• Gen
    18
    2019

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Polydor

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Ormai tre anni fa usciva un libro grosso tanto così intitolato I primi 4 secondi di Revolver, l’ha scritto Gianfranco Salvatore, che è quello che ha scritto le cose più belle mai scritte su Zappa, Battisti, Charlie Parker. Bene, questo libro racconta di come nella seconda metà degli anni Sessanta una cosa che da circa dieci anni si chiamava “rock and roll” sia diventata, alternativamente sotto il nome di “pop” o di “rock”, una forma d’espressione giudicata degna d’essere definita “arte”, nonché il precipitato delle tensioni e delle ansie di rinnovamento sociale delle culture — chiamatele come preferite — “giovanili” e/o “alternative”. Bene, dopo trecento e rotte pagine di genealogie, analisi, viaggi intertestuali e non per dire tutto questo, tra Liverpool, Darmstadt, Fluxus, psichedelia, blues e India, il libro chiude il suo occhio di bue strettissimo su un pugno di musicisti giudicati eredi di quella stessa tradizione di sperimentazione pop /aka/ messa in crisi della (forma-)canzone che fu la cifra dei Beatles rivoluzionari — “in senso astronomico”, precisa Salvatore — post-1965. Bene, questi musicisti e queste musiche sarebbero gli U2 primi anni Novanta (quelli del dimenticatissimo Zooropa), “il miglior trip hop, le produzioni più avanzate di Björk, gli ultimi Radiohead, o James Blake” (p. 306).

Ecco, che un libro di storia della musica che è una specie di mini-enciclopedia sui Beatles, sulla contaminazione di fonti che si fa sintesi di culture, sull’avanguardia che si fa prodotto-per-tutti si chiuda, appena qualche anno dopo l’esordio sulla lunga distanza, con James Blake — siamo proprio a 14 righe da note e bibliografia — è significativo. Noi, qualche mese prima, chiudevamo la recensione di The Colour in Anything, praticamente dispiaciuti di non potergli fare le pulci, dicendo che ormai era chiaro come avessimo davanti “un nuovo grande autore della musica popular” e che “dovevamo fare i conti con questa cosa”. Dovevamo storicizzarlo, cioè, pronto com’era a fare testo. Riprendiamo da qui ora, senza rimangiarci manco mezza sillaba, per continuare il discorso, voltando pagina, esattamente come si fa con un racconto: la storia è la stessa, i personaggi pure, ci sono le isotopie, c’è un filo rosso, una coerenza di fondo, e però si procede, si aggiungono cose e cose si capiscono, si disimplicano, si dicono finalmente, dopo essere state annunciate.

Sembrano e sono forse effettivamente passati cinquecento anni dal Blake terzo Mount Kimbie, dal glitch-dubstep (ma quanto ci siamo divertiti coi nomi?), da Klavierwerke, da Harmonimix che si esercita sul Lil Wayne di A Milli. Eppure, era proprio tutto lì, hegelianamente, in nuce, tra il serio e il faceto, pronto a sbocciare. Non potevamo che finire qui. Io non so se — come è stato inevitabile abbiano detto in tanti giocando con il titolo del disco — JB qui abbia assunto la sua forma compiuta. Sicuramente è uscito definitivamente dal suo guscio confortevole e fragile. Assume Form è il suo disco più prodotto e più campionato (occhio alla presenza, importante, proprio di Dominic Maker), più ricco di strati, il più pop e il più calato nello Zeitgeist. La sua cifra come autore e come interprete di se stesso la diamo per scontata, non è neppure sul piatto, solida com’è. Qui lui prende le sue cose solite — l’approccio cantautorale piano-voce visibile in trasparenza anche quando sopra c’è dell’altro, i saliscendi inerpicati eppure sempre prensibili, l’elettronica che un tempo si era detta IDM resa docile per le orecchie cresciute con quello che un tempo si era detto indie, quello che ormai non possiamo che chiamare propriamente post-post-dubstep (dio dei generi, abbi pietà di noi), l’autotune come morphing di un’idea di soul che lo porta al cuore di quella vocal science che Harper ha dissezionato anni fa su Burial — e le piega ancora una volta come vuole, facendo di questo se non il suo disco più facile (ma comunque sì), sicuramente quello con i pezzi più facili (tipo Tell Them, che è fico, Power On, che lo è meno, o un vero e proprio intermezzo come quello con Rosalía, che fin dal titolo è un cliché, ma minchia se funziona), mani tese tesissime verso l’oggi-oggi (la trap, nel pezzo con Travis Scott). È il suo disco più estroverso questo. E nel parlare di più e a voce più alta, JB parla a più persone adesso. Il movimento di apertura è chiarissimo e comporta degli smussamenti, degli annacquamenti, se vogliamo. Ma era questa un’operazione necessaria, sicuramente non indolore per uno fichettissimo come lui e, se pure anche il nostro gusto ne viene sporcato un po’, più del solito, bisogna accettarlo, questo movimento, e mettere la cosa nella giusta prospettiva. Storica. È il disco pop/r’n’b di JB questo.

La scaletta così è un’altalena, non tanto per la qualità dei contenuti, ma per i mondi evocati. Sembra un’antologia questo album, si passa di palo in frasca. Ma c’è uno sfondo unico che riesce a mettere a posto e in ordine queste che non sono che varianti di una stessa sensibilità. Del resto, si apre e si chiude, ‘sto disco, tra i manifesti possibili con due dei più diversi: uno è una sintesi, quasi una media anzi, e un altro è un punctum specificissimo, ma che come una lente d’ingrandimento da gioielliere magnifica l’anima più pura del nostro. La iniziale title track è una fotografia dello stato dell’arte di cosa James è e può fare adesso. Il pezzo finale chiarisce invece finalmente dov’è che James ha sempre puntato, il posto che ha sempre aggirato, guardandolo da vicino, algidamente in apnea, emozionato, accucciato tra il camposanto e l’altare: il sagrato della chiesa, perché è da lì che promana il coro quasi-acappella — è la notte di Natale di uno che sogna la brughiera dalla città — di Lullaby for My Insomniac.

Se alcune canzoni, come Are You in Love?, non si possono che leggere nella prospettiva di quell’autoplagio che è la caricatura consapevole vittima della propria cifra stilistica, altre, come Into the Red — lo diciamo, lo dico: dopo alcuni ascolti, la mia preferita (e lo sentite anche voi come questo timido rossore country?) —, I’ll Come to o ancora Don’t Miss It, esemplari, esemplarissima quest’ultima, aggiungono tasselli nuovi alle microvariazioni della palette blakeana. È sempre James, ma è come se in questi esempi virasse da tardo-impressionista a proto-espressionista, qualcosa del genere. Ci sarebbero altre notazioni puntuali da fare (la capacità di Can’t Believe the Way We Flow di richiamare i meglio anni Sessanta, la naturalezza con cui Andre 3000 rappa su un r’n’b minimal che del resto gli è figlio in Where’s the Catch?), ma sono in fondo bagatelle.

Qui bisogna partire sì dall’analisi ma arrivare alla sintesi, e il succo è che James c’è ancora e soprattutto c’è di nuovo. Non mancano le sorprese, gli spostamenti, i riposizionamenti. Anzi. Eppure sembra di averle già sentite tutte queste canzoni, pregio grande e sicuramente altrettanto grande difetto. Tutto questo accade perché JB è così dentro il suo tempo, che poi è il nostro, e così tanto a modo suo, da entrarci in testa, proprio come modo, modo di pensare la musica adesso. Dieci anni fa su Discogs lo rubricavano alla voce di comodo “Modern Classical” e con il giusto twist semantico-lessicale non è che ci avessero torto.

19 Gennaio 2019
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