Recensioni

7.2

Lasciatasi momentaneamente (?) alle spalle il furore delle sue Savages, Jehnny Beth si lancia in un disco solista che non può non far perno sulla personalità della sua voce. Il bianco e nero rimane, così come una penna sfrontata e lontana dalle metafore. Rispetto al post punk del quartetto, To Love Is To Live varia la formula della struttura compositiva e la ibrida con l’elettronica e le trame d’archi costruite da Flood e Atticus Ross.

Bassi profondi e folate industrial sorreggono la voce di Beth e le suggestioni dell’interludio A Place Above, in cui Cillian Murphy posa il berretto di Peaky Blinders per dar corpo a visioni apocalittiche in cui imperversa malapolitica e violenza: “Everybody loses, including me, including you”. Ma il focus concettuale di questo disco, e anche di un libro in uscita, è la sessualità, e lo si evince sin dalla copertina, un ritratto a metà tra Metropolis e Westworld in cui il soggetto è potente come una statua greca ma anche spogliato dei dettagli fisici.

In questo senso, l’album di Beth è simile e opposto allo stesso tempo al lavoro sulla mascolinità portato avanti da Tom Fleming nei suoi progetti presenti e passati. Ma To Love Is To Live scava anche sulla persona Jehnny; parla della sua Francia (The French Coutryside), dove è tornata a vivere da qualche tempo, dei retaggi cattolici di una non credente (We Will Sin Together) e del male che c’è in ognuno di noi. Punto, quest’ultimo, presente sia in I’m the Man (“There’s no bitch in town who doesn’t understand how hard my dick can be”), sia in C. A. L. M.: Crimes Against Love Memories, una raccolta di racconti erotici e fotografie che uscirà quest’estate, in cui si accenna persino al cannibalismo.

La stessa cantante delle Savages ci ha confidato nel corso di un’intervista che il suo esordio “parla di umanità e dell’assenza di umanità”, affermazione che fa il paio con il discorso sulla pluralità di voci di To Love Is To Live, influenzata da  To Pimp A Butterfly di Kendrick Lamar. Una radiografia, questa proposta dalla stessa Jehnny, che inquadra a fuoco la complessità e la valenza concettuale di canzoni che, pur mostrando i muscoli, non hanno paura di svelare la fragilità di un’autrice ispirata e con le idee piuttosto chiare.

Una statua apparentemente de-umanizzata, quindi; d’altronde i contrari si incastrano alla perfezione nel percorso artistico di Beth. Già dal 2006 al 2011, prima ancora di fondare il quartetto tutto al femminile, quando con Nicolas Congé iniziò a far musica avvertiva l’urgenza di scappare da un contesto familiare cattolico e quindi puritano. Di lì a poco (2013) le vicende della pornostar Belladonna avrebbero ispirato Hit Me, presente nell’esordio delle Savages e spunto di riflessione personale, come nel caso dell’affermazione “Pleasure and pain are for me the same thing”.

La tensione di queste suggestioni si sarebbe risolta un po’ più in là in un “love is the answer”, ed eccoci, infine, alla necessità di sentirsi un’eroina; un andirivieni dall’inferno – personale e collettivo – che contorna un’autrice e performer unica. Non ci sono chiaroscuri in Beth, niente mezze misure. Soltanto sensazioni forti, che si traducono in un disperato bisogno di vivere.

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