Recensioni

6.7

Nelle profondità dell’underground conceptronico degli anni Dieci, il musicista canadese Jesse Osborne-Lanthier ha mantenuto un profilo piuttosto ambiguo. Pur dichiarandosi motivato da uno spirito risolutamente antiaccademico, il suo lavoro solista, come quello in collaborazione con i tanti colleghi, è sempre parso sufficientemente polemico e volutamente astruso da voler perseguire la via del concept. Se è vero che il progetto a due mani con l’artista di Montreal Bernardino Femminielli, Femminielli Noir, sembrava prendersi gioco del filosofare di molti colleghi in ambito elettronico («we have decided to work for the better understanding of the future of conceptual music and performance», dichiararono), è altrettanto vero che la sua matmosiana collaborazione con Grischa Lichtenberger C S L M | Conversations Sur Lettres Mortes (2016) perseguiva la via opposta, proponendosi di scardinare il concetto di retromania a suon di tubi catodici, VHS recorder e riflessioni sulla futuribilità in musica.

L’EP per Raster-Noton ‘Unalloyed, Unlicensed, All Night’ (2016), a sua volta, se la prendeva con il funzionalismo della musica dance e l’ubiquità dei tutorial online dedicati alla produzione elettronica, finendo per presentarsi come un esercizio di stile più convincente per il suo impianto teorico che per la sua esecuzione canzonatoria («Each signifier transforms into a distorted ghost of itself», recitava à la Maurice Blanchot la cartella stampa). Persino una collezione di brani di elettronica astratta e superficialmente autobiografica come Athenaeum of Unedited, Superannuated, Incomplete, Unreleased, Intimate Works, 2011-2013, veniva corredata da un testo dai toni inconfondibilmente situazionisti («A compilation beyond the poor commodities of creativity»), il primo di una serie di riferimenti alla “sostenibilità” del musicare indipendente destinati a comparire nei titoli e statement delle uscite successive per le etichette Where To Now?, Cosmo Rythmatic e Halcyon Veil, tra le altre.

Il suo secondo lavoro per Haunter Records (il primo fu un’esuberante, vagamente hauntologica immersione nelle colonne sonore di videogiochi e anime a lui cari intitolata RNG TRAX Vol.1, uscito nel 2019), raggiunge l’apice di questo ambiguo operare a metà strada tra il serio e il faceto, proponendosi come un’opera di deleuziana «nomad art», in cui le forme instabili e multilineari dei brani (28 in tutto) sovrastano, fino a sopprimerla, la tentazione di comunicare e concettualizzare qualcosa di specifico. Il concept di Left My Brain @ Can Paixano (La Xampanyeria) OST, il cui titolo è un’allusione al ristorante catalano in cui l’artista si è ritrovato a riconfigurare la propria vita e la propria musica all’indomani della scomparsa della madre, è proprio la soppressione del concept. Un «concept cemetery», lo ha definito pittorescamente, un «overgrown plot that slowly filled to the brim with dead ideas».

Frutto di un lavorio di decostruzione e scomposizione di lacerti e intuizioni del passato, gli 82 minuti di musica dell’album si presentano come, al contempo, un’evidente sfida alla regolare fruizione del formato album e un’opportunità di lasciarsi travolgere da un calderone di stimoli, mettendo da parte ogni tentativo di associare, comprendere e anticipare. Aggirarsi nel cimitero concettuale di Osborne-Lanthier, pertanto, è un’esperienza tanto affascinante quanto sfiancante, una sorta di caccia al tesoro in modalità shuffle (complice il gran numero di brani sotto il minuto, l’impressione è quasi sempre di un ascolto alla rinfusa), in cui ad affascinare è il rapido spostarsi tra un frammento e l’altro, più che l’arrivo a destinazione e il godimento di un vero e proprio brano chiave del disco che di fatto mai arriva.

Pur essendoci allusioni all’elettronica weightless dei vari Mumdance & Logos (Catchment Areas), alla corposità di una techno di matrice industrial (i cinque minuti dell’interstellare Heat and Salinity), alle irregolarità ribelli della post-club in cui lui stesso ha avuto modo di militare negli anni Dieci (Mutek Baloné, l’allucinogena Quality of Life Trance), a soddisfacenti, autechriane soluzioni di mezzo tra ambient e IDM che mi ricordano Lee Gamble (l’ottima Eh Op He Op Ho Pe Oh Eh Op He Pe Ho Pe Oh) e ad esplosioni di matrice hardcore (semplicemente esilarante l’incontro di dissonanti beat e funerei ottoni in IT5INYR​-​H34RT, con Christopher Pak Ramos, AKA v1984), l’anima del disco, il suo corpus caratterizzante, è, alla maniera degli ultimi lavori del suo amico Rabit, l’intangibilità delle sue composizioni più astratte e, ahimè, superficialmente inconcludenti.

Tra beat fatti a pezzettini per il gusto di disorientare, snervanti cambi di mood e la generale sensazione di essersi persi in un caotico catalogo di esperimenti da laboratorio, in Left My Brain @ Can Paixano (La Xampanyeria) OST serpeggia anche il debito con l’immaginifico sound design di videogiochi storici come Silent Hill e Resident Evil: in brani improntati all’ambient come L’Ode Aux Millénaire, Neck Soap, Cable Car (con una Marie Davidson in qualità di produttrice ambient e non di mattatrice post-electro) e la Coil-esque No Nobles just added to their story, si percepisce una sete di raccontare e comunicare con l’ascoltatore. Peccato arrivare sfiancati (o, per rimanere in tema, zombificati) dall’oceanico, incontinente impianto dell’album ad apprezzarne il potenziale narrativo.

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