Recensioni

6.7

Prima o poi, quando canti pop elettronico, il confronto con Madonna viene naturale. Molte eroine del genere sono riuscite a svicolarsi dalla sfida con la regina prendendo altri sentieri: il post-glam per Lady Gaga, la ricerca per Björk, lo struscio per Lana Del Rey. Alison Goldfrapp ha tentato per molto tempo di proporre un misto fra dance pop e sonorità più chic, ad esempio con il disco del 2013 Tales Of Us, ma quando si avvicinava troppo alla Ciccone perdeva per troppo protagonismo, e nelle ultime prove non ci era piaciuta proprio per questo motivo.

Una delle possibili tattiche vincenti è quella di cambiare vestito rispetto alle mode passate e quindi, in termini musicali, puntare su sonorità e produzioni più “contemporanee”. In particolare in questo nuovo disco il gruppo inglese dà carta bianca a John Congleton – ex frontman dei The Paper Chase e collaboratore di decine e decine di musicisti e gruppi (fra gli altri Laurie Anderson, Antony and the Johnsons, Franz Ferdinand) – e al londinese Haxan Cloak (produttore anche dell’ultimo Björk), facendo mixare il tutto a David Wrench (The XX, Fka Twigs, Caribou), e aggiungendo pure le chitarre del collaboratore di Brian Eno, Leo Abrahams.

Il risultato non è male, anzi, sembra quasi che Allison abbia trovato una rinnovata voglia di cantare (in certi punti assomiglia nientemeno che ad Annie Lennox) e di imitare meno chi viaggia su binari paralleli. Il suono dei Goldfrapp acquista nuova vita nell’electropop squadrata dell’opener Anymore, si sporca un po’ con dei filtri 2000 e delle casse à la Simian Mobile Disco in Systemagic, viaggia su pomposità al caramello in Become The One, sogna paesaggi lunari in Zodiac Black e sforna pure una egregia bombetta con i bassi dritti ma caldi di The Ocean, un brano che ricorda la malinconia dei Röyksopp.

Un’inaspettata rentrée che, rispetto ai lavori precedenti, si fa ascoltare di buon grado e senza troppo impegno. Bentornato electro-pop.

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