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Racconta Kurt Wagner, mente e deus-ex-machina dei Lambchop, di essere andato a un matrimonio quacchero. Dopo la cerimonia vera e propria, gli invitati e i novelli sposi si sono messi tutti a ballare, al ritmo di una musica che non aveva mai sentito prima. La moglie gli spiega che si tratta dell’Hustle e gli chiede se vuole unirsi al ballo ma lui “con rispetto, declina l’invito”. Potrebbe stare in questo aneddoto, diffuso assieme al trailer dell’album, la chiave di FLOTUS – che sta per For Love Often Turns Us Still (più o meno: perché l’amore ci rende spesso immobili), e non per la moglie di POTUS, la First Lady Of The United States: il non partecipare in prima persona, il farsi da parte, e raccontare con stile quasi giornalistico quello che ti succede attorno. Certo, dando implicitamente una lettura personale, ma preferendo almeno apparentemente il non mescolarsi, il ritirarsi. Kurt Wagner lo ha fatto per tutta la carriera, rintanandosi sempre più in un white soul/alt country calligrafico che, qualità dei singoli brani a parte, non ha più offerto sussulti dall’apertura degli anni Zero con Nixon e Is A Woman.

Qui, a distanza di quattro anni buoni dal precedente, non particolarmente entusiasmante, Mr. M, l’album “psycho-Sinatra”, il passo potrebbe essere diverso. Hustle, il brano che nasce dall’aneddoto qui sopra riportato, è una lunga cavalcata quasi kraut di 18 minuti, in cui Wagner lascia da parte le strutture classiche della canzone country, preferendo una dilatazione liquida, sottolineata dalla strumentazione elettronica e da un piano delicato, che parrebbe portare da altre parti rispetto al confort degli album Lambchop degli ultimi anni. È un brano inquieto, conturbante per certi versi. Ma è l’unico acuto del disco. Nel resto del programma, fin dall’opener In Care of 8675309 (con un titolo numerologico che porta alla mente l’ultimo Bon Iver), la voce da fumatore di Wagner è passata attraverso una serie di effetti, pur non trasfigurandola al punto da renderla inconfondibile, sebbene gli undici minuti praticamente acustici siano perfettamente in linea con il passato Lambchop. Tutto quello che è compreso tra questi due estremi, il passato più tradizionale e un possibile futuro kraut/meccanico, è uno zibaldone non particolarmente riuscito di omaggio (esplicito) a Kendrick Lamar, Kanye West, Frank Ocean e Shabazz Palaces: basso pulsante soul, gridolini, voce effettata, intimismo, elettronica a profusione, strutture liquide.

Niente, però, suona come dovrebbe. I Lambchop hanno fatto del cantato inconfondibile di Wagner un marchio di fabbrica, che qui viene sepolto da layer su layer di effetti. E onestamente l’operazione sembra essere arrivata fuori tempo – intesa come età – massimo. L’accoglimento della manipolazione elettronica in seno a una band così per certi versi tradizionale può essere letta in almeno due modi: un tentativo di affermare che quel territorio (white) soul/folk frequentato ultimamente da diversi act di successo (Frank Ocean, ma anche James Blake) è già stato abbondantemente mappato dai suoi dischi, oppure un cedimento alle mode del momento (sentite l’attacco di chitarra di Direction to the Can e ditemi se non starebbe bene in 22, A Million). Temiamo che, nel primo caso, Wagner possa passare per un rosicone che vede il proprio palcoscenico a rischio invasione di artisti più giovani, e nel secondo che la mossa possa sembrare una resa alle logiche che il Nostro ha sempre cercato di rifuggire.

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