Recensioni

7.2

La storia è semplice. Il progetto Sun Kil Moon, che ruota ed è alimentato dalla macchina generatrice di parole di Mark Kozelek, non è da oggi che si appoggia a un apparato di collaborazioni ingombranti. Esempio scontato ne è quel bel disco, fra elettronica e cantautorato, firmato dal cantastorie dell’Ohio (non si capisce ancora se con il nome di battesimo o con lo pseudonimo di Sun Kil Moon) e da Jimmy Lavalle degli Album Leaf. Ma non stiamo parlando di un caso isolato. Kozelek, per quanto animale schivo e dalla dubbia simpatia, è un figlio di buona donna, perché sa tenersi strette le persone che sa che possono servirgli, si chiamino Steve Shelley (Sonic Youth), Isaak Brock (Modest Mouse), Will Oldham (Bonnie “Prince” Billy) o Rachel Goswell (Slowdive). Il piccolo harem che è riuscito a costruire gli è valsa la conoscenza, che affonda le radici nel lontano 2004 a San Francisco, di Justin Broadrick, punto di riferimento post-metal dai Napalm Death ai Godflesh, ai più recenti Jesu. Non ci meraviglieremmo, però, se il connubio suonasse strano, perché Kozelek ci ha veramente abituati a tutto, dentro e fuori l’ambito strettamente musicale. La personalità scoppiettante (il cui profilo è analizzato nella nostra lunga monografia) gli è valsa episodi sgradevoli che spesso sono finiti in pezzi di canzoni, soprattutto da quando l’attitudine del suo songwriting ha cominciato a coincidere sempre di più con quella che altrove abbiamo definito “poetica del piccolo fatto vero, fresco di giornata”. Facile criticare questo tipo di songwriting, perché la sensazione di venir presi per i fondelli è sempre molto forte, soprattutto quando si sa di aver a che fare con uno che, per dirne una, in un recente concerto a Londra ha definito “bitch” una giornalista di Pitchfork/Guardian, rea di avergli chiesto un’intervista al telefono e non via mail, come da prassi. L’altro lato della medaglia, però, è che il mondo hipster (qui per comodità esemplificato dalla parola Pitchfork) ha avuto il coraggio di cambiare in itinere il voto e la valutazione complessiva del suo precedente lavoro Universal Themes. Giochi da ragazzi, insomma…

Quello che conta qui è che un artista come Kozelek si nutre di episodi singolari, siano essi insignificanti o magari visibili solo agli occhi dell’autore, o siano grosse polemiche o avvenimenti determinanti nella vita sociale, culturale o personale. È di questa pasta che è fatto Jesu/Sun Kil Moon dal punto di vista narrativo. Non c’è neanche bisogno di trovare particolari giustificazioni perché è proprio Kozelek ha fornirci un’esauriente esegesi: «le metafore sono strazianti e noiose – ha detto nell’ultima intervista concessa a Rainn Wilson – Quando hai fatto metafore per dieci, quindici anni, è ora di passare a qualcos’altro». C’è anche la definitiva presa di coscienza di essere il cattivo del panorama musicale folk-rock: «le persone amano i cattivi e personalmente mi ritengo un bersaglio facile perché non uso Twitter, non faccio molte interviste e non mi interesso se oggi rispecchio quello che la stampa si aspetta o meno da me». È così che, anche in questo disco, si finisce a parlare di leggende di box come Prince Naseem e Marco Antonio Barrera o Mohammed Ali (Good Morning My Love); della prematura e straziante morte del figlio di Nick Cave in Exodus, che altro non è se non una meravigliosa scusa per ripercorrere tutte le morti di persone vicine a Kozelek che l’hanno scosso in qualche modo: qui la poetica del vero si impregna di particolari che non possono non impressionare, si va dal nome della compagnia aerea su cui stava viaggiando, al film che stava guardando sull’aereo, dal nome Exodus della figlia deceduta del pugile Tyson alla morte di numerosi amici (il figlio di Danielle Steele, la cugina Carissa, i genitori della sua ex Katy, lo zio Lenny, ecc…); della descrizione dettagliata del viaggio da Perugia (“Perughia”) a Vasto (America’s Most Wanted Mark Kozelek And John Dillinger) quando, giusto per sottolineare la veridicità del tutto «intorno alle 11am ho detto buongiorno a Marsha Neil»; delle lettere dei fan, che (e questa è una piccola novità) vengono recitate in due brani e i cui mittenti, a quanto pare, in quanto co-writers delle lyrics, riceveranno una percentuale. Mozzafiato.

Quando poi si pensa alla fusione bizzarra del cantautorato monotòno di Kozelek con i muri chitarristici di Jesu, non si può che trasalire. A inizio disco, l’impatto è effettivamente allo stesso tempo affascinate e straniante, anche se non nuovo per la carriera del musicista dell’Ohio: basti pensare a With A Sort Of Grace, Ali/Spinks 2 o ad alcuni brani di Desertshore, ma anche alla carriera dei Jesu, segnata proprio dal contratto con Caldo Verde, etichetta di Kozelek. Solo che qui il tutto sembra decisamente più massiccio e ben equilibrato: laddove si rinuncia a piccoli marchi di fabbrica come le sovrapposizioni vocali, si guadagna in chitarre ruggenti, decisamente più vicine a un esperimento noise rock di poetry reading piuttosto che a un disco post-metal. Ciononostante, Jesu/Sun Kil Moon è un disco che suona molto diverso da quello che sarebbe potuto essere un suo possibile corrispettivo come Soused di Scott Walker e i Sunn O))). Non ce ne meravigliamo, perché diversi sono i background di tutti e quattro gli artisti coinvolti, i primi più impressionisti e di impatto, i secondi più riflessivi e articolati. Il rischio, semmai, è che il tocco dei Jesu risulti alle volte eccessivamente strumentale alla follia lirica di Kozelek. Lo diciamo prove alla mano. Così come era successo con Lavalle, Kozelek di nuovo si è lasciato andare affermando che, non dovendosi concentrare sugli arrangiamenti, avrebbe avuto modo di esprimere al meglio le sue doti di paroliere. Nulla di male eh, ma il tutto risulterebbe poco… collaborativo.

Il risultato sono dieci tracce fortissime e poco coerenti fra loro, come ci si aspetterebbe dalla collaborazione tra i due. Dove Good Morning Love, Carondelet e Sally esprimono concentrati di rabbia e immediatezza (se vogliamo, la vera novità de disco), brani come Last Night…, Father’s Day, America’s…, Exodus e Beautiful You sono il perfetto punto di incrocio fra le due menti creative, dove un lieve tappeto di elettronica accompagna le chitarre che, all’occorrenza sanno farsi ruggenti. In definitiva, il connubio funziona, anche se non avevamo particolari dubbi al riguardo. Avrebbe potuto funzionare in un altro modo, con un disco più sperimentale o più orientato verso il post-metal, ma chi ama il musicista dell’Ohio e le sperimentazioni del signore delle Midlands inglesi non può rimanerne deluso.   

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