• Giu
    15
    2018

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New Voodoo

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Call The Comet è il primo album di Johnny Marr che ha avuto modo di essere lavorato, pensato, coltivato con attenzione prima di vedere la luce. Non che i precedenti The Messenger (2013) e Playland (2014) non lo fossero, ma una serie di fattori, compresa l’acquisizione di uno studio all’ultimo piano di un palazzo a Manchester, ha fatto sì che Call The Comet avesse più tempo per essere assimilato, prima di venire pubblicato. Perché riteniamo questo importante? Forse perché pur essendo uno che ha dovuto/preferito soffocare la sua vena solista per ben 25 anni dopo lo scioglimento degli Smiths, Marr tra il 2013 e oggi ha davvero forzato gli argini, comparendo in diversi progetti a suo nome (vedi The Priest, con Maxine Peake, o le collaborazioni con Hans Zimmer) e pubblicando due album nel giro di 20 mesi. Come si diceva in una precedente recensione, se nell’infinita lista di pubblicazioni con Modest Mouse, Cribs, The The, abbiamo lottato e faticato per acciuffare anche solo un briciolo di quella chitarra, ora ne abbiamo pure in abbondanza e, anzi, a volte si è persino evoluta in qualcosa di diverso. Insomma, sono bastati poco più di sette mesi all’altra metà degli Smiths per mettere in piedi una carriera solista; a Marr ci sono voluti 25 anni per avere il proprio nome sulla copertina di un disco. Quello nuovo, Call The Comet, rappresenta lo stadio più evoluto di questa mini-carriera.

Se in The Messenger, infatti, avevamo il ritorno della Jazzmaster di Marr e in Playland la consacrazione di essa, in Call The Comet si assiste all’evoluzione, o forse, per essere più specifici, alla mutazione del sound dell’ex-Smiths. Johnny Marr, infatti, si è narrativamente servito di cinema e letteratura per il nuovo album e, in un parallelismo tanto involontario quanto interessante, di tematiche simili a quelle di Tranquility Base degli Arctic Monkeys. Marr, nei dodici brani del disco, descrive una nuova società post-apocalittica fra Ballard e H.G. Wells, in cui, come dichiarato in alcune interviste, i superstiti sono pochi e proteggono la giustizia residua. Difficile non vedere parallelismi con l’innominata altra metà degli Smiths: mentre l’uno spende fiumi di inchiostro e regala le sue più belle melodie per descrivere le amarezze del presente, l’orrore dei potenti, l’abuso del pianeta, a volte trovandosi persino a difendere l’estrema destra, insultare religioni ed elogiare la Brexit, l’altro preferisce immaginare un mondo, piuttosto che descrivere il nostro, perché, come ci dice, il materialismo non funziona, il capitalismo non funziona, le religioni non funzionano, la politica non funziona. Meglio, secondo Marr, chiedere aiuto alla cometa del titolo affinché venga a ricostruire l’ordine. Non a caso, Call The Comet è stilisticamente molto cinematografico, complici anche le ultime esperienze di Marr con Zimmer e Peake.

Rise apre il disco con una massiccia eleganza e con la chitarra a muro su una melodia brit-rock, anche se è il testo a materializzare le immagini sonore più interessanti: «hear the truth, destiny is rising». Sulla stessa linea, Hey Angel, aggiunge un pizzico di glam alla T-Rex, mentre Bug dimostra lo squisito talento nel creare melodie accattivanti, tirando in ballo qualcosa che suona a un crocevia fra i Clash di Combat Rock, Suedhead e Fear of Music. Le cose si fanno più interessanti quando le tematiche del disco filtrano nello stile di alcuni brani, con sfumature differenti. Alcune in maniera prettamente descrittiva (The Tracers), altre snocciolando bricioli di speranza (Walk In The Sea). The Tracers, in quest’ottica, rappresenta il brano manifesto del disco e della nuova onda Marr: quasi cinque minuti tiratissimi, con la batteria presa in prestito da The Queen Is Dead (il brano), i coretti dai Primal Scream, la melodia dal brit-pop e i synth dai New Order di Technique; il tutto, in puro stile stile Johnny Marr. New Dominions e Actor Attractor, d’altra parte, rappresentano il momentaneo allontanamento dello stile chitarra-centrico, lasciando spazio ad atmosfere electro-noir in chiave Suicide o kraut/psichedeliche fra Kraftwerk e Power, Corruption & Lies. In My Eternal, invece, è come se i brani post-punk di Three Imaginary Boys dei Cure venissero tutti riadattati in chiave Disintegration.

Ma Johnny Marr è un artista capace non solo di guardare al futuro, ma anche di sapere accettare il passato, in particolare il proprio ruolo in esso, un ruolo che a soli 23 anni di età (quando gli Smiths si sono sciolti) lo ha portato ad essere uno dei chitarristi più influenti dell’era contemporanea. Forse per questo in Call The Comet non mancano gli arpeggi e i jingle jangles che lo hanno reso famoso. Day In Day Out, fra Hand In Glove e Bigmouth, è l’ennesima prova dell’influenza degli Smiths sul brit-pop, dal momento che, al netto della chitarra riconoscibilissima, suona come un brano di Noel Gallagher. Lo stesso si può e si deve dire per A Different Gun (questa volta ci si può immaginare la voce di Liam) che, però, parla dell’attentato di Nizza del 2016 ed è stata registrata la notte degli attentati di Manchester. Hi Hello, infine, va un filo oltre la soglia dell’ispirazione e finisce col risultare un re-edit di There’s A Light That Never Goes Out, quasi a dimostrare che, malgrado siamo tutti amanti del Marr con il jingle e gli arpeggi sulla Jazzmaster, gli preferiamo la sua versione sperimentale, che è poi quella che lo differenzia (e magari lo mette un gradino sopra) la sua metà smithsiana.

In definitiva, Call The Comet è un album immensamente maturo, che aggiunge un altro tassello alla posizione stilistica di uno degli artisti più influenti del genere. La varietà narrativa, all’interno della cornice quasi da concept, gli permette inoltre di soddisfare diversi palati, da quelli nostalgici di un sound 80s a quelli un po’ più avventurosi. Nonosante tutto, però, negli album di Marr sembra sempre mancare qualcosa che li renda gemme imprescindibili. Forse quel qualcosa è da ricercare nella mancanza di una personalità catalizzante e totalizzante, capace di rapire completamente l’attenzione dell’ascoltatore e immergerlo nelle trame altrimenti perfette dei suoi percorsi stilistici. Un particolare di poco conto, di fronte a tanta forza creativa.

16 Giugno 2018
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