Recensioni

6.4

Via la Jessie Ware malinconica. E dentro col groove. Non quello post-dubstep con cui, ormai un decennio fa, si era fatta un nome di un certo peso sotto l’ala protettrice di SBTRKT e Joker (ma anche di Sampha e Jack Peñate), piuttosto riavvolgendo il nastro alla base delle basi dance, agli albori della disco music, tanto sui concetti di ritmo ed evasioni quando sul comparto di discorsi storici e sociologici legati al periodo, la rivolta delle comunità gay e giù per quel sentiero. Un disco per fare sesso, dice la Nostra, che per questo quarto album, What’s You Pleasure?, si è levata di dosso la pesantezza soul, gospel e r’n’b che si portava appresso da un paio di dischi almeno, incluso l’ultimo Glasshouse dove, ancora una volta, era il manierismo a calzare su un talento cristallino ancora alla ricerca del giusto abito.

Ormai lanciatissima nel fortunato podcast a tema culinario Table Manners, condotto assieme all’adorata mamma (non sarà mica diventato il primo lavoro?), dove si parla di tutto e di più, da sole e in compagnia di ospiti di rilievo, tra figli a carico (l’ultimo, un maschietto, è nato nel 2019) e una certa sofferenza per le logiche da tour, la Ware ammette di aver imparato nuove cose su di sé e ripensato la sua scrittura. Che stavolta il songwriting sia – finalmente – sulle sue spalle? Ma neanche per sbaglio, e allora la pletora di collaboratori è sempre rilevante e trasversale, sia per la stesura dei testi che per la cabina di produzione, con il fidatissimo James Ford affiancato dal noto conduttore radiofonico Benji B, ma anche da Joseph Mount e Matt Tavares. Insomma, qui tra Simian Mobile Disco, BBC Radio 1, Metronomy e BadBadNotGood, di gente che mastica dance music – nello spettro concettuale più ampio del termine – ce n’è.

Le basi calzano a pennello alla voce londinese, l’incastro è riuscito. Parlavamo di disco music e i giusti riferimenti (Earth, Wind & Fire, Minnie Riperton, Donna Summer, Blondie) per chi non punta a oscuri gioielli da editare ma ad un raffinata formula pop da terzo millennio ci sono tutti. Il groove lucidato di Spotlight funziona, la deep house di Adore You e Mirage (Dont’ Stop) ancora meglio, così come l’elettropop della title track. Non ci piove, tutto suona bene. Anche troppo. È quell’ingessatura generale a frenare un prodotto di per sé impeccabile, manca la componente davvero funky del funk, la proverbiale ironia di una Sophie Ellis-Bextor sul campione degli Chic, gli accenti di Róisín Murphy (ascoltatevi il suo nuovo singolo da quarantena) o la caciarona sfacciataggine della Kylie Minogue di inizio millennio. I testi, poi, non spostano di un millimetro i soliti discorsi su sguardi che si incrociano, tu che sei nelle mie fantasie, non mandarmi i messaggi, è meglio che ci vediamo a quattrocchi. Bello tutto, ma nulla che riesca davvero a fare presa e appiccicarsi addosso. Un album per fare sesso? Forse per pensare di poterlo fare.

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