si occupano di pubblicare il disco.

Il suono ne trae giovamento, diventa più corposo e tagliente, e non è solo apparenza: gli 8 brani in scaletta saranno pure orecchiabili quanto volete, ma non scadono mai nell’autoreferenzialità o, peggio, nella circonvenzione di incapace, come capita invece con certi prodotti da laboratorio di ultima generazione. Anzi, l’iniziale Voi mica io è una feroce critica – e autocritica – alla società contemporanea, quando invece Pantelleria è un pop solare ma con l’inquietudine di un Giancarlo Onorato, Solo una bocca è un trattatelo di intimismo pop niente male e con tanto di archi, Versateci del vino è una amara constatazione dell’amore ai tempi dell’usa e getta di Whatsapp valorizzata da una raffinata tappezzeria sintetica à la Jean-Michel Jarre. Ma questi sono solo alcuni degli episodi di un disco che tiene la barra dritta sui significati, prima che sullo stile, e convince fino a fine programma: «Scrivere questo album è stato un esercizio di vita, e senza prendermi la briga d’essere la parafrasi di me stesso, forse sono riuscito ad essere più diretto; o almeno lo spero – scrive De Rubertis nelle note stampa che accompagnano il disco – Senz’altro, e a questo tengo molto, sono stato sincero. I riferimenti soliti che tutti i giornalisti vorranno cercare all’interno delle canzoni non li rifuggo, sebbene non mi interessino. Lascio la libertà di segnalarli a chi vorrà farlo».

Sia come sia, quel che è certo è che La violenza della luce è il miglior album pubblicato fino ad ora dal De Rubertis solista. E pazienza se ci sarà qualcuno che gli darà ancora una volta del nostalgico: a volte la nostalgia può essere il migliore dei mondi possibili, se descritta con le parole giuste o paragonata a certe attualità deprimenti. Con buona pace dei Simon Reynolds de’ noantri.

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