Intervista a Jehnny Beth, eroina moderna

Jehnny Beth, all’anagrafe Camille Berthomier, va in solo. Abbiamo imparato a conoscerla come frontwoman delle Savages, rumorose e veloci nel giro di appena due dischi memorabili, Silence Yourself del 2013 e Adore Life del 2016. Si racconta che l’idea di realizzare un album on her own le sia arrivata la notte in cui David Bowie – del quale aveva peraltro vestito i panni all’inaugurazione parigina della mostra David Bowie Is – è venuto a mancare, facendole capire di riflesso quanto sia rilevante lasciare un segno durante la propria permanenza terrestre.

Se ascoltiamo il jungle rock di Heroine, terzo singolo estratto da To Love Is To Live, è peraltro facile ricollegarsi a Earthling di Bowie, realizzato con la partecipazione di Trent Reznor. Heroine è un pezzo-chiave nel primo album di Jehnny Beth: «All I want is / All I need is / To be a heroine». Non è esattamente di eroi che abbiamo bisogno oggi, nella vita e in un panorama rock sempre più privo di nuove icone? «Quando penso a questa canzone, penso a Romy dei The xx che mi strangola con le sue mani in studio. Cercava di tirarmi fuori dal mio guscio per aiutarmi a comporre i miei pezzi, ma io opponevo una tale resistenza che ha perso la pazienza. Il brano era inizialmente intitolato Heroism, ma a me non piaceva perché era un termine troppo generico. Flood è stato il primo a suggerire Heroine al posto di Heroism. Ricordo poi una conversazione avvenuta a tarda notte con Johnny Hostile, eravamo nella mia stanza d’hotel a Londra e lui ha detto: “Non capisco chi di chi parli nel brano. Chi è l’Eroina? Sei TU l’Eroina”. Il giorno dopo sono arrivata presto in studio e ho registrato le voci, aggiungendo “to be” al ritornello: “all I want is TO BE a Heroine”. Flood è entrato in studio saltando in quel preciso istante e mi ha subito mostrato i pollici in su dal vetro. Sto raccontando questa storia perché succede che ogni tanto ci guardiamo intorno in cerca di modelli da seguire, senza capire che la risposta può nascondersi proprio dentro di noi. Io avevo paura di essere l’Eroina del brano, e ci sono volute tutte le persone che avevo intorno per aiutarmi a capirlo». 

In passato aveva già collaborato al di fuori delle Savages con TrentemøllerJulian Casablancas e Gorillaz, oppure si era già esibita in apertura a PJ Harvey e sugli stessi palcoscenici di Anna Calvi e dei succitati The xx. Senza contare la sua parallela carriera di attrice, per il cinema e il teatro, e di conduttrice. Adesso Jehnny Beth è anche l’eroina di Camille Berthomier: ha finalmente completato un album da solista. Nell’ambizioso To Love Is To Live coesistono punk rock ribelle, elettronica post-industrial, spoken sperimentali, archi, fiati e nuance jazzy, fisicità e intelletto. Alle registrazioni, avvenute tra Los Angeles, Londra e Parigi, dove la rocker di origini francesi è tornata ad abitare, hanno partecipato l’inseparabile partner Johnny Hostile, Atticus Ross dei Nine Inch Nails e Flood alla produzione, Alan Moulder al mix. Senza contare i featuring: da Romy Madley Croft dei The xx a Stella Mozgawa delle Warpaint, dal medesimo Trentemøller a Joe Talbot degli IDLES.

Il biglietto-bomba da visita, che ha introdotto il progetto, si intitola I Am The Man e si focalizza sulla natura prevaricatrice degli esseri umani: «I’m the man / I’m not different / We’re all human / Oh this is who I am». Una bomba è pure il relativo videoclip, diretto come i successivi dal regista Anthony Byrne che, dopo aver ascoltato la canzone, ha deciso di inserirla in Peaky Blinders. Cilian Murphy, protagonista dell’acclamata serie televisiva, appare in To Love Is To Live come voce narrante nel monologo di A Place Above (Interlude), strettamente interrelato: «See the most powerful man / Raise his hand / To tell us a lie / Oh no, not another lie! Wars come and money flows / Everybody loses, including me, including you».

Parliamo con Jehnny Beth al telefono a marzo, durante i primi giorni di quarantena imposta dall’emergenza sanitaria mondiale. To Love Is To Live, inizialmente previsto per maggio, è stato posticipato al 12 giugno, su Caroline Records, anche per poter essere così più o meno regolarmente esposto nei negozi di dischi. È dunque una curiosa coincidenza che in Innocence, un altro dei brani più significativi in scaletta, minaccioso e metallico, con cantato in saliscendi fra hip hop e morbida melodia, ci si muova liberamente all’esterno, ma a ben vedere all’interno di una città-archetipo universale che rende ancora più emarginato e abietto chi vi transita: «Does living in the city mean / Your heart turns dark and small?».

Il titolo To Love Is To Live fa pensare immediatamente a quello di Adore Life delle Savages, a suo tempo ispirato al libro Crime Against Nature della poetessa Minnie Bruce Pratt: possiamo interpretarlo in qualche modo come la continuazione del medesimo discorso?

Perché no… Non è necessario pensarla per forza così, ma per certi versi è vero: si tratta un po’ della stessa vibrazione.

To Love Is To Live può essere un’ottima risposta alle paure contemporanee. Che sensazione è trovarsi a parlare di un nuovo disco in questo periodo di distanziamento sociale, limitazione della libertà – come se non fosse bastata la Brexit… – e via proseguendo?

Non sono l’unica a essersi trovata in tale situazione ma, sì, invece di essere in giro a promuovere il mio disco, sono qui, confinata nel mio appartamento. Quando creo, sto bene a casa: per esempio, quando scrivo tendo a isolarmi. Quando promuovi un disco, però, di solito sei fuori, non dentro. Non è un bel momento, ma a parte questo va abbastanza bene.

Il mood assolutamente dark e metropolitano dell’album, a partire da brani come Innocence e Human, quest’ultima sulla disumanizzazione causata dal flusso di informazioni digitale, si adatta benissimo ai giorni che stiamo vivendo. Senza il buio non esperiremmo neanche la luce, e viceversa…

L’oscurità è l’assenza di luce. Per poter scoprire l’oscurità, devi immergerti nella luce, nella sua presenza. Nella scienza le due cose sono sicuramente connesse, ma nella natura umana siamo composti da entrambe e volevo realizzare un disco che mostrasse i lati più realistici dei due aspetti.

Nei brani di To Love Is To Live parli infatti spesso della natura umana, che sembra intrinsecamente corrotta, ma si avverte anche la speranza di riuscire ad abbattere i ruoli di genere e potere, scoprire la propria vulnerabilità come un valore, provare a migliorarsi…  Oltretutto, sulla copertina del disco appari come un manichino alieno o, anzi, come una scultura in posa epica, per non dire eroica… Cosa volevi trasmettere a livello di immaginario?

Il lavoro di copertina è stato curato da Tom Hingston (collaboratore, tra gli altri, di Bowie, NdSA), un designer di Londra che adoro ed è tra i miei autori preferiti di artwork legati alla musica. Anziché di fotografie, abbiamo parlato di immagini che fossero in realtà una scultura tridimensionale del mio corpo. Volevamo però animarla e ottenerne un visual in movimento. Quando ero una ragazzina, nutrivo una sorta di fascinazione per le posizioni fisse, statuarie, in grado di trasmettere l’impressione che il soggetto si stia per muovere, come se lo scultore lasciasse intendere che stanno respirando, anche se ovviamente non è vero. Sì, c’è dell’eroismo, la posizione della mia statua è eroica, ma stiamo parlando di una scultura 3D, di qualcosa che quindi non esiste. Esiste soltanto un disco che parla di umanità e dell’assenza di umanità. Ecco perché abbiamo modellato una scultura che non esiste. Forse non è immediato da capire, ma si tratta insomma di una scultura virtuale.

Nel disco ci sono alcune frasi, specialmente un paio, che ripeti più volte, in più canzoni: «I am naked all the time / I am burning inside» e «Your safe is my danger», su tutte. Che significato hanno per te?

Non lo so, non c’è da rifletterci molto sopra. Nel disco c’è un’entità, una specie di voce bassa e parlante. Ciò che dice assume molti significati, che provengono dall’inconscio, come se si trattasse di una presenza vogliosa di manifestarsi, e non è necessario essere troppo espliciti al riguardo. Volevo realizzare un album che possedesse un senso della narrativa, anche se non volevo che fosse un concept album perché sarebbe stato noioso. Ma c’è una connessione fra le canzoni, ottenuta anche attraverso queste ripetizioni. Mi interessava creare un mondo in cui l’ascoltatore potesse calarsi. Uno degli album che mi ha influenzato di più nella realizzazione di To Love Is To Live è stato To Pimp A Butterfly di Kendrick Lamar, che mi ha fatto tenere sempre a mente l’importanza della molteplicità delle voci e della complessità di un disco, che rimane un’opera semplice di fondo ma deve possedere più chiavi di lettura. Ecco, To Pimp A Butterfly ha bisogno di tempo per essere digerito e compreso: lo devi ascoltare più volte per entrarci dentro. Mi ha ricordato che era indispensabile mettere anche della luce in To Love Is To Live.

Oltre a Lamar, quali sono state le tue ispirazioni sul piano attitudinale? Dentro sembra di sentire anche il Bowie di Blackstar, Nick Cave…

Allora, il mio cervello lavora sul sound. Io mi sento ispirata dai suoni per l’aspetto tecnico e della produzione. Per i contenuti non ho bisogno di nessun altro se non di me stessa. Quindi, tornando alle influenze sul sound, detto di Lamar, mi viene da pensare a un disco pop come l’omonimo di Beyoncé, che mi ha sorpreso perché è un mix di differenti generi portato a termine in maniera brillante da tanti produttori indipendenti interessanti. Aggiungo Double Negative dei Low, uno dei migliori dischi degli ultimi anni, coraggioso nell’uso estremo della saturazione: non avevo mai sentito niente di simile. Senz’altro anche Blackstar di Bowie è notevole ed è affine nel messaggio che volevo veicolare. In generale, la sfera lirica per me è fondamentale. Ma già con le Savages ero molto attenta a cosa dicevo e scrivevo nei testi. Potremmo definire i miei testi come una sorta di manifesto. Stavolta ho capito che dovevo fare a ogni costo questo disco prima di morire.

Parlando di Savages, il punk rock che ci aggrediva allo stomaco con la tua band in To Love Is To Live diventa più orientato all’elettronica, più moderno e all’avanguardia… Molto compatto dall’inizio alla fine, però, forse proprio perché volevi conferire quel senso unico della narrazione che mi dicevi prima. Hai mai pensato che dovevi differenziare te stessa dal sound della band, dovendo plasmarne uno al cento per cento tuo, oppure tutto è stato completamente spontaneo?

Non volevo ripetermi, ma non ho cercato di differenziarmi. Diciamo che ho cercato di non ripetermi. Quando ci siamo fermate, con le Savages, sapevo che avrei fatto il mio disco ma non sapevo ancora come sarebbe stato. Sono partita da alcuni testi, dagli scratch e dagli esperimenti con Johnny Hostile, con un approccio day by day. Ho imparato via via, facendolo. Ho fatto varie versioni delle stesse canzoni – anche versioni estreme, drum and bass o techno – e ho provato ad addentrarmi in nuove sonorità. In particolare, ero appunto molto interessata ai dischi hip hop, dove i produttori ricoprono ampio spazio. Ho lasciato campo libero a tutti i collaboratori che ho coinvolto. Uno dei miei obiettivi era non essere control freak, non esercitare controllo, bensì lasciare le persone libere di esprimersi, di riversare il loro talento nel mio lavoro. Per me si tratta di un nuovo modo di procedere. È il mio disco, dunque mi dovevo sentire al sicuro, senza paura di perdere la mia identità. Così ho coinvolto varie persone ma non ho mai avuto paura di perdere la mia identità.

Domanda inevitabile: le Savages sono sempre attive? Le altre hanno portato avanti altri progetti paralleli…

Non abbiamo mai diffuso comunicazioni in proposito. Farlo sarebbe stato un tedio. Comunque non ci sono piani insieme su nessun versante, per adesso.

Soffermiamoci su chi ti fa compagnia adesso, in To Love Is To Live. Partendo da Atticus Ross, metà dei Nine Inch Nails e autore sempre insieme a Reznor di alcune delle migliori colonne sonore degli ultimi anni. Come sei riuscita ad arruolarlo?

Come te, sono una fan del suo lavoro sulle colonne sonore al fianco di Trent. Una grande fan delle atmosfere, dei soundscape, delle invenzioni di queste colonne sonore. Sono naturalmente anche una fan dei Nine Inch Nails, perché la loro musica è davvero forte. Atticus, che invece è un fan delle Savages, è venuto a un nostro show a Los Angeles e l’ho conosciuto. Io e Johnny Hostile lo abbiamo poi incontrato in studio un paio di anni fa. Gli ho chiesto se gli andava di essere coinvolto come produttore nel mio disco e sono molto grata della risposta che mi ha dato, perché lui abitualmente non produce mai nessuno, a parte appunto le cose fatte con Trent. Abbiamo parlato molto al telefono e per un paio di mesi siamo stati in studio insieme a Los Angeles, scambiandoci opinioni. Alla fine, l’ha fatto: Atticus ha registrato gli archi e le chitarre, strati e strati e strati di suono. A quel punto, dopo aver discusso per sei mesi, sapevamo cosa volevamo ottenere. Quando abbiamo finito, il disco era più grande di quanto avessimo immaginato.

Passiamo a Romy Madley Croft dei The xx, che ha contribuito alla composizione di Heroine e della ballad The French Countryside, che scorgiamo anche ai cori nell’atmosferica We Will Sin Together da cui deriva il titolo dell’album («To love is to live / To live is to sin»): come è nata la vostra comunione di intenti artistica? Anche lei debutterà a breve da solista…

A un’edizione del Coachella, credo quella del 2014, Romy è venuta da me dopo una performance delle Savages. Era una nostra ammiratrice e abbiamo iniziato a parlare, ci siamo scambiate i numeri di cellulare e siamo diventate amiche. Abbiamo iniziato a scrivere insieme ed è stato un bell’esercizio. Lo scopo non era tanto fare concretamente un disco, quanto imparare assieme nuove modalità di fare musica. Romy mi ha aiutato a essere sicura di me stessa, meno vulnerabile.

Concludiamo con Joe Talbot, che partecipa alla violenza dei cori in How Could You: cosa pensi della nuova scena (post-)punk inglese che è ben rappresentata tra gli altri proprio dagli IDLES?

Gli IDLES hanno pubblicato un ottimo disco, Joy As An Act Of Resistance, e trovo che fra loro e le Savages ci siano similarità. Trovo della similarità anche con Fountaines D.C., Murder Capital, tutte queste band che magari non esistevano neanche quando le Savages stavano nascendo. Sono contenta che la scena stia crescendo talmente bene, e sono contenta di farne parte con il mio disco, ma al contempo è seccante categorizzare gli artisti in specifici generi. Nel mio nuovo programma musicale Echoes with Jehnny Beth (in onda in TV in Francia e Germania e disponibile in tutto il mondo sul sito di Arte, NdSA), invito vari musicisti ma non importa cosa suonino di preciso. Quel che importa è che sia possibile una reciproca connessione. Anche Romy, per dire, ascolta pop, rock, punk, eccetera. Lo show serve per creare una comunità.

Sei attiva su vari fronti e prossimamente pubblicherai anche il tuo primo libro, una raccolta di storie erotiche accompagnate dalle fotografie di Johnny Hostile, C.A.L.M.: Crimes Against Love Memories. Fa tutto parte dello stesso piano per celebrare la libertà e la fluidità del corpo, a dispetto di ogni moralismo o contraccolpo cattolico? Nell’album esprimi concetti simili in tracce come Flower, sulla storia di una pole dancer dello strip club Jumbo’s Clown Room di L.A., oppure The Rooms («I walk into the rooms / The rooms they keep secret / Where love is a miracle / And bodies lay undress»). Concetti che, in fondo, avevi già espresso in Mechanics ai tempi delle Savages…

Crimes Against Love Memories proviene da esperienze di vita, della mia vita. Johnny ha scattato le foto, di me e di altri, nel mondo, in abitazioni e hotel, in diversi posti. Foto che descriverei come  anonime perché guardano alla sessualità senza che le persone, rilassate e piene di gioia, debbano parlare. Con la libertà di mostrare il proprio corpo senza il timore del giudizio sociale. È stato un work in progress interessante e di ispirazione. Tra la fine delle registrazioni di To Love Is To Live e l’inizio del lavoro sul libro, non riuscivo a scrivere altri testi, ero ormai a posto in quel senso, anche stanca delle costrizioni della forma-canzone. Nella prosa, invece, avevo più spazio a disposizione per giocare con le parole. Il libro è una raccolta di dodici storie di narrativa abbastanza dark, per la precisione sei monologhi e sei dialoghi in cui i personaggi raccontano la loro sessualità. È curioso il fatto che in quel periodo stessi leggendo molti autori sudamericani, come Federico García Lorca, Jorge Luis Borges e i capisaldi del Realismo Magico. Mi stavo rapportando a uno stile di scrittura contraddistinto da parecchia immaginazione. La mia, di scrittura, procedeva in maniera eccitante. Spero che il libro contribuisca a stimolare nella gente più iniziativa, apertura mentale e fantasia sulla sessualità.

Cosa ci dobbiamo aspettare dai tuoi primi concerti da solista (al momento in cui scriviamo gli appuntamenti dal vivo inizialmente previsti in Italia a giugno sono stati cancellati e saranno recuperati, se tutto va bene, con altre date nel corso del 2021, NdSA)?

Il mio primo concerto in proprio è stato filmato per BBC Radio 6 Music e lo potete vedere on line tramite il BBC iPlayer. Io e Johnny abbiamo cercato dei musicisti con cui lavorare alla dimensione dal vivo. Per la prima volta, infatti, ho pensato a fare il disco senza pensare agli aspetti live. Con le Savages è sempre stato il contrario: prima il palco, in seconda battuta il disco. Questa volta sono partita dal disco e, terminatolo, c’era da portarlo on stage. Sono orgogliosa di non essere scesa a compromessi e sono contenta della performance in questione, alla resa dei fatti molto particolare e cupa. L’esibizione doveva durare più della quarantina di minuti del disco, per cui abbiamo riscritto appositamente alcune parti del disco stesso, estendendole. Mi sembra funzioni brillantemente perché non sai mai cosa accadrà dopo, come del resto avviene nell’album. È come andare sulle montagne russe.

8 Giugno 2020
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