Recensioni

Non molto verrebbe da dire su I Am Not Okay With This, la nuova serie ideata e diretta da Jonathan Entwistle – assieme a Christy Hall – dopo il clamoroso successo delle due stagioni di The End of the F***ing World. Sempre tratto da un fumetto di Charles Forman, tant’è che le due serie sembrano appartenere a un universo condiviso (alla stregua dei prodotti derivati dalla Archie Comics, Riverdale e Le Terrificanti Avventure di Sabrina), questo nuovo teen drama targato Netflix avanza funambolico tra l’essere fuori dal tempo e fuori tempo massimo. Sebbene possa risultare superficiale, diciamolo subito: dei sette episodi che lo compongono, con una durata media di venticinque minuti, soltanto l’ultimo sembra aver qualcosa di interessante da dire, mentre il resto della stagione sarebbe stata meglio condensarla in un pilot un po’ più lungo.

Sydney Novak (Sophia Lillis) è una ragazza di diciassette anni che soffre per la perdita del padre, suicidatosi poco tempo prima l’inizio del racconto (la stagione è narrata dal suo punto di vista, con un onnipresente voice-over/escamotage di un diario segreto). Non ha un buon rapporto con la madre (Kathleen Rose Perkins), stanca e nervosa cameriera di un diner, ma è molto legata al geniale fratellino Liam (Aidan Wojtak-Hissong). A scuola non si sente particolarmente a suo agio, se non fosse per la presenza della sua migliore amica Dina (Sophia Bryant) per cui prova un grande affetto. Il suo eccentrico vicino di casa, l’amante del vinile e delle VHS Stanley (Wyatt Oleff), è l’unico ragazzo che prova interesse nei suoi confronti. Pur non volendosi avvicinare troppo per non infrangerne le aspettative, Syd viene costretta a stringere con Stan un rapporto d’amicizia, soprattutto quando lui scopre il suo più grande segreto: ogni volta che si fa prendere dall’ansia o dal panico, la ragazza crea attorno a sé delle onde d’urto che non riesce a controllare.

Entrambe le creazioni di Entwistle partono da titoli “scritti a mano”, ben visibili a inizio puntata – tanto da coprire quasi tutto lo schermo – e che sottolineano la sensazione di prigionia e incomprensione tipica dell’adolescenza. Con le loro confuse, strane, aggressive e disperate azioni, i suoi deviati protagonisti ci raccontano di quanto e di come vorrebbero vedere il mondo in fiamme: sono irrequieti, tremendamente eloquenti nell’obliquità degli sguardi e nella non naturalezza delle posture, respingenti nell’atteggiamento, nell’abbigliamento e nella musica che ascoltano (sempre curata da Graham Coxon, questa volta nella forma di una band fittizia chiamata Bloodwitch), senza mai perdere quella dose di ironia utile più allo spettatore invisibile che a loro stessi. Ma spostando il proprio sguardo da un desolato e desolante Regno Unito ai confini della realtà, in cui gli weirdo arrancano afflitti da noie e insoddisfazioni (The End of…), a degli anonimi Stati Uniti di periferia, dove non succede niente di eclatante se non qualche festicciola alcolica (I Am Not Okay…), il regista inglese è riuscito a cadere nella più grande trappola del teen drama a stelle e strisce, ovvero l’ennesima e tediosa ripetizione degli schemi narrativi ed estetici più abusati. In più, a peggiorare tale sensazione è l’aver relegato il plot twist più grande della stagione agli ultimi minuti del finale, con la speranza che questo possa essere motivo di attesa per il prossimo ciclo di episodi.

Ad emergere in I Am Not Okay With This sono le spudorate citazioni – dall’abusato The Breakfast Club di John Hughes al sanguinolento Carrie di Brian de Palma – e la sua protagonista. In un inquinato mare di anonime inquadrature, sciatte scenografie, prevedibili situazioni-tipo dell’universo liceale americano e personaggi secondari iper-dimenticabili, a rimanere a galla con fatica è l’interpretazione di Sophia Lillis, uscita con Wyatt Oleff dalla recente trasposizione di It; impossibile sfuggire alla lunga ombra delle produzioni anni Ottanta di Stephen King. La ricerca di risposte avviata da Sydney («se trovassi delle risposte forse tornerei alla normalità») passa dai grandi e magnetici occhi della sua interprete, prima vispi e poi furenti, prima coperti dalle lacrime e poi drammaticamente assenti. Ma la conquista di un senso non può manifestarsi senza un’apertura all’altro, a una comprensione dei suoi bisogni e dei suoi perché, ed è per questo motivo che diventa sintomatico il modo con cui la Lillis gioca con il proprio corpo, ingobbita sotto felpe a basso costo che come uno scudo ne nascondono il fisico mascolino («mi sentivo a disagio, come se tutti mi guardassero») e la condannano all’isolamento; tutto al fine di creare un terreno fertile per i momenti di esplosione, la manifestazione dell’elemento perturbante che dà un quid alla storia.

Quest’unico pregio sarebbe potuto essere una fonte di interesse per il panorama televisivo contemporaneo, se non fosse che I Am Not Okay With This risulta una serie stanca e vecchia fin dal suo primo episodio. Il problema non sta tanto nell’usare l’elemento fantasy come metafora, quanto nel far ruotare il racconto attorno al tema di una sessualità non accettata o non compresa (che poi è quello in cui il sovrannaturale si specchia, come svariati altri teen drama fantasy insegnano); ci sarebbe anche la questione irrisolta del suicidio del padre a premere sulla coscienza di Syd, ma è trattata con così poca efficacia che non pare davvero rilevante (sono tutti effetti collaterali delle guerre post-11 settembre?). L’unica vera domanda che sorge a fine stagione è quanto ci sia effettivamente bisogno di un altro percorso di formazione di questo tipo, mandato avanti con il pilota automatico su una strada dritta e priva di particolari “pericoli”.

Sicuramente Netflix deve rivedere i propri punti di riferimento (i produttori di I Am Not Okay With This sono quelli di Stranger Things… e questo dice molto) e magari imparare dalla rivoluzione portata avanti da HBO con la prima stagione di Euphoria, dove la sessualità “altra” non è l’unico focus narrativo ma una normalità già conquistata e fieramente esibita; oggigiorno sarebbe molto più educativo trattarla in questo modo che come una particolarità la cui rivelazione porta a situazioni di stranezza e distruzione.

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