Recensioni

In Italia non è mai stata presa granché in considerazione, con la parziale eccezione di qualche sparuto e più accorto addetto ai lavori. Eppure Kelela è stata sin dall’inizio il corrispettivo americano di una FKA Twigs, sia per la palette musicale proposta sia per un certo immaginario mutante post Janet Jackson. Chiaro che poi la Twigs sia sempre stata un personaggio più esposto ed iconico, tra septum, video massimalisti e boyfriends abbastanza celebri. Kelela ha invece tenuto un profilo mediamente più basso e defilato, lasciando che a parlare fossero soprattutto un mixtape (Cut 4 Me, che viaggiò anche sull’onda dell’endorsement di nomi come Björk e Solange) e un EP (Hallucinogen) che si muovevano in equilibrio – e non senza una certa grazia – tra nostalgia 80s, qualche numero più radiofonico e spinte futuriste profuse da un Arca in produzione che poneva sicuramente il suo marchio in misura importante nella miscela.
Questo esordio lungo Take Me Apart a sua volta non avrà – almeno da noi, ma speriamo di sbagliarci – l’eco che ha avuto una Solange lo scorso anno, prestandosi meno a sensazionalismi affettati trainati dal femminismo militante della B-sister. L’emancipazione di cui canta Kelela, divina ed irraggiungibile gattona d’ebano sin dalla cover, è più sentimentale che altro. Sono per lo più moniti e dichiarazioni di indipendenza rivolti ad un ipotetico compagno, piuttosto che slogan spendibili per un’eventuale identità di genere, anche se ovviamente gli ambiti restano limitrofi. Sulla voce di dubbi non ce ne sono mai stati, e anche qui tra coretti e poderosi stand alone il registro è ampissimo e profondo a sufficienza per reggere il disco da solo.
L’asso nella manica che consente al lavoro il proverbiale passo in più è però ancora una volta l’imponente team produttivo. Parliamo ancora di Arca, e quando c’è si sente sempre (Onanon, Turn to Dust, e quei synth in Enough…), ma anche kwes, ovvero uno che qualche anno fa veniva definito il “James Blake nero” – e il riferimento non era del tutto campato in aria. Soprattutto, abbiamo Bok Bok e Jam City: il primo è tra i principali nomi dietro a Night Slugs, quindi ibridi che partono dal club e (r)accolgono tagli funkettosi mutuati dagli 80s, scorie house e techno più o meno acide e matrici hh; il secondo, proprio per la label britannica ha pubblicato il seminale Classical Curves, in cui univa una grime radicalmente bianca all’immaginario del James Ferraro di FSV, prima di un retroattivo ritorno al formato canzone tra chitarrine e nostalgie estive in Dream a Garden.
Qui si spazia tra morbidi minimalismi piano e voce (Better) e smaglianti tagli proto-funk e post-boom bap (Frontline), fumosi e annacquati echi ghersiani di cui già abbiamo detto (la maestosa title track), più paillettosi spezzettamenti UK funky (Truth or Dare) ed esaltanti scampoli grimey (la soffusa Blue Light). Proprio in riguardo a quest’ultima faccia del prisma, qualche anno fa era partita addirittura la semiseria tag r&g, per identificare l’immaginario ponte tra nostalgie r&b US e il ritorno della grime in UK; un movimento di cui proprio Kelela si è sempre fatta principale portavoce. È insomma il classico disco in cui si trova un dettaglio in più ad ogni nuovo ascolto; poi chiaro che lei abbia la personalità e lo spessore necessari per non farsi fagocitare in quella che potrebbe sembrare una (meravigliosa) jam produttiva tra Arca e il giro Night Slugs. Questo resta il suo disco, e probabilmente non poteva essere migliore.
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