• Set
    30
    2016

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Jagjaguwar

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Quando il New York Times decide di occuparsi di te con un articolo così lungo, vuol dire che qualcosa è cambiato in modo definitivo, nonostante tutti i tuoi desideri di tornare a nasconderti tra le nevi e i laghi del Wisconsin. E non è successo solamente dall’altra parte dell’oceano, o in Gran Bretagna, dove il tuo genere di musica è una cosa seria. È successo anche qui da noi, in Italia. Si scrive del tuo ultimo disco nelle pagine interne del supplemento Il Venerdì de La Repubblica: lo spazio della “cultura” letto dai babyboomers nostrani, dalle casalinghe di Voghera e da tutta la classe media, Dem e non solo. Quando le cose stanno su questo piano, si capisce, allora, la preoccupazione che metti in quel verso che apre il disco, «It might be over soon» (“presto tutto potrebbe finire”, ma anche “essere alle spalle”) in 22 (OVER S∞∞N): aspettative enormi dopo i successi planetari di For Emma, Forever AgoBon Iver. Umano, fin troppo umano, aver dubbi sulle proprie capacità, timori di sbagliare il “fatidico” terzo album. I cinque anni che hai aspettato, quelli in cui sei diventato amico di Kanye West e hai collaborato praticamente con chiunque, sembrano un sensato tentativo di allontanare il momento fatidico in cui dovrai tornare nei panni di Bon Iver e incidere altre canzoni. In pratica, un esame senza appello.

Ci potevano essere modi diversi per fare questo passo, dopo tanto girarci attorno e – perché no? – tentativi di esplorare strade incerte senza dover usare il moniker principale. Potevi tornare davvero nei boschi e, romantico come il ricordo di un testo di Thoreau, darci un For Emma part 2. Nessuno si sarebbe scandalizzato, le vendite sarebbero probabilmente state dalla tua parte, i fan della prim’ora avrebbero apprezzato, i coerentoni, quelli che “ma ci avevi detto che quella parte della tua vita era chiusa per sempre” avrebbero forse storto il naso ma poi “comunque sono grandi canzoni come allora”. Potevi anche prendere una band grande, come hai fatto per il secondo disco e per i Volcano Choir, e continuare a percorrere il tuo ideale di rock un po’ cantautorale, un po’ post, un po’ folk e via etichettando. Chi ti aveva conosciuto con Bon Iver avrebbe trovato conferme, la stampa avrebbe avuto un po’ poco da dire (“non è come la prima volta, ma è una conferma di solidità artistica”), chi aveva intravisto nelle tue sperimentazioni con software, autotune e vocoder una forma di innovazione in un genere frusto sarebbe rimasto un po’ deluso, ma in fin dei conti si sarebbe anche detto che sarebbe stato per la prossima volta.

Hai invece scelto un’altra strada, cambiando ancora, puntando su un lavoro solitario, almeno per la parte compositiva, che mettesse proprio la voce al centro: vocoderata, autotunata, effettata, manipolata, sovraincisa ma sempre voce. Il disco porta così totalmente in territorio Bon Iver quelle sonorità che andavi sperimentando ramingo, ripetendo che ti volevi staccare da quell’immaginario folk-hipster in cui eri (involontariamente?) finito. E poi ribadendo che fondamentalmente nemmeno stare nello stesso scaffale virtuale di Neil Young e Bruce Springsteen era quello che immaginavi. In fondo, con l’Eaux Claire ti sei ritagliato un festival sulle cose che ti piace ascoltare, perché non dovrebbe essere così anche per la musica? Io sono Justin Vernon/Bon Iver, prendo tutto quello che ritengo essenziale e ne faccio la mia musica. Ma sono – fondamentalmente – io e io soltanto: solo con la mia anima, con il mio pensiero e con i miei sentimenti. Che gli amici musicisti, la comunità che mi segue e si identifica nella mia musica, la famiglia e la terra da cui vengo non possono che stimolare a crescere nella propria unica e specifica miscela di elementi. Eccovi quindi un rapporto, quello tra me (il 22 – due volte due, secondo la numerologia del disco) e il mondo (quel milione che è simbolo della moltitudine) che si declina in dieci brani e che non è per niente come ve lo sareste aspettato, eppure è totalmente Bon Iver.

È un disco nato dal tremore di fronte alla pagina bianca (dissimulato un pochino collaborando con all’ultimo James Blake), come raccontano le note stampa, riempito con ore e ore di improvvisazioni e idee registrate in autonomia, come un dittafono/diario personale. Hai preso quei file, ci hai giocato, li hai manipolati come un bambino che non ha paura di sporcarsi le mani nella plastilina per creare le forme che ha in mente. Hai impastato, pasticciato, costruito e poi distrutto finché non hai trovato una sintesi di poco più di 30 minuti. Dentro ci sono finiti esperimenti di astrazione soul-ambient (715 – CR∑∑KS21 MN WATER con il sax dell’amico Colin Stetson), brani soul dove hai abbandonato per un attimo il falsetto (8 (circle)), le preghiere del come-back-home (ooooo Million) che suonano di oggi ma sembrano venire dalla notte dei tempi. Alcuni attimi sono addirittura abbacinanti, come per esempio quando costruisci il crescendo emotivo e melodico di 29 #Strafford APTS e il suono caldo che hai imbastito si scontra volutamente con la realtà del glitch, del black mirror, della traccia di Pro Tool che per un attimo si pettina e infastidisce le orecchie. È uno dei momenti migliori dell’album, ed è contemporaneamente una riflessione sulla natura della musica (di Bon Iver) di oggi: che cosa sia (ancora) naturale e cosa artificiale, o il senso dei confini e dei limiti tra generi ed esperienze artistiche.

Ci sono altri apici, in questo tuo lavorare come un artigiano del folk che ha a disposizione una piena e totale consapevolezza dell’attuale. C’è il tiro quasi da dancefloor di 10 d E A T h b R E a s T ⚄ ⚄, che torna ancora sul tema naturale/artificiale, e che si adagia su un pattern di percussioni che sembra trovato per caso. C’è la grandeur del piano che dialoga con lo sfondo musicale di 33 “GOD” e c’è quel tuo lato rock-dark in 666 ʇ, con quel suo riferimento satanico che lascia un brivido e quella chitarra e quei fiati che ricuciono il tutto: sarà un pezzo clamoroso dal vivo.

Eppure c’è qualcosa che non torna del tutto, al netto di quei grandi brani di cui si è detto. Ci sono sprazzi di bellezza forse superiore a qualsiasi altra cosa tu abbia mai registrato, Vernon. Ma l’eccesso di vocine ed effetti è talvolta stucchevole, perché sembra più un tentativo di nascondere idee di cui non eri del tutto sicuro, che un modo per esaltarle quando, invece, sono buone. Ad ascoltare tutto il disco di fila, perdendosi dentro alla sua simbologia e ai suoi rimandi interni, si ha come l’impressione che anche tu ti sia un po’ perso, non riuscendo ad avere più la lucidità necessaria per distinguere quali delle forme di plastilina fossero da tenere e quali da ributtare nel mucchio per rimpastare. Ma può essere normale per chi è sempre stato uno studente sopra la media e adesso si vede costretto impegnarsi davvero per la prima volta, perché dopo due manciate di canzoni d’istinto è arrivato il momento della ragione e del sudore, quello che la pagina bianca provoca. Sei stato furbo a dissimulare queste tue paure centellinando apparizioni per non sparire mai dalla scena (che poi quando dici una cosa, tendi a tirare fuori il ditone da moralizzatore come con Beyoncé) e gestendoti dentro ai suoni di questo disco, perché quasi non si sentono: serve molto impegno per andarle a cercare. Quello che non piace è che avresti potuto essere più onesto e non fare un disco che ti lascia a metà del guado. Avresti potuto aspettare ancora un po’, riuscendo a sopportare la pressione. Oppure avresti potuto davvero fare il tuo Amnesiac, il tuo Achtung Baby: quel disco che crea una nuova identità e apre uno spazio nuovo nella tua musica. Qui c’è solo qualche lumicino lontano: adesso devi però dimostrare di essere in grado di raggiungerlo.

29 Settembre 2016
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