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Due album di nu soul aprono diverse prospettive sul destino del genere/non genere che in questi ultimi anni sta diventando la lingua franca dell’indie (The xx, The Weeknd), portando gli ascoltatori una volta più vicini alle chitarre e ai palchi ad avvicinarsi ad atmosfere più meditative e mescolate con l’elettronica. Il sound dei synth attutisce i colpi di uno zeitgeist dominato dalla crisi, dalla mancanza di paletti e di riferimenti, riportando l’attenzione su quello che per antonomasia è il classico che ha dato da sempre linfa vitale al rock: il soul, il suo antenato nero, meno bastardo del blues e più vicino alle frivole e spensierate movenze dance. Il panorama indie rinuncia alle band rappresentative (forse l’unico gruppo degli anni ’10 sono rimasti gli Arcade Fire, ma c’è chi li relega già al decennio 2000-2010) e punta oggi sull’intimismo, sia esso ripiegato sul ricordo del passato o concentrato più su microscene effimere, che durano il tempo di una stagione.

Gli australiani HTRK (abbreviazione di ‘Hate Rock’) escono sulla prestigiosa Ghostly International e, dopo un interlocutorio Work (Work Work), riescono a sfornare un disco pieno di malinconia, probabilmente influenzato dalla perdita del terzo componente della band Sean Stewart avvenuta durante le session del lavoro precedente. Il suono – a prescindere dal lutto – è molto convincente, guarda al passato di Sade, Everything But The Girl in modo maturo, senza copiare troppo e inserisce anche qualche synth più vicino a noi (un misto bilanciato fra Lopatin e Com Truise). Si abbandonano i riverberi fuzzy del passato e ci si ritira in camera, probabilmente senza droghe, magari sorseggiando lentamente un buon cognac. Jonnine Standish e Nigel Yang costruiscono visioni dub-pop per romantici alienati (vengono in mente i paesaggi al neon di Bret Easton Ellis) che hanno consumato i dischi della scuola di Bristol (Blue Sunshine), digeriti e rivisitati in una nuova scena, quella australiana di Flume e company. Se nei compatrioti però si respirava ancora qualche fumo da clubbing, qui il ballo è tutto mentale e magistralmente privato. Un disco che potrebbe piacere sia al fan di James Blake che a quello dei Suicide (vedi la cadenza motorik di Soul Sleep). (7.4)

Coincidentia oppositorum che negli A/T/O/S (da pronunciarsi come A Taste Of Struggle) rimescola le carte con suoni più street, sempre ancorati al passato, ma presupponendo legami ulteriori con il jazz ibrido di Flying Lotus (in particolare Cosmogramma), le vocals sperimentali di Erykah Badu, il beatmaking della Anticon (Paper), i Portishead e se vogliamo anche con Alice Coltrane (What I Need 2). Gli HTRK si rintanano nelle camere anodine della morte, mentre qui la morte l’andiamo a cercare ancora per strada, e ovviamente il progetto dei belgi Amos e Truenoys non può che essere su Deep Medi, cioè sulla label londinese di Mala (con annessi remix di Skream e passaggi sulla trasmissione di Mary Anne Hobbs). Un po’ come sembra aver già detto Actress quest’anno con Ghettoville, anche qui l’orizzonte è cupissimo, la crisi si sente a pelle e il dubstep viene instillato come un virus nel soul elettronico. Da sentire, ad esempio, le bordate di basso di Cosmos, la ballad pseudo pop di Roses (altro che Katy B) o la desolazione di Nowhere. (7.4)

Dischi che non segnano un’epoca, perché per definizione non potrebbero circoscrivere il vuoto, ma che aprono nuovi problemi, si interrogano criticamente sulla definizione mutante di un genere, il soul, che ormai è diventato la base del rock. Come qualche anno fa i King Midas Sound avevano scalato le classifiche di mezzo mondo, così HTRK e A/T/O/S potrebbero ripresentarsi su molte selezioni di fine anno. Da sentire.

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